Corpus Domini

Corpo e Sangue del Signore

Commento al Vangelo di fra Vincenzo Ippolito ofm
SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (Anno C) – 19 giugno 2022

Dal Vangelo secondo Luca (9, 11b-17)
Tutti mangiarono a sazietà

In quel tempo, Gesù 11b prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. 12 Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: “Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta”. 13Gesù disse loro: “Voi stessi date loro da mangiare”. Ma essi risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente”. 14C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: “Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa”. 15Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. 16Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. 17Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Prima di inoltrarci nel ritmo domenicale del Tempo Ordinario, la Chiesa ci invita fermarci, in adorazione, dinanzi al sacramento dell’Eucaristia, per contemplare il memoriale della Pasqua del Signore e riconoscere, nel Pane nel Vino consacrati, la sorgente della grazia che ci sostiene nel cammino. In realtà, già il primo giorno del Triduo pasquale è dedicato alla meditazione e alla preghiera di lode per il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, nell’Eucaristia. Per rimarcarne l’importanza e alimentare l’adorazione, anche fuori dalla celebrazione eucaristica, Urbano IV nel 1264 istituì questa festa, dopo il miracolo di Bolsena. È questa la penultima solennità dopo la Pasqua, visto che il prossimo venerdì celebreremo il sacratissimo Cuore di Gesù.

Il ritmo della liturgia della Parola di oggi si snoda tra segno che anticipa, evento che realizza e grazia che trasforma la vita personale ecclesiale. L’Eucaristia, come alimento che ci sostiene, è prefigurato nell’offerta del pane e del vino, fatta ad Abramo da Melchìsedek, re di Salem (Prima Lettura, Gen 14,18-20). Da parte sua, il patriarca “diede a lui la decima di tutto” indicando come il dono ricevuto abilità a vivere nel dono offerto, con altrettanta gioia. Anche il Vangelo, con la moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci (cf. Lc 9,11b-17) è segno dell’Eucaristia. È la compassione del suo cuore a spingerlo al dono, perché chi ama, guarda lontano e, come Maria a Cana, viene incontro ai bisogni degli altri, risolvendo di buon grado i problemi che sorgono. Nella Seconda Lettura, tratta dalla Prima Lettera ai Corinzi (11,23-26), san Paolo, trasmettendo il più antico racconto sull’istituzione dell’Eucaristia, sottolinea come “ogni volta che mangiate di questo pane e beviamo a questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga”, ovvero mostra come la partecipazione al divino Banchetto porti a vivere la propria esistenza in vigilante operosità.

Così come siamo

La pericope evangelica, offerta alla nostra meditazione per la solennità odierna, è tratta dalla sezione lucana, che racconta del Ministero di Gesù in Galilea (cf. 4,14-9,50). Dopo il ritorno dei discepoli (cf. 9,10-11), dalla missione (cf. 9,1-9), la narrazione della moltiplicazione dei pani e dei pesci precede la professione di fede di Pietro (cf. 9,18-21) ed il primo annuncio della passione (cf. 9,22), mostrando come sia Gesù stesso, come le parole e le opere, a rispondere alla domanda posta da Erode sulla sua identità (cf. 9,7-9). I discepoli, dal canto loro, fanno ancora molta difficoltà a credere in Lui, mostrando il divario esistente tra i segni potenti operati e la chiarezza dell’insegnamento offerto e la volontà a lasciarsi determinare da quanto Gesù Cristo è, opera e proclama di se stesso. Anche noi, leggendo questa pericope, siamo chiamati ad identificarci con i discepoli.

Anche noi siamo stati chiamati a seguire il Maestro di Nazaret, ma, pur se la sua potenza ci abita e la sua parola accompagna i nostri passi, nella comprensione sempre più profonda della volontà del Padre, sperimentiamo la difficoltà nel camminare spediti dietro di Lui. Il nostro abbandono non è mai totale nelle mani del Signore e la fede che diciamo nutrire nei suoi riguardi, si scontra con la pretesa di avere delle sicurezze, che ci assicurino, pacifichino, donandoci la pace. Camminare con Gesù significa fidarsi di Lui, affidarsi alla sua mano, lasciarsi portare dalla sua volontà, determinare dalla sua parola, muovere dalla sua forza, motivare dalla sua volontà. Seguire Gesù vuol dire lasciare ogni umana sicurezza, per sperimentare la sua provvidenza, gettarsi alle spalle ogni pretesa, per accogliere in Cristo, l’unico progetto che valga la pena di vivere sul serio, diffidare delle proprie forze, per fare spazio alla potenza dello Spirito, che è potenza di rinnovamento e grazia di conversione, per una vita nuova. I discepoli seguono Gesù, forse con poca consapevolezza, la stessa che manca in noi, divorati dall’abitudinarietà di una fede poco incisiva nella vita. Non è pero questo il tempo di piangersi addosso, di iniziare quel lamento che ha scandito la vita di profeti come Elia e Giona, perché siamo chiamati ad accoglierci nelle nostre fragilità, senza credersi dei superapostoli e neppure degli ignavi, incapaci di cambiare, per la grazia di Dio. È questo il momento di guardare in faccia la realtà e dirci che così come siamo Dio ci ama, così come siamo Dio vuol costruire il suo Regno, con noi vuole vivere l’avventura del cammino di sequele, con noi, piccoli e deboli, desidera cambiare il mondo con il suo amore. Bisogna essere realisti, rispecchiandosi nelle immaturità dei discepoli, ma, al tempo steso, è importate, essere uomini e donne di speranza, perché anche a noi vengono offerte sempre nuove possibilità per crescere, mettendo a frutto la grazia che il Signore è sempre pronto a donarci e ci dona. E così, in quei discepoli che vengono inviati in missione, ci siamo noi; in quelli che ritornano, pieni di gioia e stupore per quanto è accaduto tra le gente, ci siamo noi, come siamo sempre noi che dubitiamo del fatto che Cristo possa chiedere la nostra collaborazione, nello sfamare i fratelli, sostenendo il loro desiderio di ascoltare la Parola di vita, che nutre il cuore di speranza e di gioia vera. Il rinnovamento della storia, la crescita della fede, l’avvenire del Regno, il futuro della Chiesa dipende dalla nostra disponibilità a mettersi in gioco, a lasciare che la grazia ci stupisca, l’amore di Cristo ci contagi, l’impossibile di Dio diventi criterio della nostra vita, nel fare quanto ci è chiesto di fare, per la sola forza del suo amore. Nei discepoli del Vangelo ci siamo noi, il loro cammino di maturità è anche il nostro, le falle della fede sono le stesse, le cadute e le lentezze del cammino, presenti in loro, si ripresentano anche in noi, ma è necessario guardare in avanti, senza farsi vincere dallo scoraggiamento e dalla tristezza. Il cammino dietro a Gesù è fatto di tappe intermedie, ma non lo dobbiamo assolutizzare. Come le tessere, messe insieme, formano un mosaico, così le soste, che scandiscono il nostro andare, ci conducono alla meta, se siamo determinati a proseguire, con l’aiuto di Dio, in continuo discernimento della sua voce.

Donami, Signore, la grazia di camminare sempre, dietro a te, che sei il mio Maestro. Non permettere che nulla possa scoraggiare il mio desiderio o indebolire le energie vitali, che il tuo Spirito infonde in me. Potrò anche cadere, ma se ci sei tu, mi rialzerò: potrò anche vivere momenti di buoi e di tristezza, ma se tu sei al mio fianco, so già che il mal e non potrà mai prevalere. Mi fido di te e mi affido a te, con le lentezze del mio cammino di crescita e come tu mi accogli e mi guardi con amore, così insegnami ad accogliermi e guardarmi con tenerezza, perché se ci sei tu con me, nulla potrà farmi del male.

Prendesi cura dei bisogni dei fratelli

Le prime battute del brano evangelico ci trasmettono l’immagine di Gesù, più ricorrente nei Vangeli: parla alle folle, che lo circondano e opera, con la potenza, la guarigione chi è bisognoso di cura. Quando avvertiamo che siamo davanti ad una parola di fuoco nel testo biblico, che attira la nostra attenzione ci spinge a fermarci, assecondiamo questo desiderio e prendiamoci una sosta nella lettura. Dio ci sta parlando, proprio attirando il nostro sguardo, colpendo il nostro cuore, con la freccia della sua parola. Così è anche ora: le folle vivono un bisogno di cura, ma sembra che tale voce venga inascoltata. C’è un bisogno, un richiamo chiaro, vite che gridano, ma, come nel caso di quel tale, incappato nei briganti, chi si fa prossimo, si scomoda, si prende cura delle difficoltà, si preoccupa delle situazioni di disagio che si trovano. Chi è ammalato o in preda a situazioni di evidente difficoltà, avverte il disagio e spesso non sa come uscirne. Le persone che vedono, non sempre avvertono il bisogno oppure lo vogliono avvertire, per evitare di sporcarsi le mani. Gesù è il nostro buon samaritano, l’uomo che si prende cura. Legge il nostro bisogno, come Maria a Cana, e non attende che si richieda il suo aiuto, prontamente interviene, per donare la sua grazia e risollevare dallo stato di prostrazione. Quanto è importante riconoscere il nostro bisogno di essere curati ed accogliere l’amore e la cura che ci viene donata, senza pretendere di essere amati così come a noi piace. Possiamo chiederci: conosco veramente i miei bisogni? Guardo in faccia ciò che sono, il male che mi attanaglia, le difficoltà che mi determinano, in una vita, priva di gioia? A chi affido e con chi condivido i miei bisogni? In che modo cerco di risolverli? Riempio con altro gli abissi che mi porto dentro, rispondo alle mie richieste, a quelle del cuore e dell’animo mio, e a quelle della mia vita in modo inopportuno oppure opero quel sano discernimento, che mi aiuta nella vita ad esser equilibrato nelle relazioni? In che modo rispondo ai miei bisogni? Quale posto occupo Gesù in questo cammino di guarigione e di riequilibrio?

Chi ama, sa leggere le necessità, senza che si usino le parole. Ci sono delle cose così evidenti, per chi guarda con gli occhi del cuore, che è superfluo ogni discorso. Gesù ama, per questo vede e comprende; Gesù è misericordioso, per questo interviene e risana; Cristo è Dio e uomo, capaci di sentire giusta compassione e donare ciò di cui noi abbiamo veramente bisogno. Quanto è necessario affidarsi a Cristo, riconoscerlo quale unico medico, confidare nella sua potenza, attendere il suo intervento. Prendersi cura è la sua arte, avvertire il bisogno e porvi rimedio è la traduzione del suo amore, nella nostra vita. Dobbiamo recuperare la cura nelle nostre famigli e comunità, avere a cuore l’altro, farsi vicino, evitando parole altisonanti e retorici, per vivere quel primato dell’amore che si sporca le mani, che, dimentico di sé, cerca solo il bene del fratello, che si strugge perché l’altro abbia la vita in pienezza e sperimenti la gioia gratuita che solo il Vangelo di Gesù può dare. Ma anche nella cura e nella risoluzione dei propri bisogni, è importante stare attenti a come ci si prende cura e a quali bisogni si cerca di rispondere. È necessario discernere come intervenire e se intervenire. Non possiamo risolvere tutti i problemi che intuiamo nell’altro e neppure spingersi ad oltranza, non tenendo conto della sensibilità dell’altro. Non siamo onnipotenti e non possiamo né dobbiamo fare tutto. Ogni intervento è opportuno ed ogni modalità conveniente solo se è vissuta secondo Dio, nella sua volontà. Non è detto che io debba rispondere ad ogni bisogno che l’altro manifesta oppure prendermi cura senza tener conto di altri fattori, che non possono sfuggire. Una cosa è la cura che il presbitero può offrire, altro è quello di un familiare, un marito nei riguardi della moglie e viceversa, oppure di un amico. La cura tiene conto del rapporto e l’intervento di cosa il Signore vuole che si attui, secondo la sua volontà. Il bene va fatto bene, secondo quanto Dio vuole e quello che ciascuno può attuare, con il suo aiuto.

Donami, Signore Gesù, la grazia di lasciarmi curare da te, nella Parola che leggo ed ascolto, nell’Eucaristia che adoro e di cui mi nutro, nella mia famiglia, con i rapporti che ne scandiscono le giornate, e nella Chiesa, che è il grembo accogliente del mio cammino di fede. Che io riconosca il mio bisogno di essere curato e custodito, accompagnato ed accolto. Gli altri che mi stanno accanto siano per me segno del tuo amore che guarisce e risana e concedimi di essere per loro segno della tua luce, che dona gioia.

Lo spirito ed il corpo

Gesù salva tutto l’uomo, anima e corpo, cuore e mente, sentimenti e desideri. La potenza del suo amore è come l’acqua di un fiume, penetra tra pietra e pietra, irrora la sabbia e fa crescere ogni tipo di vegetazione, lungo letto del suo corso. Così si presenta il Maestro nel Vangelo di oggi. Non rifiuta la folle che lo cercano, ma non si limita a credere che sia importante guardare il loro cammino interiore, quanto, invece, pensare alle situazioni concrete della loro vita. La salvezza annunciata dalla Chiesa non riguarda solo l’anima – la salvezza dell’anima – ma deve permeare e raggiungere la vita concreta degli uomini. Dio, attraverso il mistero pasquale di Gesù Cristo, raggiunge tutto l’uomo, lo illumina nelle diverse sfaccettature della sua vita, nelle poliedriche dimensioni della sua esistenza. Non si può parcellizzare l’uomo, credendo che il mistero di Cristo, la fede in Lui riguardi solo una sfera della sua vita, quella interiore, mentre il suo vissuto in questo mondo possa essere determinato e scandito da altri principi, che non hanno nulla a che vedere con il suo Vangelo. Gesù oggi nostra quanto sia erronea questa visone ristretta della fede, che misconosce l’incisività dell’incarnazione, quale modalità di approccio ai problemi.

L’Evangelista sottolinea bene proprio questa preoccupazione di Gesù, descrivendo i passaggi che porteranno all’intervento prodigioso, attraverso la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Prima c’è l’indicazione temporale – Il giorno cominciava a declinare ((v. 12) – poi la reazione dei discepoli, che mostrano la poca attenzione alle situazioni della gente ed il desiderio di dire a Gesù ciò che è giusto fare – i Dodici gli si avvicinarono dicendo: “Congeda la folla (v. 12) – visto il luogo impervio – qui siamo in una zona deserta (v.12) – quanto scandisce la vita dei discepoli si pone in metto contrato con quanto sente e desidera Gesù che venga fatto. C’è un diverso approccio alle situazioni tra noi e Dio. Egli, che è ricco di grazia e di misericordia, si preoccupa di quanto accede nella vita degli uomini, mentre noi, al pari dei discepoli, cerchiamo di vivere la dinamica sempre antica di Adamo ed Eva dello scarica barile. C’è i noi il tarlo del’egoismo che ci consuma, il desiderio di pensare sempre a noi, di mettere da parte gli altri, di non curarci di coloro che sono nel bisogno. Lavarsi le mani, congedare la folla, indicare il da farsi sono cose molto più semplici rispetto al prendersi su di sé la situazione altri. Siamo sempre davanti ad un bivio: vivere come Adamo oppure seguire Gesù Cristo. Il Vangelo, infatti, non solo ci dice ciò che Cristo opera, ma vuole insegnarci a seguirlo, ad educarsi, alla sua scuola e vivere l’amore esigente, a metterci seriamente in discussione, per cercare sempre il bene dei fratelli. Il Maestro ci insegna come comportarsi nei momenti di difficoltà, cosa fare quanto si presenta un bisogno, come affrontare una situazione, cosa fare quanto l’egoismo ci spinge a disinteressarsi, mentre lo Spirito in noi ci dice che lo scomodarsi è l’unica strada che porta alla gioia. Quanto è importante, nelle situazioni diverse della nostra vita, tenere fisso lo sguardo su Gesù Cristo, imparare da Lui, mite ed umile di cuore, ad affrontare le situazione a modo suo, ad amare gli altri, con il suo cuore, a pensare i fratelli non come un intralcio alla realizzazione dei propri desideri, ma come un’occasione per crescere nell’amore che determina il dono.

Incarnare la fede nella storia e comprendere che la storia degli altri ci appartiene è quanto Gesù ci insegna oggi nel Vangelo. Troppo semplice scappare, credere che gli altri non sono affare nostro, che basti annunciare il Vangelo, se poi manca il pane, parlare del Cielo, se poi la terra è il grande problema, perché non si riesce a trovare la pace. Dobbiamo pensare a salvare tutto l’uomo e non solo curare se stessi, pensare gli altri, accantonando se stessi: questo ci insegna il Maestro.

Donami, Signore, di capire che tu sei sempre con me e che mi chiedi di guardare il mondo con i tuoi occhi. Concedimi di pensare che si serve ed ama il fratello non solo a parole, ma con gesti concreti che mostrano e traduco il Vangelo e che sanno di Vangelo. Rendi la tua Chiesa annuncio vivete della tua Parola, Casa dove si vive ciò che si dice e si dice quanto si vive. Rendici Eucaristia vivente, secondo quello stile che tu, Gesù continuamente ci doni di contemplare sull’altare.

La vita eucaristica, risvolto dell’Eucaristia celebrata

Il brano evangelico mostra la moltiplicazione dei pani e dei pesci quale segno del dono che Gesù farà di se stesso nell’ultima cena, donandosi ai discepoli ed in loro anche a noi, come Pane che nutre e bevanda che sfama. Si tratta di un segno che anticipa il mistero dell’Eucaristia e che, al tempo stesso svela il senso di quanto Gesù chiederà ai discepoli di perpetuare nei secoli come memoriale della sua Pasqua. C’è un nesso profondo tra liturgia e vita, lo stesso che intercorre tra quanto Gesù dona nella sera del tradimento, spezzando il pane tra i suoi e facendo passare il calice del vino e il comandamento dell’amore. Luca vuole preparare il suo lettore a capire che la vita diventa eucaristica, quando l’amore non si chiude nella ricerca del proprio tornaconto. Gesù saziando la fame delle folle mostra che il suo amore per noi è concreato, la carità autentica, la provvidenza palpabile, il desiderio di alleviare i fratelli nei propri bisogni non fatto di parole. l’Eucaristia è la scuola dell’amore che si dona sempre. Frequentando l’Altare, nutrendoci di Cristo, interiorizziamo la sua grazia perché lo stile della sua vita diventi nostro e lo Spirito che ha determinato le sue scelte animi anche la nostra esistenza, spingendoci verso gli altri, in totale disponibilità ed apertura di cuore. Dobbiamo imparare dall’Eucaristia celebrata che la nostra vita, come quella di Cristo, va vissuto per gli altri, come dono. Questo è il grande miracolo che Cristo opera in noi, quando ci accostiamo ala comunione, nutre il nostro desiderio di vivere nel dono e di farci dono ai fratelli.

Sedendomi alla tua mensa, Signore Gesù, sazia la mia fame e sete di te ed insegnarmi che la vita ha un senso solo se viene donata, con amore, ai fratelli. Non permettere che l’egoismo mi consumi, ma abilita il mio cuore ad abbracciare i fratelli, a farmi carico delle loro difficoltà, ad essere capace di farmi carico del loro peso, senza paura. Amen.