“Servo, solo per amore”

Commento alla Seconda Lettura di fra Vincenzo Ippolito ofm
Domenica delle Palme (Anno A) – 2 aprile 2023

Cristo umiliò se stesso, per questo Dio lo esaltò

Dal Vangelo secondo Giovani (11,1-45)
6 [Cristo Gesù[ pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
7ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
8umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
9Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
10perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
11e ogni lingua proclami:
“Gesù Cristo è Signore!”,
a gloria di Dio Padre.


Iniziamo oggi, con la Domenica delle Palme, la Settimana Santa nella quale ogni figlio della Chiesa contempla il suo Signore e lo segue nel dono della sua vita. È necessario, durante questi giorni, avere occhi attenti per guardare Gesù ed imparare da Lui a vivere d’amore, un cuore nuovo che batta all’unisono con il suo senza temere le tenebre e l’angoscia che impediscono di amare con gratuita, delle gambe svelte per seguirlo lungo l’erta del Golgota dove l’amore diviene vero perché solo nel dono della vita esso riceve il sigillo dell’autenticità. L’amore è la ragione della Pasqua come la carità ed il desiderio di rivelarsi all’uomo era stata la causa dell’incarnazione del Figlio di Dio nel grembo di Maria. E sia a Betlemme che sul Calvario è presente Maria, la Madre che accompagna il Figlio a generare nell’amore e nel dono, nel perdono e nel silenzio oblativo, l’umanità ribelle, aprendo l’ingresso all’abbraccio misericordioso del Padre. Alla Madre dei dolori affidiamo il cammino di questi giorni per non scappare come i discepoli dinanzi alla croce e seguire sempre l’Agnello dovunque va.

È una grazia tutta particolare la mensa della Parola di dio, imbandita dalla Chiesa per questa domenica. Per chi partecipa alla celebrazione preceduta dalla Commemorazione dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, dopo la benedizione delle palme, si proclama la narrazione evangelica che riviviamo nei segni liturgici. Quest’anno esso è tratto dal Vangelo secondo Matteo (21,1-11). La processione sostituisce l’atto penitenziale e il sacerdote, giunto alla sede, introduce l’orazione colletta, cui segue la liturgia della Parola. Le altre celebrazioni eucaristiche – solo una santa Messa può essere preceduta dalla Commemorazione dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme – seguono lo schema solito. Non per questo, però, la mensa è meno abbondante, visto che il brano evangelico odierno, assai lungo rispetto al solito, narra gli ultimi eventi della vita di Gesù fino alla morte di croce. Si tratta della cosiddetta lettura della PassioPassione in lingua latina – che soprattutto a coloro che non potranno partecipare ai riti liturgici della Settimana Santa dona di riflettere sulla consegna di Gesù alla morte per la salvezza degli uomini. In tal modo la Chiesa, madre e maestra, offre loro in anticipo il racconto della passione – quest’anno è Mt 26,14-27,66 – così da poter celebrare la Pasqua di resurrezione, senza saltare la morte di Gesù in croce che il venerdì santo celebra. Mentre la Prima Lettura è tratta dal Libro del profeta Isaia (50,4-7) e presenta la sofferenza del Servo del Signore che si addossa il peccato degli uomini – nella rilettura cristiana il servo è Gesù che prende su di sé le colpe del mondo – come Seconda Lettura ci è donato uno dei testi più conosciuti dell’Epistolario paolino, il cosiddetto inno cristologico della Lettera ai Filippesi (2,6-11). Si tratta di un testo biblico utilizzato soprattutto nella preghiera della Chiesa – la liturgia delle Ore – ed è bene che lo si rifletta e con esso si preghi per tenere fisso lo sguardo su Gesù, modello della nostra obbedienza al Padre.

Occhio attento, orecchio docile e cuore coraggioso, per seguire Gesù

Il brano di Fil 2,6-11 è di non semplice lettura anche per gli studiosi. Più che di matrice paolina – il vocabolario non è propriamente dell’Apostolo sembrerebbe un cantico, che probabilmente circolava nelle prime comunità e citato da Paolo nella sua missiva ai Filippesi. Il contesto prossimo (cf. Fil 2,1-5) ci fa comprendere per qual motivo Paolo l’abbia citata – focalizzare l’attenzione sull’umiliazione volontaria del Figlio di Dio fatto uomo – ed è proprio il contesto, pur se non riportato dal brano liturgico odierno, che ci permette di capire cosa significa per una comunità professare la fede in Gesù Cristo, Verbo incarnato, umiliato fino alla morte e risorto. È come se Paolo stesse dicendo: se noi crediamo in Cristo, Figlio di Dio, fatto uomo, morto e risorto, dobbiamo seguirlo nell’umiltà, del servizio, nel dono della vita ai fratelli. Il cristiano ha uno stile di vita che gli deriva dalla sua fede in Cristo. È Lui il modello delle sue scelte e ogni suo gesto deve modellarsi su di Lui e sulla dinamica interiore che Egli ha vissuto fino alla morte. Per capire l’inno secondo l’intenzione che ha guidato Paolo a citarlo, è bene leggere i primi versetti del capitolo secondo (cf. Fil 2,1-5), ma soprattutto fermare l’attenzione all’ultimo – “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5) – che rappresenta la migliore chiave di lettura del nostro brano. Si tratta di un’esortazione accorata, ripresa anche in seguito (cf. Fil 2,12-18) nella quale Paolo mostra quanto debba essere incisivo, nell’esperienza cristiana, ciò che il Signore Gesù ha vissuto e soprattutto l’atteggiamento con cui Egli ha affrontato la sua passione.

Per entrare nella comprensione del brano, è necessario fissare il proprio sguardo su Gesù crocifisso. Il cammino della quaresima ci ha condotto a distogliere gli occhi dal frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, verso cui il serpente ha condotto Eva (cf. Gen 3,1-7) per giungere a Gesù crocifisso. Più entriamo nel mistero del Cristo crocifisso più gustiamo la potenza dell’amore che ha condotto Gesù al dono della vita. “Abbiate in voi” dice Paolo, ovvero in tutto il vostro essere, in ciò che vi rende voi stessi, nella vita individualmente compresa ed accolta, nel vostro corpo dove la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne” (Gal 5,17); “Abbiate in voi” dice Paolo, nelle vostre membra dove ciascuno riconosce una legge diversa rispetto a quella della mente (cf. Rm 7,23) e dove si avverte il dramma di contenere in se la voce del tentatore che conduce al peccato, in noi, formati da Dio fin dal grembo materno, come un prodigio. L’Apostolo con l’espressione “in voi” indica la nostra vita nella sua totalità, le attrattive che la compongono, le situazioni che la contraddistinguono, i problemi che la angosciano, le gioia che la illuminano. La traduzione CEI dice “Abbiate in voi”, cercando di rendere l’originale greco, ma il verbo non è avere, quanto pensare, sentire, conoscere, giudicare. Letteralmente potremmo tradurre “Questo pensate in voi, [ovvero] ciò che anche [fu] in Cristo Gesù”. Il discepolo deve accogliere in sé il pensiero di Cristo, la sua capacità di guardare il mondo e di interiorizzarne ogni attesa, ogni bisogno, ogni umana necessità. Chi segue il Maestro e impara da Lui che è mite ed umile di cuore, sente nello scorrere ora lento ora vorticosi degli eventi umani, la presenza del Padre che lo chiama a scendere nell’arena della storia e a cambiare la rotta della corsa. Paolo non sta richiamando i Filippesi ad un cambiamento superficiale, a limare alcuni comportamenti, rimanendo in superficie. Non si tratta di modificare le proprie scelte perché, se così fosse, si resterebbe sempre sul livello morale della vita cristiana. Bisogna andare in profondità, alle radici delle situazioni che si vivono. Noi siamo abituati a potare i rami, credendo che l’albero faccia frutti solo se si interviene su di essi. Dimentichiamo così che il problema spesso è alle radici, non è fare o non fare una cosa, ma la volontà alla base di un comportamento è importante. Paolo richiede la scelta dell’umiltà, la volontà dell’umiliazione, la determinazione dell’abbassamento, l’accoglienza dello spogliarsi di se stessi, a somiglianza di Cristo Gesù. La conversione a cui la quaresima ci richiamava era la trasformazione del cuore come sede delle scelte, radice delle azioni, luogo della volontà. Questo non significa che tutto sia polarizzato sulla nostra decisione, ma che questa può cambiare e quindi determinare un diverso stile di vita, solo se, guardando a Gesù, si accoglie in noi la sua grazia e la potenza del suo amore. Se Dio ha promessovi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne (Ez36,26), questo significa che si tratta di un dono suo, che l’uomo è chiamato ad accogliere, ma questo è possibile solo se ha sperimentato in se stesso la potenza della misericordia. Solo l’amore di Gesù per noi accende la volontà dell’uomo e questi è continuamente confermato nella scelta della sequela da uno sguardo amoroso rivolto a Cristo che lo attira a sé. In tale relazione di amicizia, il discepolo scopre che la via di Gesù gli appartiene perché, sotto la spinta dell’amore, non potrebbe scegliere altra strada che quella percorsa dal Maestro.

La comunità cristiana è il luogo dove si guarda a Cristo e si impara da Lui non per legge, ma per amore e dove si fa tutto, anche se le cose più semplici, solo e sempre per amore, perché solo l’amore rende straordinarie le cose più piccole. È importante educarsi all’amore, come anche legare sempre più l’amore alle altre facoltà che sono proprie dell’uomo perché, solo in questo modo, l’amore sarà vero, pieno e totalizzante, proprio come quello che Cristo nutre nei nostri riguardi. Educarsi alla concretezza non significa perdere la poesia dell’amore, ma incarnare l’amore in scelte ponderante, ma reali. È necessario rifuggire il legalismo, come anche il procedere a briglia sciolte, per questo risulta necessario chiedere, con umiltà nella preghiera, il sentire di Gesù. Come si ci può comprendere ed accogliersi senza quella spiccata sensibilità che lo Spirito Santo ci comunica del mistero di Gesù? Possiamo vivere di compassione e di perdono, vincere la vanagloria ed il tornaconto, solo guardando a Gesù, al sacrificio suo. Come Paolo propone l’esempio di Cristo, così anche noi non dobbiamo avere paura di indicare ideali alti ai nostri figli, indicando sempre la strada della carità. Solo il nuovo comandamento dell’amore è, infatti, la legge fondamentale dell’umana perfezione e della trasformazione del mondo (GS 38). Se abbiamo paura di mostrare alle nuove generazioni le vette della vocazione cristiana è perché abbiamo paura di non essere coerenti nella nostra vita. È importante indicare la meta e mostrare che tutti siamo in cammino verso di essa.

Gesù Cristo, il nostro unico modello

Nelle sue Lettere, san Paolo in rari casi ripresenta l’esperienza storica del Nazareno, perché tutta l’attenzione è posta sul Risorto che conduce i suoi discepoli ad una vita completamente nuova, nella forza del suo Spirito. Per questo, scrivendo ai Corinzi, dicese abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così (2Cor 5,16). Dopo la Pasqua siamo in un ordine nuovo rispetto al passato, un ordine definitivo, perché non dobbiamo attenderci null’altro da Dio e né pretenderlo. In Cristo il Padre ci ha dato tutto e ci ha detto tutto. E anche nei pochi casi in cui l’Apostolo parla della vita terrena del Nazareno, è sempre in riferimento al compimento che è giunto con la Pasqua, mostrando ai credenti l’itinerario da attuare nella propria vita di fede. Se ai Filippesi Paolo ricorda la vita terrena di Gesù e come il suo itinerario sia stato profondamento mutato dalla potenza dell’amore di Dio Padre, è per mostrare che ogni nostro comportamento deve essere radicato nel sentire di Cristo, nel suo cuore misericordioso, nella volontà di farsi tutto a tutti per il bene dei fratelli. È, infatti, nel cuore che lo Spirito ci deve rendere conforme a Gesù Cristo, è la nostra volontà che deve unirsi unita a quella del Padre. Una volta consacrati nel cuore, avremo in noi il pensiero di Cristo e le nostre azioni saranno nella storia la continuazione del suo steso agire che è in se stesso salvifico. Avere un modello è la grande sfida in ogni processo educativo, ma ancor più difficile appare lasciare che l’esempio si imprima dentro, più che esso determini un cambiamento esteriore del comportamento. Il vero problema nell’educazione è, infatti, interiorizzare il valore che le parole mediano e gli esempi mostrano, non l’osservanza esteriore delle norme ed il ripetere pedissequamente ciò che altri propongono. Alle parole deve seguire sempre la testimonianza, perché è questa che seduce ed attare – “Dietro allo sposo/sì, la sposa piace” scrive Dante Alighieri di san Francesco – perché le esortazioni non incidono nell’animo, se non sono comprovate dalla concretezza di un cammino già attuato. Ecco perché, all’esortazione (cf. Fil 2,1-5), Paolo fa seguire la vicenda storica di Gesù Cristo. È nel confronto con Lui che la scelta di umiltà ed il disprezzo della vanagloria risultano non solo strade percorribili, ma soprattutto necessarie. Come, infatti, dirsi cristiani se la dinamica interiore che ha guidato Gesù nelle scelte della sua vita, non dimora in noi, spingendoci a seguirlo, lasciando spazio interiormente al suo Spirito per manifestare anche nel nostro operato l’appartenenza a Lui? Se in Cristo non c’è cesura tra ciò che ha detto e quanto ha fatto, anche noi dobbiamo accogliere il suo Vangelo e guardare a Lui per imparare la docilità allo Spirito che rende possibile ciò che piace al Padre.

L’inno cristologico – è così chiamata il brano di Fil 2,6-11 perché sembra un canto di lode a Cristo Signore – ha una duplice andatura, un doppio movimento. Da una parte abbiamo l’abbassamento di Dio che, iniziata con l’incarnazione, diviene massima nella morte di croce (vv. 6-8), dall’altro l’esaltazione del Figlio attuata da Dio Padre ed il suo divenire Signore universale, con un nome da tutti adorato (vv. 9-11). Nell’uno come nell’altro movimento – discendente ed ascendente – si nota una gradualità che diviene esemplare anche per noi. Il Verbo fattosi carne, “ha imparato l’obbedienza dalle cose che parti” (Eb 5,8) e, come il chicco caduto in terra, ha atteso che il calore della primavera lo schiudesse alla maturità e al dono proprio della spiga. La radice ultima dei gesti descritti dall’inno è l’amore. Amore del Figlio in tutto obbediente al Padre fino alla morte, amore del Padre che esalta il Figlio e lo rende Signore. Tutto fa l’amore, quando è vero, profondo, eterno. Nella prima parte (vv. 6-8), in questa progressiva parabola discendente, il Verbo “non ritenne un privilegio l’essere come Dio … spogliò se stesso … si umilio”. L’amore di Cristo per noi lo conduce a tre azioni consequenziali: è un amore che lo porta a non appropriarsi di nulla, neppure della sua identità di Dio; è un amore che si spoglia, si svuota perché solo ritraendosi il bene dell’altro può avere la meglio; è un amore che gli fa assumere l’identità di schiavo, quasi mutando la propria, perché amare non vuol dire essere schiavizzato dall’altro, ma cercare ed attuare il suo bene, anche quando l’altro non lo vede e non lo vuole.

La liturgia, offrendoci questo brano, ci chiede indirettamente di rispecchiarci nell’itinerario che Paolo presenta ai Filippesi e rivedere lo spessore del nostro amarci. È da Gesù che impariamo che amore è svuotarsi di sé per accogliere la vita dell’altro, proprio come fa una donna quando si apre alla vita; amare è fargli spazio senza condizioni, accogliere senza riserve, mettere da parte la propria ricchezza, anzi condividerla senza nulla pretendere dall’altro; amare è spogliarsi di tutto, divenire povero per arricchire l’amato, facendo divenire la propria vita abito per lui, coperta che lo riscalda avvolgendolo nella notte, nube che lo ricopre per proteggerlo dalla calura del giorno; amare è umiliarsi perché l’amore ci fa piccoli come il Verbo a Betlemme, l’amore ci fa parlare per il bene dell’altro come Gesù nella predicazione lungo le strade della Galilea, l’amore guarisce per la gioia dell’altro come fa Gesù senza aspettarsi la riconoscenza di quanti ha beneficato, amare è accogliere la morte perché l’amato che ti mette a morte senza riconoscerti amate e riconoscersi amato, abbia la vita, la vita in abbondanza. Tu sei amore ed umiltà, canterà san Francesco sul monte de La Verna dopo aver ricevuto le stimmate, sigillo dell’amore dell’Amante per lui. L’amore è umile, la carità è paziente, è benigna la carità, non si vanta, non si gonfia non cerca il suo interessa, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta canterà Paolo, scrivendo ai Corinzi.

Anche nella seconda parte (vv. 9-11) è l’amore, questa volta non del Figlio, ma del Padre che opera meraviglie. Gesù si consegna nell’abbraccio della croce ed il Padre non lo lascia nel buio della morte, ma il suo amore è capace di salvarlo, di richiamarlo in vita, di farlo Signore dell’universo, al cui dominio ogni creatura deve assoggettarsi. È bello contemplare la pazienza di Cristo che attende il tempo opportuno in cui l’amore del Padre lo salverà dal sepolcro, accende in noi la speranza e la certezza di essere da Lui strapparti da ogni schiavitù il vedere che la morte è vinta non solo, ma che la dignità che il Padre dona ai suoi figli obbedienti è di gran lunga superiore ad ogni attesa. Lasciar fare a Dio è ciò che Cristo ci insegna anche nelle situazioni limite, lasciar fare a Lui che sa sempre ciò che è buono per noi e per la nostra famiglia, per il nostro futuro e per i nostri figli. Questo non vuol dire deresponsabilizzarsi, ma fare la propria parte come ha fatto Gesù, fino in fondo ed attendere che anche Dio faccia la sua. Questo è la storia della salvezza, il frutto maturo della cooperazione di Dio e dell’uomo. Solo allora la nostra vita riceve i colori della gioia e noi ci rallegriamo per le meraviglie che Dio opera nella nostra storia. La resurrezione è il dono dei doni che il Padre concede al Figlio e quanto più profondo è il grado di umiltà raggiunto volontariamente, tanto più alte è la misura dell’esaltazione che Dio concede. Lo aveva cantato Maria nel Magnificat “Ha rovesciato i potenti dai troni ha innalzato gli umili” (Lc 1,52) e anche l’apostolo Giacomo così esorterà i suoi “Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà” (Gc 4,10).

Paolo, nel suo scritto, è come se svelasse il segreto della vita cristiana e dicesse: specchiati   in Gesù Cristo crocifisso e risorto, immergiti nel mistero della sua Pasqua e troverai la potenza dello Spirito, che fa nuove tutte le cose, il cuore di Cristo. Solo la croce svela fin dove giunge l’amore, solo la resurrezione mostra quanto l’amore sia più forte della morte. L’amore è la ragione della croce di Gesù. Solo nel mistero Pasquale troveremo l’amore di Dio di cui le nostre famiglie hanno bisogno.