Non siamo mai orfani!

Commento al Vangelo di fra Vincenzo Ippolito ofm
VI Domenica di Pasqua (Anno A) – 14 maggio 2023

Pregherò il Padre che egli vi darà un altro Consolatore

Dal Vangelo secondo Giovanni (14,15-21)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «15Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 18Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. 21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”».


Il ritmo della liturgia ci dona di rimanere ancora nel cenacolo, per ascoltare da Cristo il suo insegnamento che dona pace al cuore e rafforza il nostro desiderio di seguirlo. L’intimità che il Vangelo ci dona di godere, in queste domeniche, diventa per noi un significativa provocazione, perché solo la relazione profonda con Gesù infonde in noi la forza di camminare nella sua volontà, di conoscere Lui, Signore e Maestro, e di guadare il nostro bisogno di Lui.
Se il Vangelo ci conduce a condividere con i Dodici gli ultimi momenti della vita di Cristo, la Prima Lettura, tratta dal libro degli Atti (cf. 8, 5-8. 14-17), narrando la predicazione del Vangelo in Samaria, per opera di Filippo, mostra quanto la fede in Cristo ha operato nei primi testimoni del Risorto, con il dono dello Spirito ricevuto e trasmesso sui nuovi credenti da Pietro e Giovanni. I segni compiuti dagli apostoli sono la manifestazione della potenza del Signore che in antico (cf. Sal 65) ha operato a favore del suo popolo, facendo passare i figli d’Israele illesi attraverso il Mar Rosso ed oggi opera la salvezza in chi crede in Gesù, il crocifisso risorto. San Pietro, nella Seconda Lettura (cf. 1Pt 3,15-18) invita i credenti a rendere ragione della speranza riposta in Cristo, testimoniando l’appartenenza amorosa a Lui, nelle mille difficoltà della vita.
Il filo rosso della liturgia odierna sembra proprio essere lo Spirito Santo: promesso da Gesù (Vangelo), che lo invia come Consolatore ed Avvocato, comunicato dalla Chiesa, nel nome del Maestro (Prima Lettura), ci spinge ad essere, con la vita, risposta credibile (Seconda Lettura) alle domande che ogni uomo si porta nel cuore. In questo tempo poi, guardando a Maria, “la Sposa dello Spirito Santo”, la docilità al Consolatore diventa motivo di preghiera e di affidamento a lei.

Godere dell’intimità
Già la scorsa domenica, ascoltando il dialogo di Gesù con Tommaso e Filippo (cf. 14,1-12), abbiamo riflettuto sulla necessità di stare con il Maestro, intessendo con Lui un profondo rapporti di amicizia, per crescere nella conoscenza di Lui, quale Figlio unigenito del Padre, rivelatore del suo volto di misericordia e rivelatore del mistero che noi siamo, nel groviglio dei pensieri e dei moti d’animo, che spesso non riusciamo a decifrare. Il brano liturgico odierno continua il brano della scorsa domenica – da 13,1-12 andiamo a 14,15-21, saltando alcuni versetti – offrendoci la parola di Cristo che gradualmente conduce i discepoli nelle profondità del suo mistero. Il Maestro continua a chiarire il tema della sua partenza e, mentre prima ne parlava in riferimento al nostro stare, con Lui, nella casa del Padre (14,1-4) ora desidera indicare ai discepoli come vivere in questo mondo, senza la sua presenza fisica, prima di raggiungere il Cielo, dove Lui, risorto, ci precederà, una volta asceso in cielo. È bello notare la pacatezza del suo dire, la calma che dimostra, la pazienza già dimostrata con Tommaso e Filippo mostra che questi ultimi momenti sono intessuti dal desiderio di non lasciarsi portare da nulla, che non sia l’amore del Padre, la sua volontà, il dono di se stesso agli amici, a coloro che il Padre gli ha affidato. Cristo è rivolto al Padre ed è quella la meta a cui desidera che gli apostoli giungano, attraverso di Lui, via, verità e vita.
“Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (14,15) ci dice Gesù. I discepoli che rimangono nel mondo sono chiamati ad amare Cristo, dimostrando l’amore per Lui, attraverso l’obbedienza alla sua parola. L’osservanza dei comandamenti è il segno dell’amore, ma può amare Gesù solo chi ha sperimentato il suo amore, chi sente in sé il fuoco del suo Spirito. Non possiamo credere di essere noi la sorgente dell’amore che indirizziamo a Dio e ai fratelli. Nulla di più sbagliato. “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1Gv 4,19). È Cristo che ci insegna ad amare, è Lui che purifica il cuore da ogni desiderio di possesso e ci spinge a vivere ogni affetto nella gratuità e nel dono. È vero che l’amore è un sentimento naturale in noi. Lo scopriamo come necessità e desiderio, impulso innato del cuore e moto dell’animo, ma, come tutto ciò che è presente nella nostra vita, va decantato e diversamente vissuto, purificato e, con paziente cura, separato da quanto può inquinarne la bellezza e l’efficacia. Chi incontra Cristo e scopre il suo amore – un amore di una portata immensa il suo, se potrà dire in seguito ai suoi “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi” (15,9) – avverte in sé la dolce presenza del Paraclito, perché l’amore di Cristo ti avvolge e ti penetra dentro, giunge in profondità e lì, facendosi spazio, dimora, plasma tutto di quello che sei e infonde la sicura dolcezza che tu puoi essere ciò per cui sei stato creato, solo se ti abbandoni a quella potenza di spirito Santo, che in te muove i suoi primi passi. Gradualmente avverti che il tuo mondo crolla, per la sola presenza che Dio è in te e gli affidi, consumato dal suo dolce affetto quello che sei. La mente inizia a pensare con Cristo, il cuore ad intendere in Lui, le labbra a parlare, con le sue parole, operando quella progressiva e totale trasformazione che è il segno della sua inabitazione in te. La volontà, irrorata dal suo amore, diventa docile alla sua volontà e anche le ribellioni e le cadute, segno che il regno di dio in te non è ancora totalmente istaurato, genera il dolore per non aver asseconda l’amore e l’umiltà di riconoscersi fragili e la volontà rinnovata di consegnarsi a Lui. Tale trasformazione dell’amore di Cristo in noi genera la nostra riposta d’amore. Tu ami, perché lo vuoi e lo vuoi non perché sia semplicemente una determinazione della volontà tua, sotto la forza di un ideale che ti si impone, ma perché, sentendoti amato, la seduzione della sua dolcezza muove la volontà a desiderare il vero bene, il sommo Bene. L’amore che porti a Dio diventa il frutto maturo dell’amore suo, che in te genera il dono. Amare Dio è quindi il secondo passaggio, che comporta poi l’osservanza dei suoi comandamenti. Noi, invece, invertendo l’ordine, partiamo dai comandamenti e giungiamo all’amore, come se l’obbedienza fosse condizione dell’amore, non segno dell’affetto sperimentato. Un amore che non conduce a vivere nei comandamenti è un affetto non maturo, spesso sostenuto dalla volontà nel fare il bene, che è pur sempre cosa buona. La perfetta osservanza della parola di Cristo è sostenuta dall’amore sperimentato, che trasforma il cuore, motiva la volontà, brucia l’animo, dona energie nuove all’azione, che diventa carità instancabile verso il prossimo. Chi si sente profondamente amato da Cristo, amato così come è – l’amore di Dio ci spinge a guardarci in verità e diventa forza per accoglierci per poi consegnarci a Lui e alla forza invincibile del suo affetto, che non mortifica, ma rasserena, che non umilia, ma dona pace – sperimenta la potenza totalizzante della sua dolcezza. Quando l’amore di Cristo ti avvolge e diventa totalizzante – perdono, nel peccato, balsamo di pace, nelle lotte della vita, sostegno nella fatica, compagnia nella solitudine, sorriso tra le lacrime, libertà nelle catene, luce radiosa nel buio – è l’amore suo in te che vive l’esigenza di obbedire alla sua parola e di rimenare nel suo amore. Lo Spirito-amore di dio in te orienta la volontà a vivere secondo la legge di Cristo, i suoi comandamenti che non sono gravosi, perché è l’amore che si esprime nell’esigenza di fare ciò che a Dio piace, non come coartazione della volontà, ma naturale bisogno di lasciar vivere l’amore e di vivere d’amore.
Senza amore, i comandamenti sono una legge fredda e difficile da sopportare. L’amore di Dio in noi diventa forza di obbedienza. Tu segui quanto Gesù ti dice e mostra con la sua vita e lo fai non con la sola tua forza della volontà, ma con l’aiuto indispensabile dello Spirito che è amore. Per questo, oltre a chiedere il fare la volontà del Padre, dobbiamo, al tempo stesso, domandare di amare la sua volontà, permettendo all’amore sperimentato di diventare forza di obbedienza, docilità a quello che Dio ci chiede. L’amore suo non solo non ci porta a vedere come gravosi i suoi comandamenti (cf. 1Gv 5,3), ma ci conduce ad avere Cristo davanti a noi, come sorgente dell’amore che ci brucia dentro, lasciandolo operare come a Lui piace. Accadrà che non sempre riusciremo a vivere secondo quanto Lui ci chiede, per la nostra debolezza e cattiva volontà, ma la vita cristiana è un cammino di docilità. L’amore sperimentato genera la docilità, attraverso i passaggi di un personale cammino di maturazione e tale docilità ci conduce a lasciar operare in noi lo Spirito di Dio. È importante anche accogliere le proprie lentezze, per imparare che tutto è opera della grazia e non della nostra volontà e che la grazia opera in noi, quando siamo docili e quando il Padre vuole accendere nei nostri cuori l’operosità del Cristo, suo Figlio.

Dai comandamenti al dono del Consolatore
Non si può vivere senza una regola, non si può presumere di ritenere superflui i comandamenti. Questo avviene quando si crede che siano una legge positiva – imposta dall’esterno – quando, invece, ciò che Dio comanda è la codificazione del bene che il nostro cuore desidera, pur senza saperlo, il fine della nostra vita, che spesso non riusciamo a ravvisare. Il Verbo eterno è venuto nel modo a mostrare, con le parole e la vita, ciò che dobbiamo essere. Le sue parole sono la traduzione verbale di quanto Egli ha vissuto e proposto. Non si tratta di una fredda legge, ma di una proposta di vita, che è il frutto della vita di Gesù, del suo dono. I comandamenti vengono da Gesù e ci portano a Gesù e, attraverso di Lui, al Padre, nella forza del suo Spirito, che rende possibile in noi l’obbedienza alla sua volontà, a cui i comandamenti gradualmente conducono. Esigenza dell’amore sperimentato, i comandamenti di Cristo sono il segno della sua vita donata, una paroal-legge, che gronda dello Spirito Santo, che la rende viva e dona la forza di realizzarne gli impegni. Se perdiamo di vista il rapporto con Cristo e assolutizziamo la legge, i comandamenti diventano gravosi, insopportabile il rispettarne gli impegni, l’amore diventa obbligo, il dono dovere. Siamo allora fuori dall’ottica di Dio. Nell’amore invece c’è una gara, a chi ama di più, a chi sona di più. Lo sa una madre – oggi è la festa della mamma e quanto ciascuno di noi deve alla sua mamma, più che quanto crede, più di quello che sa, perché con la vita gli deve tutte quelle capacità che poi il tempo ha dato modo di sviluppare – ella dona senza misurarsi, al di là della legge, ama non per legge, ma per esigenza del cuore e se anche non volesse amare, dovrebbe andare contro natura. Nel rapporto con Dio è lo stesso. È l’amore che fa legge, un amore che, divenendo regola, dona la misura del senza misura. Se guardi Gesù ti accorgi di questo. È vero il suo comandamento è l’amore, ma l’amore come legge nasce da quell’amore che il suo sguardo ti comunica, il suo cuore trasmette, la sua voce fa passare, i suoi gesti mostrano, il suo sacrificio fino all’ultimo rivela, il suo costato trapassato dalla lancia concede. Gesù ti comanda di amare come Lui, di rispettare i comandamenti suoi, per rimanere nel suo amore, come Lui rimane nell’amore del Padre, rispettandone, nell’obbedienza, la volontà. Amandoti, Egli ti dona il suo Spirito “senza misura” (Gv 3,34), lo riversa in te e tu lo ami, rispettando i suoi comandamenti, il suo “senza misura”, perché è questa la regola dell’amore di Dio che siamo chiamati a vivere. Se in te lasci operare lo Spirito, sarà Lui a farti vivere il senza misura di Cristo, il dono di te a Lui e ai fratelli. Questo vuol dire che la sequele di Cristo ci permette di entrare nella sua vita, di vivere di Lui ed in Lui ogni relazione e situazione. Allora nulla apparirà impossibile ai nostri occhi, perché ciò che Dio chiede, il suo Spirito in noi può anche realizzarlo; se il Signore domanda a noi qualcosa, lo fa perché si fida di noi e della docilità che possiamo offrire al suo Spirito perché in noi lo realizzi, per la sua gloria ed il bene nostro e dei fratelli.
La docilità nostra a lasciar operare lo Spirito suo, conduce Gesù a presentare al Padre la sua preghiera per noi. Quanto ci ama Gesù! Non si dimentica di noi, non sa cosa fare più per noi, come venire incontro alla nostra debolezza, come donare sostegno alla nostra vita! La sua preghiera è supplica perché non rimaniamo orfani, per non brancolare nel buoi. Chiede lo Spirito, nostro Avvocato, domanda al Padre il suo Spirito di vita, nostro aiuto e conforto. È Lui che può operare nel cuore dei discepoli la conformazione a Gesù; è Lui che, come ha sostenuto il Figlio, nel dono fino alla croce, così può sostenere i credenti, conducendoli ad essere in Cristo, una sola cosa tra loro. La preghiera di Gesù è efficace, la sua supplica sempre è accolta, la sua voce esaudita. Ogni qualvolta Cristo bussa al cuore del Padre, questo lascia fluire su di noi lo Spirito del suo amore, il balsamo della sua misericordia. Roccia battuta dal colpo dell’orazione del Figlio, il cuore del Padre effonde su noi lo Spirito e lo dona rimanga con noi per sempre. Se riuscissimo a godere di questo mistero di amore sconfinato, di offerta incomprensibile per la mente umana, incontenibile per il cure nostro, dalle pareti troppo piccole e ristrette, per accogliere l’infinito amore di Dio in noi! Perché vivere nella tristezza, se lo Spirito di Cristo è con noi? Può esserci spazio allo scoraggiamento, se l’Ospite dolce dell’animo prende possesso in noi e ci rende abitazione e dimora di Dio? Gesù vuole che il suo Spirito, effuso dal Padre, per la sua supplica, rimanga con noi per sempre. dove allora la nostra docilità, la nostra disponibilità totale, il desiderio di assecondarne la presenza, favorirne l’azione, permetterne la grazia, facilitarne il fiorire, con la conversione del cuore e della vita? Lo Spirito rimane con noi sempre, questo deve spingerci ad invocazione continua, ad una indicibile gioia, un trasporto del cuore, una fiducia incondizionata in Lui. La sua presenza è vita e azione di vita, rimane con noi per agire in bene, per farci crescere in meglio, per spingerci ad essere qui ed ora Gesù per i fratelli, figli di Dio, che costruiscono la città terrena ad immagine di quella celesta. È definito un altro Paraclito, perché il primo nostro avvocato è Gesù (cf. 1Gv 2,1) e lo Spirito porta avanti la missione di Cristo, la completa, la perfeziona. È Lui aiuto e sostegno in ogni circostanza, rifugio nella necessità, il sempre sta ad indicare che il credente può e deve confidare nella sua forza, farsi portare dalla sua azione silenziosa e reale. Spirito di verità, è lo Spirito di Cristo-verità, lo edifica in noi, ci costruisce in creature nuove, ci edifica in tempio della sua gloria, testimoni ed annunciatori tra gli uomini della verità del Vangelo, della grazia dell’amore di Dio, della potenza della misericordia, che in noi fa meraviglie.

Mai orfani
Il Vangelo odierno proietta il nostro cuore verso la Pentecoste e rende ancora più intensa la nostra preghiera, per domandare il dono dello Spirito Santo, per chiederlo insieme a Gesù. Abbiamo, secondo quanto Lui stesso ci dice, un modo sicuro perché Egli lo chieda per noi: osservare la sua parola, mettendo a frutto il suo amore, manifestandolo nel mondo con la carità. Obbedire ai suoi comandamenti significa vivere nell’amore tra noi, donandoci amore, come ha fatto Gesù, lasciandosi portare dallo Spirito-amore che è ci svela in Gesù la verità di noi stessi, nell’amore ricevuto ed in quello donato. Mai orfani lo siamo per lo Spirito che abita sempre in noi e ci guida alle verità tutta intera e per la fraternità, nell’amore e nel dono, che Egli costruisce tra noi. La nostra preghiera sia perorata dall’intercessione della Vergine, l’onnipotente per grazia, Colei a cui nulla il cuore del Figlio rifiuta.