Pentecoste

Colmati di Spirito Santo

Commento al Vangelo di fra Vincenzo Ippolito ofm
DOMENICA DI PENTECOSTE (Anno A) – 28 maggio 2023

Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare.

Dagli Atti degli Apostoli (2,1-11)
1Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. 2Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. 3Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, 4e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
5Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. 6A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: “Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? 8E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? 9Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, 10della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, 11Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio”.


La Chiesa vive la gioia della pienezza della Pasqua il giorno di Pentecoste, quando il Risorto, asceso alla destra del Padre, mediatore dello Spirito Santo promesso, invia la potenza della sua vita, perché i discepoli sperimenti la forza del suo amare che salva. Dalla Pasqua di Cristo alla Pasqua della Chiesa è il cammino compiuto durante questo tempo di cinquanta giorni, perché il Signore effonde su di noi la vita, che Egli per primo ha ricevuto in dono dal Padre. La liturgia della Parola ci aiuta ad entrare nel mistero celebrato, perché lo Spirito vivifichi la nostra esistenza e ci rende, al pari degli apostoli, annunciatori del Vangelo e testimoni della resurrezione.

La Prima Lettura è tratta dal Libro degli Atti degli Apostoli (2,1-11) è narra l’evento della discesa dello Spirito su Maria e gli apostoli, raccolti nel cenacolo. Si tratta di un brano centrale, nella teologia di san Luca, perché diventa l’inizio della Chiesa. È lo Spirito che dona ai discepoli il coraggio di continuare la missione di Gesù Cristo, predicando il Vangelo del Regno e operando segni prodigiosi. Mentre con il Salmo 103, utilizzato in parte come Salmo responsoriale, cantiamo la grandezza di Dio in tutte le sue opere, perché è il suo Spirito che dona la vita all’intera creazione, nella Seconda Lettura (cf. 1Cor 12, 3b-7. 12-13), l’attenzione si focalizza sui carmi che arricchiscono la chiesa, il Corpo di Cristo, manifestazioni dello Spirito, per il bene comune. Nel Vangelo, invece, Gesù risorto dona il suo Spirito la sera del giorno di Pasqua, ad indicare che è un mistero unico la vita nuova del Signore e quella dei discepoli, per il medesimo Spirito che tutto rinnova.

La nostra preghiera si fa oggi più intensa e corale: Manda, Signore, il tuo Spirito e rinnova la terra. Il Padre non sarà sordo alal nostra preghiera, fatta nel nome di Gesù, per chiedere il dono del suo santo Spirito.

Insieme in attesa dello Spirito
Il racconto della discesa dello Spirito Santo, trasmessoci da san Luca, lega la sua prima opera, il Vangelo (cf. Lc 24.49), al libro degli Atti (2,1-11), mostrando uno stretto rapporto tra la promessa di Gesù, circa il dono dello Spirito e la sua realizzazione. In verità, la predicazione degli apostoli trova nella Pentecoste la sua forza, perché solo il dono del Paraclito li riveste di potenza dal’alto, rendendoli coraggiosi testimoni della resurrezione del Signore. Il dono dello Spirito, lo si comprende bene, non è per la santificazione personale e per alimentare una visione intimistica di fede, tutt’altro, è per rendere un cuor solo e un’anima sola la comunità dei credenti ed accompagnare la predicazione di Cristo, con parole di fuoco e segni incisivi, fino agli estremi confini della terra. È lo Spirito che ci rende Chiesa di Cristo, famiglia di Dio, è Lui che fa di genti disperse un popolo, di figli unici fratelli, annunciatori e testimoni della potenza di dio, in Cristo Gesù, per la vita del mondo.

Il libro degli Atti, al pari del Vangelo, si apre con un prologo (1,1-2), seguito da un raccordo letterario (1,4-5), che introduce la scena dell’ascensione (1,6-11). Il gruppo dei discepoli (1, 12-14) compie i suoi primi passi, sotto la guida di Pietro, eleggendo Mattia per sostituire Giuda (1,15-26). La descrizione lucana è asciutta, riportando solo alcuni degli eventi importanti della chiesa nascente, importanti nella dinamica dei racconti che seguiranno. Il nostro brano è ambientato il giorno di Pentecoste, la tradizionale feste giudaica che, cinquanta giorni dopo la pasqua, celebra il tempo della mietitura, a cui più tardi si aggiunse il ricordo del dono della Legge sul Sinai. L’evangelista dice che il giorno stava compiendosi, quindi ci si trovava al tramonto, un richiamo alla sera di Pasqua, quando il Risorto si manifesta ai suoi e dona il suo Spirito (Gv 20,19). Quando tutto sembra terminare per gli uomini, per Dio tutto inizia, come per i discepoli di Emmaus, che, riconosciuto il Signore, nello spezzare il pane, si mettono nuovamente in marcia, per raggiungere Gerusalemme (Lc 24,33), come in antico per Abramo al tramonto (Gen 15,12) sentì la voce del Signore e vide la fiamma di Dio passare tra gli animali divisi, quando era ormai buoi (Gen 15,17). Non siamo noi che decidiamo il tempo della manifestazione della gloria di Dio, i momenti nei quali sperimentare la sua grazia, il suo balsamo di guarigione, la sua presenza di pace. noi è dato di vegliare, perché non sappiamo quando Egli verrà e si manifesterà. Ma la veglia è fatta insieme, come Chiesa attendiamo, come comunità aspettiamo, sulla parola del Maestro, che il fuoco divino consumi il sacrificio della nostra volontà, come un giorno il giovenco preparato da Elia, sul Carmelo (cf. 1Re 18,38). L’attese può anche essere estenuante, il torpore che cadde su Abramo (Gen 15,12) può soggiogare anche noi, ma se siamo insieme, se insieme perseveranti nella lode e nella supplica, se insieme ci sosteniamo, il maligno non potrà farci male. la nostra forza sta nell’essere Chiesa, nel vivere in comunità, anche i momenti di dubbio e di difficoltà, al pari di Tommaso. E se il nostro brano non sembra specificare chi fosse coloro che si trovavano tutti insieme nello stesso luogo, lo possiamo capire da quanto precede “Tutti questi [Pietro e gli apostoli] erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e Maria, la madre di Gesù e ai fratelli di lui” (1,14). Quanto è importante la comunità in cui la nostra fede si nutre, la famiglia, in cui veniamo formati alla vita e alla fede, la fraternità per i religiosi, che in Cristo, sono una cosa sola! Può anche venire la notte della difficoltà, abbattersi i venti delle contrarietà, cadere la pioggia torrenziale della sofferenza, ma per chi è nella sala posta al piano superiore ogni cosa viene superata, anche le incomprensioni che possono sorgere al’interno, perché il Signore non dimentica i suoi, che attendono la sua visita di pace. Abbiamo bisogno di tempi e spazi di comunione e di fraternità, per fare esperienza del Risorto, per pregare e trovare forza dalla professione della medesima fede, attendere, fiduciosi la venuta dello Spirito che tutto rinnova. Chi ci rende uno è la parola di Gesù, la sua promessa, non sono i nostri buoni propositi, non è la nostra volontà, ma la sua presenza, la sua azione, la forza che discende da Lui.

Tutto è dono dall’Alto
Possiamo dividere il brano della Pentecoste in due parti: nella prima (2,1-4), è descritto l’evento della discesa dello Spirito, mentre nella seconda (2,5-11) l’attenzione è posta dall’Evangelista sugli effetti della presenza del Paraclito, nell’esistenza dei discepoli. A ben vedere, si tratta della dinamica della vita cristiana, scandita dal dono di Dio e da quanto Egli opera in coloro che si lasciano guidare dalla sua grazia. All’azione santificante dello Spirito, nella vita personale segue, infatti, la sua operazione, nell’edificazione del suo regno, tra gli uomini, attraverso l’annuncio del Vangelo. Lo Spirito opera in coloro che si lasciano da Lui condurre. La parola di Gesù, la sua promessa dello Spirito ha preparato il cuore dei suoi, illuminando la mente ad accogliere il suo dono, ma essi non sanno né possono immaginare ciò che la presenza dello Spirito comporterà in loro. I discepoli sanno che lo Spirito verrà, conoscono la parola di Gesù, la sua promessa, circa il dono del Paraclito, ma nulla di più. Da questo comprendiamo la Gesù ha detto ciò che i discepoli poteva intendere, riservando allo stesso Paraclito di svelare in pienezza la comprensione della volontà del Padre su di loro, attraverso la sua azione. Questo dice gradualità, secondo quanto Gesù aveva detto, nella sera della consegna: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future” (Gv 16,12-13). Il Signore porta il passo dei discepoli e dona di entrare nel suo mistero, secondo la loro capacità di comprenderne la portata e viverne le esigenze. Se Dio sembra che stia correndo o che rallenti la corsa, in realtà non è così, perché il suo amore lo porta a fare i giusti passi e a chiederci ciò che è meglio per noi e per la predicazione del suo regno, nel mondo.

Scrive san Luca: Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano” (2,2). L’avverbio di tempo – “all’improvviso” – sta a dire che a decidere è Dio, mentre l’uomo è chiamato a vivere lo stupore dinanzi al puro dono che viene dall’Alto. L’intervento di Dio è imprevedibile, non può essere calcolato dall’uomo. Questo perché Dio è libero di agire a suo piacimento. È Lui il Signore della vita e della storia, non perché dispoticamente gestisce ogni cosa, ma perché è Provvidenza e di ogni creatura si prende cura. Come il Verbo eterno si fece uomo “nella pienezza del tempo” (4,4), secondo il prestabilita disegno di come improvviso, ma per il Signore ogni cosa risponde al suo disegno d’amore, nella ricerca sincera del bene, nel desiderio di istaurare la sua signoria, che è la vera pace per l’umanità, la pienezza della gioia per ogni cuore in ricerca. Il fragore che si avverte è simile al vento impetuoso, quando sta per scatenarsi una tempesta, segni questi che fanno pensare alle grandi manifestazioni dell’antica alleanza, anche se qui la realtà è totalmente nuova, perché è lo Spirito del Risorto che abiterà nel cuore dei discepoli, è la vita del Signore, passato attraverso la morte, che li vivificherà, per renderli una sola cosa con Lui, animandoli, dall’interno, nel continuare la sua missione tra gli uomini. Il rumore, che viene “dall’alto”, ad indicare l’origine divina dell’evento che si sta descrivendo, è percepito dagli astanti nella sua forza, al punto tale che il luogo dove si trovano si riempie del suo fragore. Non percepiscono il vento, ma il frastuono assordante che riempie la stanza dove stavano”, specifica l’autore – letteralmente “dove erano seduti” – che, oltre ad indicare un’azione duratura, mostra che la postura di quanti si trovano insieme è un tipico atteggiamento di preghiera, abituale nella sinagoga. La sala che si riempie è figura della Chiesa, dove lo Spirito continuamente aleggia ed attende di scendere potente e dolce nel cuore dei fedeli, che lo attendono oranti. Dio si dona a chi lo attende nella lode e nella supplica, nella preghiera, proprio come Gesù nel battesimo, su cui lo Spirito scende mentre “stava in preghiera“ (3,21).

Al fenomeno acustico del fragore si unisce poi quello visivo “apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro” (2,3). Anche qui il fuoco richiama le manifestazioni divine dell’Antico Testamento ed il parlare di lingue anticipa il dono che gli apostoli vivranno in seguito, annunciando il Vangelo. Il dono dello Spirito, che è uno, discende su ciascuno a dire che lo Spirito è dato al singolo. L’unico dono si divide poi su tutti a dire quanto Paolo in 1Cor 12 chiarirà nel rapporto tra carisma personale e crescita della comunità. Ricevi lo Spirito nella comunione e per la comunione, nella Chiesa e per la Chiesa, perché la famiglia dei credenti in Cristi cresca ed il suo gregge si espanda. Il dono che tu ricevi non è poi in antagonismo con quello dell’altro, ma provengono da una stessa sorgente e portano all’attuazione della medesima missione. Lo Spirito fa unita, perché segno di unità, genera comunione, perché viene dalla comunione delle Tre divine Persone.

Su questo aspetto è bene chiedere sempre la luce del Signore. Il dono dello Spirito concesso al singolo non è mai in opposizione a quello della comunità o dell’altro fratello. Tutti i doni hanno la loro significatività, perché sono presenza dello Spirito di dio in noi. La gerarchia dei carismi è in ordine non di importanza, ma di servizio, per cui ad un dono singolo corrisponde sempre un ministero nella chiesa, per il mondo. Se non si considera questa realtà, lo Spirito viene snaturato e la sua presenza è sciupata, mortificata nella sua forza, depotenziata nella sua azione in noi etra noi. Quanto è importante percepire le nostre comunità come il luogo dove lo Spirito, atteso nella preghiera, vien in potenza! Quanto è bello vivere in famiglia e nelle comunità religiose sapendo che quello spazio umano è abitato da Dio, il suo amore ci unisce, la sua carità ci anima, il suo fragore abita le nostre parole, i dialoghi e le sonore risate, che sono il segno della pace dell’anima e della ricerca di vivere insieme, nella lode di Dio e nella ricerca, gioiosa responsabile, della sua volontà. Quanto è arricchente non sentire che il carisma dell’altro non è rubato ne, che la lingua di fuoco scesa su di me non è dalla fiamma meno intensa di quella ricevuta dall’altro. Ogni dono è concesso “per l’utilità comune” e se i talenti non vengono vissuti in questo spirito, non costruiamo noi stessi, non il regno di Cristo, edifichiamo i nostri rapporti, non le relazioni in Lui, che dona energie d’amore, purificando l’egoismo e facendo crescere in noi l’eroicità dell’essere disposti a dare la vita, come Cristo, per i fratelli.

Dono concesso in pienezza
Scrive san Luca, chiosando la prima parte del brano tutti furono colmati di Spirito Santo (2,4a). Il luogo riempito dal fragore vede i discepoli colmati del dono dall’Alto, attraverso le lingue di fuoco, scese su ciascuno di loro. L’espressione è delle più belle, perché dice ciò che lo Spirito di Dio opera in noi. Con molta probabilità Luca con “tutti” vuole indicare i centoventi (1,15) radunati e concordi, mentre in seguito (2,14) si concentrerà sugli apostoli quali testimoni della resurrezione. È importante notare che nessuno è escludo dal dono di Dio, a specificare che “Presso Dio – diceva [san Francesco] – non vi è preferenza di persone, e lo Spirito Santo, ministro generale dell’Ordine, si posa egualmente sul povero e il semplice” (2Cel 193: in FF 779). Il dono dello Spirito è concesso a tutti e ciascuno è invitato a farlo fruttificare, secondo le sue capacità e i differenti tempi di maturazione che permettono, conseguentemente, una crescente azione della potenza del Dio. Scrive san Paolo “Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti” (1Cor 12,4-6). Nessuno deve quindi credere che non abbia ricevuto dal Signore dei doni, perché a ciascuno Dio ha generosamente elargito dei talenti da far fruttificare. Come Dio “è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze” (1Cor 10,139, così i suoi doni sono proporzionati alle capacità che ciascuno ha per farli trafficare. Nessuno quindi può dire che Dio non gli abbia concesso la sua grazia e con Lui la presenza dello Spirito non accompagni il progressivo cammino di maturazione della fede e di testimonianza della carità.

Il dono del Risorto è comunicato a tutti e rende tutti “colmati di Spirito Santo”. La pienezza di Dio riempie i discepoli, come il rumore la sala e, in antico, la gloria del Signore il tempio di Gerusalemme (cf. 1Re 8,10-11). Pienezza nel dono e pienezza nell’accoglierlo. È lo Spirito che li riempie di sé, Dio stesso che entra potentemente in loro, l’amore del Padre e del Figlio che li abita, la vita del Signore risorto che dimora in ogni fibra del loro essere. Il verbo riempire/colmare sta a dire che non c’è in loro spazio che non venga irrorato dalla potenza dell’altissimo, come in Maria, tutto è abitato dallo Spirito di vita, che rende carne il Verbo. Tutto ciò che è nell’uomo viene visitato da Dio, la mente ed il cuore, gli affetti ed i sentimenti, la capacità e i desideri, lo Spirito li avvicina, li carezza e, trovandoli docili, compie quella mistica unione che ci rende capaci di fare tutto in Lui, nella sua grazia e nel suo amore, nella sua forza e con la sua energie. Se nulla è impossibile a Dio, in noi tutto realizza Lui, che ogni cosa può, rendendoci partecipi della sua onnipotenza d’amore. Nei discepoli nulla è lasciato privo della sua azione potente, senza la grazia della sua abitazione continua. Se lui ci colma di sé, non siamo mai soli; se Lui è con noi, non dobbiamo temere nulla; se ci amina e parla nel segreto del cuore, lasciamoci guidare; se sta in silenzio, attendiamo che parli; se ci muove alal preghiera, assecondiamolo, se ci spinge verso gli altri, seguiamolo; se, come Elisabetta, ci fa riconoscere nei fratelli la sua azione, scacciamo, con la sua forza, ogni invidia e lodiamo Lui, che opera meraviglie in tutti; se ci anima al canto, come Maria, lasciamo che moduli le nostra voce ora da solisti, ora con i fratelli, come gli spiriti celesti, che nell’Apocalisse, cantano la gloria di Dio e dell’Agnello.

Gustiamo la dolce presenza dello Spirito in noi. La sua venuta è un puro dono di grazia, che postula da parte nostra totale disponibilità e piena docilità di mente, cuore e corpo. Non dipende da noi la sua venuta, al massimo la sua accoglienza, perché Egli è libero, nel suo rivelarsi, liberissimo, nel suo donarsi. Se non possiamo conoscere i tempi ed i modi, possiamo però predisporci ad accoglierlo, a fargli spazio in noi, a aprire il cuore alla sua potenza d’amore, la mente alla luce dell’intelletto suo, la vita a quella divina forza, che ci fa essere continuatori della missione di Cristo, con parole potenti e segni eloquenti. Il bene delle nostre azioni lo opera lo Spirito di Dio. Dove Lui non c’è, al posto dell’amore suo, c’è l’amor nostro, invece del suo regno, c’è il nostro compromesso, al volere del Padre si sostituisce il nostro e al suo costruire nell’umiltà e nella serenità, c’è il nostro edificare fazioni e divisioni. Quanto comprenderemo che la potenza dello Spirito è l’agente della nostra vita di discepoli e testimoni del Risorti nel mondo, ci affideremo, come Maria a Lui, con il suo stesso Eccomi.

Dalla contemplazione all’azione
Il segno che lo Spirito abita il cuore dei discepoli è la missione, la capacità di annunciare il Vangelo, di vincere la naturale paura e di vivere, con coraggio, la sfida dell’evangelizzazione. Le lingue di fuoco, scese su di loro, devono diventare capacità insopprimibile di predicare la buona Novella e di poter dire con Paolo “Guai a me, se non predicassi il Vangelo” (1Cor 9,16). È il rapporto con gli altri, amati con la forza di Dio, serviti come Gesù, il cui bene è cercato anche a costo della propria vita, il segno che lo Spirito abita in noi. La Forza del Risorto non compie salti, ma ci guida gradualmente nella vita nuova, non ci rende eroi e santi all’improvviso, ma ci accompagna in un cammino di abbandono a Dio e alla sua grazia di trasformazione. Lo Spirito di Cristo che lo ha guidato alal consegna, ci conduce ad arrenderci all’amore, a credere all’amore, a far agire in noi l’amore. Dove lo Spirito giunge, consuma le resistenze alla grazia, con la forza dell’amore e rende possibile la consegna alla sua volontà. Lo Spirito porta a sperimentare l’amore, a sentirsi amati e quanto il Padre chiede nel Figlio suo, crocifisso e risorto, trova la totale disponibilità da parte di chi ha vissuto e vive l’amore, perché così grande è l’amore che si riversa in noi, trasformante la sua azione, gioiosa la sua presenza, graziosa la sua dimora, dolce la sua inabitazione, che è impossibile opporsi al suo fuoco e non venire investito dal suo vento di rugiada. E questo non perché Egli si imponga, ma perché è così dolce e beatificante la tua azione e in Lui solo, nel suo abbraccio ci sei sente a casa, avendo Lui nel grembo, nella mente e nell’animo, in ogni fibra dell’essere ci si sente profondamente e veramente realizzati, perché lo Spirito di Cristo, conformandoci a Lui, ci rende sua immagine e somiglianza. Quando Lui è con noi, la nostra naturale debolezza, la strutturale povertà diventa il luogo del suo rivelarsi, lo spazio deve la sua onnipotenza opera meraviglie di grazia.

Tutto nella vita cristiana è opera del Consolatore e quanto più avvertiamo in noi la dolcezza del suo amore ed il trasporto della sua vita, maggiore sarà la disponibilità offerta a vivere con Lui la nostra sequela e a diventare annunciatori e testimoni della salvezza che solo l’amore del Risorto concede.