Da Cristo la vita che ci rende pane per i fratelli

Commento al Vangelo di fra Vincenzo Ippolito ofm
SS. CORPO E SANGUE DEL SIGNORE (Anno A) – 11 giugno 2023

La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,51-58)
51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. 52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. 53Gesù disse loro: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.


Lo sguardo amoroso e adorante della Chiesa è polarizzato sul mistero del Corpo e Sangue del Signore Gesù Cristo. Celebrata in Francia, nella diocesi di Liegi, fin dal 1247 per avversare le eresie sulla Presenza reale di Cristo nel mistero eucaristico, la festa del Corpus Domini fu estesa a tutta la Chiesa da papa Urbano IV nel 1264, dopo il miracolo avvenuto a Bolsena. In questo paese del centro Italia, l’anno precedente, un sacerdote boemo, Pietro da Praga, si fermò, di ritorno da Roma, nella chiesa di santa Cristina per celebrare la santa Messa. Giunto al momento della consacrazione, preso dal dubbio sulla Presenza reale di Cristo nel Pane e nel Vino, vide che dall’Ostia iniziavano a stillare gocce di Sangue. Confuso, avvolse nel corporale l’Ostia consacrata e scappò in sacrestia, mentre oltre ai lini dell’altare, il sacro Sangue macchiò le pietre del pavimento. Il duomo di Orvieto fu costruito per celebrare l’evento prodigioso e conservarne le preziose reliquie, mentre la festa liturgica da allora istituita ci ricorda la centralità dell’Eucaristia, fonte della vita e della missione della Chiesa.

Come la scorsa domenica, festa della santissima Trinità, il mistero che celebriamo oggi ci porta a meditare il mistero di Cristo che, nell’Eucaristia, diventa per noi Pane e Vino di salvezza. Le letture bibliche sviluppano oggi un ideale cammino dal deserto della nostra vita dove, come il popolo d’Israele (cf. Prima Lettura, Dt 8,2-3. 14b-16a), siamo chiamati a sperimentare la tenera cura e la premurosa custodia di Dio, all’essere un corpo solo (cf. 1Cor 10,16-17) perché è questo il senso del nostro nutrirci del Signore, vivo e vero nei segni sacramentali, come ci insegna lo stesso Gesù nel brano del Vangelo secondo Giovanni.

A differenza dei Sinottici, il Discepolo amato, nella cornice dell’ultima cena, riporta non l’istituzione dell’Eucaristia, ma la lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-20), preferendo, durante il ministero pubblico di Gesù far seguire alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, la grande catechesi sul Pane di vita. Gli eventi narrati occupano un intero capitolo, il sesto, facilmente divisibile in più quadri. Nel primo siamo sulla riva del mare di Galilea, a Tiberiade. Gesù è circondato da molta folla che ascolta la sua parola ed è sfamata dalla prodigiosa moltiplicazione dei cinque pani d’orzo e dei due pesci (cf. Gv 6,1-13). Nella seconda scena, il Maestro, fuggito sul monte per evitare che lo facciano re, fraintendendo il significato della sua missione (cf. Gv 6,14-15), raggiunge i discepoli, camminando sul mare (cf. Gv 6,16-21). Nel terzo quadro il Maestro ricomincia ad insegnare, volendo condurre i suoi ascoltatori a comprendere il senso vero del segno dei pani moltiplicati (cf. Gv 6,22-66). A questa sezione appartiene il nostro brano (cf. Gv 6,51-58) che sarebbe la parte finale del discorso di Gesù, cui segue l’allontanamento scandalizzato di molti e, di contro, la professione entusiasta di Pietro che chiude la scena (cf. Gv 6,67-71). Per chi visita la Galilea, Cafarnao è una tappa significativa del viaggio in Terra santa perché rappresenta lo scenario dell’inizio della predicazione di Gesù, come ci viene descritta dai Vangeli. Tra i reperti archeologici – uno dei più importanti è costituito dalla casa di Pietro – spicca la sinagoga dove, stando alla localizzazione offertaci da Giovanni (cf. Gv 6,59), il Maestro avrebbe pronunciato il noto discorso sul pane di vita. La discussione tra Gesù e i Giudei sembra rispondere allo schema classica della disputa o diatriba. Mentre il Nazareno cerca di insegnare la via nuova che con il mistero della sua vita è venuto ad aprirci, i suoi interlocutori non intendono e non vogliono intendere il suo insegnamento, ma questo non frena il Signore dall’offrirsi come pane che sfama e bevanda che smorza ogni arsura.

La lettura orante del brano ci conduce a notare, prima di tutto, la capacità che Gesù vive di rivelarsi in un contesto totalmente ostile, attraverso il dialogo cercato ed attuato. Anche sei Giudei non vogliono e rifiutano ogni possibile confronto anche con parole violente e mordaci, proprio come avviene a Cafarnao, Cristo non si ritrae dal comando che ha ricevuto dal Padre. La parola ricopre nella vita pubblica del Signore un’importanza determinante perché ad essa, così intimamente unita ai gesti, è affidata la capacità di rivelare l’identità del Figlio di Dio fatto uomo. Gesù nella parola si dona, affida alle parole umane la possibilità di comunicare chi Lui è e il perché del suo incarnarsi. Egli usa le parole non per confondere chi lo ascolta, tantomeno per celare verità che non si vogliono palesare, perché scomode. Il Cristo lascia che la parola sua riveli, secondo la capacità che Dio creatore ha dato al linguaggio umano, il mistero della sua vita, la profondità del suo essere Dio e uomo insieme. La parola per essenza sua rivela e in Gesù svela ciò che Egli è – il figlio di Dio umanato – il motivo del suo dimorare tra gli uomini – donare la salvezza– il mistero dell’uomo che senza di Lui rimane per se stesso un enigma incomprensibile. Il Nazareno utilizza la parola per svelare e svelarsi, diversamente da noi, il suo dire illumina mente e cuore, rischiara i passi incerti, donando la certezza di ricreare ogni cosa. Come per la parola del Signore furono fatti i cieli e con il soffio della sua bocca ogni loro schiera (cf. Sal32,6), così Cristo con la sua parola ricrea, combatte il male che ha messo radici nel cuore dell’uomo, chiama alla conversione chi è incallito nella colpa, guarisce gli infermi e comunica la potenza della sua misericordia a cui nulla è impossibile. La parola di Cristo ha in sé la capacità di creare e ricreare, svelare e aprire orizzonti nuovi, mostrare la verità e chiamare ogni creatura a vivere nella volontà del Padre. Lascia stupiti il notare che Gesù fa questo con tutti, nessuno viene escluso dal suo parlare limpido e cristallino. Egli non conosce la mormorazione, né la doppiezza, il sarcasmo gli è estraneo, il riso beffardo di sfida è avverso al suo cuore, la sfida e l’offesa contrario al suo animo. L’uso della parola in Gesù risponde al bene, al bello e al vero, anche quando dinanzi a sé c’è chi deliberatamente sceglie il male, segue il turpe, persegue la menzogna, con la segreta certezza di operare in nome di Dio, strumentalizzandolo.

Cristo pane della vita per tutti
Il brano evangelico di oggi ci dona una delle autorivelazioni più belle del quarto Vangelo, nella quale Gesù dice: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo (Gv 6,51). Sembra, infatti, che il Discepolo amato voglia condurre i suoi lettori ad entrare progressivamente nel mistero del Verbo incarnato e, attraverso la sua Pasqua, nell’abbraccio misericordioso del Padre che ci rende, per la forza del suo Spirito, testimoni di grazie e di perdono tra gli uomini. Gesù per rivelare la sua identità di Figlio di Dio si serve di immagini desunte dalla vita quotidiana, già utilizzate nell’Antico Testamento. Mentre i Sinottici fanno largo uso delle parabole che rivelano e nascondono ad un tempo, perché è sempre la fede che permette di comprendere la Parola del Signore, Giovanni si rifà continuamente al cammino del popolo d’Israele che diviene modello di ogni itinerario di fede. Acqua, luce, pane sono le categorie che vengono riprese dall’Autore che vuol mostrare come Cristo non sia una realtà aggiunta all’uomo, ma rappresenti il dono necessario perché ogni sua creatura viva in pienezza la sua vita e sperimenti la realizzazione e la gioia del cuore. Come vivere senza luce? Persino le piante, al buio dopo un certo tempo muoiano. Come vivere senza acqua? Questa sorella – come la chiamava san Francesco nel Cantico di frate Sole – è così utile et humile et pretiosa et casta che c’è forse qualche creature che ne possa fare a meno? E il pane, elemento alla base dell’alimentazione del popolo d’Israele, è il nostro quotidiano sostentamento. Attraverso queste immagini il Maestro vuole far comprendere ai suoi ascoltatori, in un ideale cammino di approfondimento della relazione amorosa con Lui, che Dio è realmente necessario, anzi indispensabile per la vita dell’uomo. Non possiamo vivere senza Dio, senza Cristo non possiamo far nulla, Egli stesso lo ricorda (cf. Gv 15,8) perché noi accogliamo questa verità fondamentale della nostra vita che tanto faceva scandalo ai nostri progenitori da spingerli alla ribellione e alla superbia. Lo ricorda Luca, per bocca di Paolo “in Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). Dobbiamo dircelo più volte nella nostra giornata, senza Cristo non possiamo vivere, senza di lui non c’è nulla di buono e di santo. È necessaria la sua presenza, insostituibile la sua azione, essenziale la sua grazia, imprescindibile la sua bontà misericordiosa su di noi. Solo se accogliamo Gesù come nostro Signore, se lo amiamo come nostro Dio, lo avvertiamo come nostro compagno di viaggio, gli parliamo come al migliore amico che mai ci tradirà, solo allora la nostra fede sarà in grado di operare meraviglie.

Cristo dice “Io sono il pane della vita” ovvero tu hai bisogno di me come del pane che ti sfama e ti sostiene, sono alla tua portata come quell’elemento che sulla tua tavola non manca mai, sono nelle tue mani come il frutto della terra che tu mangi perché nutra la vita che hai ricevuto dal Padre. Come non puoi fare a meno del pane così non puoi fare a meno di me. Anche se tu non lo pensi, anche se non lo vuoi spesso riflettere e credere, è così: io sono per te il pane che ti vivifica e ti sfama nel cuore, l’amore che rasserena le tempeste dell’animo tuo. Io sono – quale formula solenne è questa sulle labbra di Gesù che, in tal modo sta a dire, che Egli è il Dio dell’esodo, quello che si presentò nel roveto a Mosè e si lasciò da lui vedere solo alle spalle – sì, io sono, dice il Maestro, e poi aggiunge – il pane. L’amore si nasconde, l’amore non solo è umiltà, ma accoglie di buon grado l’umiliazione, perché è dimentico di sé e proteso al bene dell’altro. Chi ama, si fa mangiare, senza battere ciglio perché ha gioia dall’energia che dono all’amato, pur se questo gli procura la morte. Pane vivo è Gesù perché capace non solo di sostenere la vita che noi già abbiamo, quella materiale, ma di comunicarci una vita, quella divina, che non abbiamo, ma che per grazia da lui, agnello immolato per noi, riceviamo. Mentre il pane della nostra mensa sostiene la vita umana, Gesù, pane di vita, ci comunica una vita che noi non possediamo per essenza. Cristo è pane e ci dona la sua vita e senza di Lui che è il mediatore unico e perfetto, non possiamo accedere a Dio. Ecco perché in seguito Gesù dirà che è necessario mangiare il suo corpo e bere il suo sangue per avere in noi la vita (cf. Gv 6,53), la sua vita, il suo amore, la sua grazia, la sua tenerezza, il suo perdono.

Avere in noi la vita, è questo il motivo per cui ci accostiamo all’Eucaristia e dovremo farlo il più spesso possibile, anche ogni giorno, potendo. Avere la vita di Gesù in noi è divenire tempio vivo del suo Spirito, non solo contenerlo come in un vaso, ma lasciare che la sua fragranza si espanda nelle nostre opere. Nutrendoci del Corpo e Sangue di Cristo noi assimiliamo la sua vita, immettiamo in noi il principio di una vita diversa, alternativa rispetto a quella ribelle ricevuta da Adamo ed Eva. Come un bambino cresce nel grembo della mamma grazia a quanto da lei riceve, così nella Chiesa noi cresciamo assimilando la vita di Cristo e lasciando che lo Spirito ponga in noi la sua abitazione e dimora. Purtroppo – ciascuno deve fare il proprio amaro mea culpa – la troppo superficialità con cui ci accostiamo all’Eucaristia, la poca attenzione che mettiamo nel partecipare alla Liturgia della Parola che ci prepara all’intimità eucaristica, le distrazioni durante il canto di comunione sono le cause ricorrenti di un’assimilazione mancata o poco attuata. Il Pane eucaristico non solo contiene Dio, ma ci comunica la sua forza e il suo coraggio, la determinazione nel bene, l’energia per compiere la volontà del Padre e per spezzare la nostra vita nel servizio dei fratelli. L’Eucaristia è Gesù in noi e per noi, baluardo di difesa contro le tentazioni, rocca sicura contro le tribolazioni, antidoto nello scoraggiamento, corazza per combattere i dardi della disperazione. L’Eucaristia è la grazia onnipotente di Cristo a nostra totale disposizione perché, se lo riceviamo con fede, è Lui a combattere in noi, è Lui a sostenerci nella prova, è Lui che addestra le nostre mani alla guerra, le dita alla battaglia, è Lui che ci spinge al perdono e al farci servi dei fratelli, perché Gesù in noi può fare meraviglie se noi gli diciamo, al pari di Maria, il nostro Eccomi.

I miracoli dell’amore
Le parole del Discepolo amato ci conducono all’intimità della comunione trinitaria, perché è nel cuore del Padre che il Figlio, mai geloso del suo essere Dio, vuole condurre ogni suo discepolo. Mentre i Giudei mormorano e si chiedono come possa il Nazareno dare la sua carne da mangiare – l’uomo si ferma sempre all’apparenza e non riesce a penetrare il mistero di Dio, se non rinasce dall’Alto – il Maestro affonda maggiormente nel suo cuore la parola da donare ai suoi interlocutori. È questa la dinamica che Gesù sempre dona, più l’uomo si ritrae per i motivi più vari e più il Signore si dona a lui in pienezza. Diverso da noi che, rifiutati, scappiamo, Cristo rimane nella relazione – quante volte noi, invece, andiamo via e ci rifugiamo dove sappiamo di poter leccare le ferite delle nostre delusioni, convincendoci di essere dalla parte della ragione! – Gesù continua ad essere fedele alla parola ricevuta dal Padre e da Lui accolta in totale e filiale obbedienza. A noi è chiesto di non imboccare la strada dei Giudei e di accogliere la parola di Cristo che libera e salva ogni uomo, aprendoci a vivere in pienezza nella volontà del Padre.

Il discepolo che obbedisce a Gesù, accogliendo la sua parola, mangiando la sua Carne e bevendo il suo Sangue, assimila la sua vita e progressivamente fa spazio al suo Spirito, l’amore che sempre ha sostenuto Cristo nella sua esistenza ed entra in quella relazione intima con Lui che è modellata sul rapporto che il Figlio di Maria vive con il Padre. Egli stesso lo dice, in maniera chiara “Come il Padre che ha la vita ha mandato me ed io vivo per il Padre, anche colui che mangia di me, vivrà per me” (Gv 6,57). Come Gesù tutto riceve dal Padre, orientando a Lui e alla sua volontà ogni sua scelta, come il Figlio è sempre proteso al Padre e vive grazie alla vita che gli comunica, all’amore che effonde in abbondanza nel suo cuore, così il discepolo che si nutre di Cristo nell’Eucaristia è invitato a vivere una relazione profonda con Lui e a ricevere quella vita divina che lo immette nel vortice dell’amore trinitario e lo fa partecipare a quell’amore ricevuto e donato che non è chiuso in sé, ma aperto agli altri. Mediante l’Eucaristia, io sto a Cristo, come Cristo sta al Padre, è questa la formula che la comunione eucaristica innesca in noi. Se riuscissimo ad essere consapevoli dell’onnipotenza dell’Eucaristia nella nostra vita! Gesù vive in me e mi porta a quella vita di intima comunione e di offerta che Egli ha vissuto qui in terra con il Padre e che dall’eternità sperimenta sul suo cuore palpitante di amore. Si tratta del mistero della reciproca immanenza – Gesù vi ritornerà nell’ultima cena “Io in loro e tu in me perché siano perfetti nell’unità”, Gv 17,23 – per questa straordinaria e misteriosa reciproca immanenza io sono unito a Cristo, come il tralcio alle vite e Cristo è unità al Padre, nella volontà e nell’operosità. La linfa che tutti permea è lo Spirito dell’amore che ci sostiene, ci abita e interiormente ci muove a perdere la nostra vita per i fratelli.

Quando mi accosto all’Eucaristia, nutrendomi durante la Messa del Corpo e del Sangue del Signore, dopo aver partecipato alla mensa della parola – mai separare le due parti della celebrazione, che si richiamano vicendevolmente –  Cristo mi chiede di essere come Lui, di vivere la stessa relazione che Egli vive con il Padre, di essere sua immagine e somiglianza. Noi sentiamo le vertigini di questa chiamata del Maestro. Essere come Lui in tutto, riflettere in noi la relazione amorosa ed obbediente, filiale ed oblativa che Egli vive con il Padre ci fa tremare. Tutto fa lo Spirito-amore in noi, quando con fede ci nutriamo dell’Eucaristia. È possibile vivere grazia a Cristo, a Lui orientando tutto di noi stessi. È possibile assimilare la sua vita, fare posto alla sua parola, sempre perché lo Spirito ci conduce a essere come Gesù, prendendolo a modello della nostra vita. È il Paraclito che ci rende capaci di tradurre l’amen che diciamo quando ci viene presentato il Pane consacrato – il Corpo di Cristo, dice il sacerdote quando riceviamo l’Eucaristia – in scelte che hanno la stessa radicalità del Figlio che vive del Padre e non si lascia sedurre da proposte allettanti che non conducono se non nella valle della morte, lontani da Dio e dal suo amore. Io sto a Cristo, come Cristo sta al Padre. L’Eucaristia deve trovare in me la volontà docile di entrare in questa circolarità d’amore, per essere la presenza del Signore Gesù nel mondo di oggi

È l’amore a permettere questa reciproca immanenza, amore tra Padre e Figlio, amore tra Gesù e noi.  È questo che dobbiamo ripeterci stando in adorazione davanti all’Eucaristia – come si può dire di amare Gesù e di ricevere forza da Lui senza trascorrere del tempo, almeno un’ora in adorazione ogni settimana? – perché ciascuno viene trasformato in colui che contempla, sotto la forza dell’amore che nutre. La forza della nostra trasformazione in Cristo, la potenza del nostro assimilare la vita di Gesù, la grazia che fa morire il nostro egoismo, lasciando che l’io irredento – quello simile ad Adamo ed Eva – venga purificato e viva nella relazione vitale con l’Io di Cristo, è lo Spirito Santo. Come tutto nella vita di Cristo è opera del Paraclito, così in noi la vita di grazia è frutto dello Spirito che si muove in noi e ci guida a formare Cristo in noi (Gal 4,19). L’Eucaristia ci dona la potenza della vita di Gesù che è lo Spirito Santo. È Lui l’agente della nostra trasformazione, è Lui il segreto del nostro vivere come Gesù, donandoci agli altri senza riserve, come Gesù ci insegna.

Dall’Eucaristia impariamo cosa significa vivere come sposi l’uno per l’altro ed amare in totalità le persone che il Padre ci ha affidati. Il Pane ed il Vino è il segno di come la nostra vita deve essere vissuta, nell’intimità e nel servizio, nella comunione e nel dono, nel silenzio e nell’offerta. Gesù, pane e vino di salvezza, nutre il nostro desiderio di essere come Lui e di entrare nella terra della storia come il sale che dona senso e sapore. Nell’Eucaristia abbiamo la sorgente della nostra vita e la fonte per continuare a sperare nella forza trasformante e trasfigurante dell’amore. Non i sensi, ma la fede, provano questa verità, dice san Tommaso d’Aquino nella sequenza per la solennità odierna. La fede ci sostenga nell’incontrare Gesù vivo e vero nei segni umili dell’Eucaristia e ci doni forza perché anche la nostra vita, affidata allo Spirito come il pane ed il vino sull’altare, divenga il pane che sfama e la bevanda che disseta ogni nostro fratello.