XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
Lc 12,49-53
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
Parola del Signore.
Omelia R.P. Vincenzo Ippolito:
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Versione testuale
Il Signore conceda a tutti quanti noi la Sua grazia e la Sua pace.
Ancora abbiamo negli orecchi, nella mente e nel cuore il caldo invito che Gesù, il Maestro e il Signore, la scorsa domenica ha affidato ai Suoi discepoli e, attraverso la pagina del Vangelo, anche a noi: Non temere, piccolo gregge, perché al Padre mio è piaciuto dare a te il suo regno.
Siamo il piccolo gregge. La Parola del Signore, la Sua presenza, fuga la paura, lo scoraggiamento, e fa regnare in noi la certezza che Dio è Padre, ricco di misericordia. E così come ama il Suo Figlio Gesù Cristo, ama anche noi e ci sostiene nelle piccole e grandi situazioni della nostra quotidianità. Proprio perché il Signore ci custodisce come un piccolo gregge, la Parola della liturgia di oggi serve a continuare ad infondere fiducia e speranza al nostro cuore inquieto. È vero, Gesù semina la Sua parola ogni domenica e ogni giorno cerchiamo di interiorizzare la Sua grazia e di seguire il Suo esempio. Ma un nemico viene sempre per spargere la zizzania nel buon campo dove il Signore ha messo a dimora, nella terra, il suo seme buono. Per questo abbiamo continuamente bisogno di rifocillarci alla sorgente della salvezza che è il cuore del Salvatore. Abbiamo bisogno di leggere e rileggere come Francesco il libro della croce di Cristo, nutrendoci della Parola e dell’Eucaristia perché la Sua grazia possa, dimorando in noi, renderci delle creature nuove.
Ma nel momento in cui il Signore ci consola, ci dona anche di comprendere la verità della nostra vita. Siamo noi solitamente che quando viviamo la consolazione e doniamo consolazione cerchiamo di mitigare la durezza delle nostre parole e talvolta le nascondiamo. Gesù, invece, nel momento in cui ci consola ci dona la dolcezza del Suo amore perché la realtà non ci sia di scandalo e la radicalità del Vangelo che Egli ci chiede e vive continuamente fino al mistero della Sua Pasqua possa essere continuamente sostenuto dall’amore del suo cuore ricco di ogni bontà.
Siamo il piccolo gregge, è vero, e la Parola del Signore ci chiede continuamente di crescere nel suo amore e di considerare che nelle nostre mani c’è il suo regno, un regno da costruire, a volte con sacrificio, altre volte con gioia, ma sempre nella sicura speranza che Cristo è in mezzo a noi, ci sostiene con la Sua grazia, ci nutre con la Sua misericordia e converte la nostra vita per un futuro di bene.
La liturgia della Parola di oggi, volendo infondere speranza al cuore nostro in tumulto, ci dona un ritmo significativo e bello. È come se la Chiesa ci dicesse: tu sei come il profeta Geremia, che vive circa 600 anni prima della nascita di Gesù. Il profeta annuncia la salvezza, ma ci sono alcuni che tramano contro di lui e lo fanno cadere in disgrazia, lo condannano alla prigione, lo fanno scendere in una cisterna che non contiene acqua, dove i suoi piedi affondano nel fango. Il re se ne lava le mani, ma c’è un giusto che si mette dalla parte di Geremia e intercede presso il re, perché venga salvato dalla fame, dalla disperazione e dalla morte sicura. Sì, noi siamo proprio come il profeta. Ci sono nella nostra vita profeti di sventura che cercano continuamente di tramare contro di noi e di mettere a morte la nostra vita, i nostri pensieri, i progetti e i sogni che abbiamo, ma nella nostra esistenza il Signore ci manda sempre degli angeli che ci consolino e ci portino sempre a sperare, anche quando sembra che non abbiamo speranza perché il Signore, anche quando contro di noi si accampa un esercito ci salva, perché la sua mano non si è raccorciata e la sua misericordia continuamente si mostra a noi così che Egli possa essere il nostro Salvatore e il nostro Liberatore, colui che ci scampa dagli assalti del male.
Ma il vero Geremia, ci viene presentato così dalla pagina odierna del Vangelo, è Gesù Cristo: anche Lui nell’ora della sua Passione vivrà la difficoltà di essere abbandonato da tutti, ma Egli non ha soltanto un angelo, come l’Evangelista Luca ce lo presenta nel Getsemani. Egli sa di poter confidare nell’abbraccio del Padre che lo salva dalla disperazione e dall’angoscia e gli dona, dopo la consegna all’abbraccio della Croce, la gioia radiosa della Resurrezione.
L’autore della Lettera agli Ebrei ci ricorda proprio la pietà di Gesù. Infatti nei giorni della Sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti gride e lacrime – scrive l’autore ispirato – a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per il suo pieno abbandono.
Come Geremia, anche Gesù si abbandona al Padre e viene salvato non dalla morte, ma dalla disperazione del cuore, dall’angoscia dell’animo e l’obbedienza fiorisce nella vita dopo la morte in quella esistenza che non avrà mai fine, perché Egli è il primogenito di ogni creatura e in Lui anche noi sappiamo dopo la morte di trovare una vita che non avrà mai fine. Questo significa, come ci dice la seconda lettura che dobbiamo avere lo sguardo fisso su Gesù Cristo: è Lui che completa e perfeziona la nostra fede e più noi siamo con l’occhio fisso su di Lui, più le persecuzioni e le angosce cadono, più noi siamo circondati da un numero considerevoli dei testimoni della fede e di fratelli e di sorelle che vivono con noi il Vangelo. Questa è la Chiesa: la comunità di coloro che, mettendo al bando ogni peccato, sono interiormente portati dallo Spirito Santo a tenere fisso lo sguardo su Gesù perché la comunione che si sperimenti nella Chiesa possa essere sempre il segno dell’amore di Dio che ci rende un cuor solo e un’anima sola.
Come Geremia, abbiamo persecuzioni e ci abbandoniamo all’abbraccio di Dio. Come Gesù Cristo, il fuoco vivo della misericordia ci sostiene nelle difficoltà e ci spinge sempre ad obbedire al Padre. Come l’autore della Lettera agli Ebrei ci dice, la nostra vita va vissuta tenendo lo sguardo fisso su Gesù, senza lasciarci mordere dai serpenti della tentazione e della tribolazione perché se il popolo nel deserto, mosso dai serpenti a causa della disobbedienza contro Dio, vedendo quel serpente di bronzo issato sull’asta da Mosè potevano trovare salvezza, quanto più noi guardando Gesù Cristo nelle vicissitudini più disparate della nostra esistenza possiamo trovare vita in abbondanza perché Egli è il buon pastore venuto perché le pecore abbiano in abbondanza la vita, perché in Lui, ci ricorda l’apostolo ed evangelista Giovanni, noi abbiamo grazia su grazia, misericordia su misericordia, perdono che non ha mai fine, perché il nostro peccato, le nostre disobbedienze non potranno mai esaurire l’oceano sconfinato dell’amore che Dio nutre per noi.
Cerchiamo di prendere un aspetto della liturgia odierna perché come Geremia le difficoltà non ci fiacchino, come Gesù Cristo il fuoco del suo amore ci bruci il cuore, come i testimoni della chiesa primitiva possiamo essere sorretti sempre dal ricordo della passione di Cristo e dal mistero della sua risurrezione che polarizza la nostra attenzione e che rende il nostro cuore capace di vincere ogni angoscia, ogni paura per confidare sempre in Dio. La pagina del Vangelo odierno, l’abbiamo ascoltato, ci presenta questo Gesù che sembra parlare con se stesso per poi rivolgersi ai discepoli. Sta annunciando il Vangelo. ha parlato – lo ricorderete – nelle ultime domeniche del pericolo della cupidigia e della ricchezza, ci ha invitato a confidare in questo Padre che veste i gigli del campo e nutre gli uccelli del cielo, noi valiamo più di molti passeri e il Signore ora si rende conto che il suo cuore è ricco di quella fiamma che è venuto a portare perché il mondo venga infiammato della sua misericordia. Gesù dice ai suoi discepoli, è vero, ma è una consapevolezza dei suoi trent’anni vissuti nell’obbedienza al Padre. Bella è questa parola! Dolcissimo è l’eloquio del Salvatore, che ci viene donato: sono venuto a gettare fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso.
Cos’è, carissimi, questo fuoco che Gesù Cristo è venuto a portare sulla terra perché il mondo venga incendiato dal calore del suo roveto ardente? Il fuoco che Cristo è venuto a portare è lo Spirito Santo. Ce lo ricorda San Luca nel libro degli Atti degli Apostoli, descrivendoci l’evento di Pentecoste: scesero sopra di loro delle fiammelle ed essi furono pieni di Spirito Santo. Il Salvatore risorto aveva promesso: voi restate in città finché non siate rivestiti di potenza dall’alto, quella promessa del Padre che vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Così aveva annunciato anche Giovanni il battezzatore all’inizio della sua predicazione: io vi battezzo con acqua ma colui che viene dopo di me è più grande di me, egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Il fuoco, che Cristo è venuto a portare, è quello dell’amore, della misericordia, del perdono. Ma è svalutata nella nostra società la realtà dell’amore: per noi l’amore è un sentimento passeggero, come le nubi che durante questi giorni stanno portando acqua. Ci sono i tuoni, i lampi, la grandine, la pioggia, ma dopo ricompare il sereno. Così è l’amore nostro, è passeggero, transeunte, non riusciamo a comprendere l’amore di Dio partendo dalle categorie umane. Invece Dio, quando ama, ama con tutto se stesso. Gesù Cristo, che dona l’amore, lo vive con il cuore, con la mente, con la volontà, con i sentimenti, con la corporeità, con i gesti. Gesù Cristo è tutto un fuoco di amore, è tutto un incendio di misericordia.
Quando Dio ti ama, ti ama per sempre. Quando Dio ti perdona, ti perdona nel tempo e nell’eternità. Quando Dio riversa nel tuo cuore la fiamma viva della misericordia, nulla e nessuno potrà mai spegnere quel segno, quella scintilla di Dio che ricevi nel cuore. E anche se i nostri peccati sembra che siano come acqua che spegne quella fiamma, in realtà sotto la cenere è sempre presente quel fuoco di Dio che è capace nella nostra disponibilità di incendiarci, di convertirci, di trasformarci e di assimilarci alla vita di Cristo, roveto ardente che non si consuma mai.
Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, a gettarlo: è la rivelazione di Cristo rivolta ai Suoi discepoli e oggi rivolta anche a te. È a te che Cristo Signore dice: io sono venuto perché tu abbia la vita, io sono venuto per incendiare la tua giornata, io sono venuto per accendere il tuo peccato perché venga gettato in fondo al mare, io sono venuto per cancellare la tua colpa e darti la dignità di figlio, io sono venuto perché tutta la tua vita sperimenti il calore dell’amore, viva nella fiamma della misericordia e tu possa donare agli altri quella scintilla di eternità che io, soltanto io che sono il tuo Dio, posso mettere nel tuo cuore.
Sì, carissimi fratelli e sorelle, oggi siamo chiamati a dire al Signore: incendiami con la tua misericordia, fa’ che il rinnegamento della mia volontà porti il mio orgoglio a morire e il mio egoismo a perire perché il ramo e il tronco del mio io irredento, seccato, attraverso un cammino di conversione possa diventare legna ardente, accesa dalla tua misericordia e dalla tua bontà.
Carissimi fratelli e sorelle, la Chiesa è il popolo dei salvati. Noi siamo chiamati a bruciare di questo fuoco di carità, per questo la Santa Madre Chiara nello scrivere alla sua discepola Agnese dice: lasciati dunque bruciare da questo fuoco di carità. Ma ahimè, carissimi, un altro fuoco c’è in noi! Un’altra fiamma brucia, quella del giudizio, della critica, dell’orgoglio, dell’odio, della vendetta, del rimprovero. Non riusciamo a morire a noi stessi perché il fuoco di Cristo ci faccia diventare delle creature nuove. Gesù brucia dal desiderio – come vorrei che fosse già acceso! – dal desiderio che la tua vita, la vita del mondo e della Chiesa, venga arsa da questo amore, si consumi nel fuoco della carità e diffonda al mondo, così gelido a causa della violenza della guerra e dell’odio, la fiamma viva del fuoco del cuore del Salvatore. E Dio vuole che il mondo venga incendiato attraverso di te, attraverso di noi.
Egli poi incalza: ho un battesimo che devo ricevere e come sono angosciato finché non sia compiuto. Il sentimento del cuore di Cristo lo capiamo bene: quando dobbiamo fare una cosa che desideriamo e che sogniamo di realizzare da tanto tempo, ci sembra che i momenti siano incalcolabili, vogliamo fare tutto di fretta. Quando dobbiamo incontrare una persona che amiamo, quando vogliamo vivere una giornata di riposo e di pace nella calura di quest’estate o dopo un intenso periodo di lavoro, noi lo desideriamo, lo sogniamo quel tempo di pace, ci sembra che il tempo non passi mai per raggiungere quel tempo dedicato al riposo alla pausa o anche a quell’incontro che ci rallegra il cuore. Abbiamo ansia perché vorremmo viverlo subito. Questo fa anche Gesù: è ansioso, ma nel bene, desidera realizzare il comandamento del Padre, desidera con tutto se stesso che i tempi si abbrevino perché la sua missione venga compiuta.
E il verbo che usa Gesù è significativo anche per noi: ho un battesimo che devo ricevere. Cosa significa essere battezzati? Noi siamo abituati ai nostri riti del battesimo, dove poche gocce di acqua vengono fatte cadere sul capo di un bambino perché da figlio dell’ira diventi figlio della grazia e figlio di Dio. Ma in realtà, il battesimo si fa per immersione: cioè si prende il bambino e lo si immerge tre volte nel fonte battesimale. Quindi battezzare significa essere immerso, essere immerso completamente. Quando Gesù dice ho un battesimo che devo ricevere, Gesù sta dicendo: io mi devo immergere nella volontà del Padre, io devo essere tutto trasformato dall’amore del Padre, devo ricevere il suo affetto e mi devo lasciare plasmare dalla sua volontà.
Questo non è soltanto vero per Gesù, questo è vero per tutti quanti noi. Quando Paolo dice noi siamo stati battezzati nella morte di Gesù per partecipare alla sua resurrezione, sta dicendo proprio questo mistero (Gesù ne parla oggi nel Vangelo) cioè dobbiamo immergerci in Gesù Cristo, dobbiamo innestarci in Gesù Cristo, dobbiamo scendere in Gesù Cristo.
Quando la mattina (spero che lo facciamo tutti quanti!) ci facciamo il segno di croce per iniziare la nostra giornata, l’invocazione delle tre Persone divine ci porta ad immergerci nel mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Quando al mattino io faccio il segno di croce, sto dicendo al Signore: immergimi in te, fammi vivere questa giornata nell’amore del tuo cuore, illumina i miei pensieri, purifica i miei sentimenti, fammi diventare trasparenza della tua misericordia, segno del tuo perdono, testimone tra gli uomini del tuo Vangelo di riconciliazione, di fraternità e di pace. Questo è il battesimo che Gesù vuole donare a tutti quanti noi: immergerci nel mistero del suo fuoco ed essere anche noi carboni incandescenti che donano al mondo la fragranza del profumo di Cristo Salvatore, il balsamo della sua misericordia che guarisce le nostre ferite e ci fa passare dalla morte alla vita.
Ma la seconda parte del Vangelo porta quasi a scandalizzarci, perché noi siamo abituati a vedere Gesù come la sorgente del perdono e della misericordia, Lui che ci accoglie sempre. Invece oggi Gesù nel Vangelo ci fa questa domanda: pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? E poi incalza: no, vi dico, ma la divisione. Ma perché Gesù porta la divisione? Lui che è il re della pace, Lui che è il principe del bene, Lui che nel mistero della croce hai fatto dei due un popolo solo abbattendo il muro di separazione che era fra mezzo, cioè l’inimicizia tra noi e Dio. Perché Lui dice: d’ora in avanti in una famiglia di cinque persone ci saranno tre contro due padre contro figlio, figlio contro padre figlia contro madre e madre contro figlia, suocera contro nuora? Nuora contro suocera, in realtà, questo non c’è bisogno del Vangelo perché lo capiamo sempre come la suocera e la nuora non vanno d’accordo a maggior ragione quando c’è poi di mezzo il Vangelo. Gesù che cosa ci sta dicendo? Ci sta dicendo una cosa molto semplice: tu devi essere come Geremia, devi, per amore del Vangelo, per amore mio, andare avanti, non ti devi lasciare scoraggiare da coloro che la pensano diversamente da te. Geremia – abbiamo ascoltato – in silenzio accetta perfino di essere calato in una cisterna e di marcire nel fango, per amore della Parola di Dio che egli ha annunciato al popolo di Gerusalemme che non vuole convertirsi e ai potenti che non vogliono farsi raggiungere dalla potenza della Parola di Cristo, potenza diversa rispetto all’autorità che viene esercitata dagli uomini. Noi dobbiamo essere come Geremia: la Parola di Gesù deve essere portata avanti con determinazione e con volontà. E invece noi non abbiamo la forza di andare controcorrente. Quando passiamo davanti a una chiesa, non ci fermiamo neppure. Oppure, quando siamo a tavola con degli amici, guai a farsi il segno di croce, abbiamo vergogna e poi cosa pensano gli altri? Tante volte confessando c’è qualcuno che mi dice: padre io domenica non sono andato a messa. E perché? E perché sono venuti poi degli amici, degli ospiti e io non sono riuscito a dire che era l’ora della messa e li dovevo lasciare. Sono piccoli gesti che ci dicono se noi amiamo Gesù Cristo. Ma perché se a quegli amici gli dici: scusa, questo è l’orario della celebrazione, per me è importante, vieni a messa, magari ci vediamo qualche altra volta… è così difficile?
Carissimi fratelli e sorelle, essere cristiani non significa scegliere la divisione, ma significa scegliere Gesù Cristo che comporta andare controcorrente. Oggi essere cristiani significa ancor più che negli anni passati, nei secoli trascorsi, andare controcorrente. Oggi noi siamo derisi… ma non è forse stato deriso anche Gesù Cristo? Noi siamo avversati… ma forse non è stato avversato anche Gesù Cristo? Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi, hanno rifiutato me, rifiuteranno anche voi. Beati coloro che sono perseguitati a causa della giustizia perché di essi è il regno dei cieli.
Carissimi fratelli e sorelle, il segno che il fuoco di Dio brucia dentro di noi è la capacità di accettare le contrarietà della vita, le divisioni che si verificano. Noi invece che facciamo? Per la pace, che poi è una pace apparente, noi non ci diciamo cristiani, non riusciamo a testimoniare il Vangelo ad essere seguaci di Gesù Cristo. Allora dentro non abbiamo il fuoco di Dio, abbiamo il fuoco della paura, siamo incostanti nella pratica del bene, non siamo degli uomini e delle donne vere, siamo dei pagliacci, se non riusciamo a fare spazio a Gesù Cristo e a dirci che siamo dei cristiani. Perché chi mi rinnegherà davanti agli uomini anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.
Pensate alla scena che ci viene trasmessa dall’Evangelista Matteo: le dieci vergini attendono lo sposo, cinque sagge, cinque stolte, tutte si addormentano, viene lo sposo nel cuore della notte, si sente una voce: ecco lo sposo. Le sagge preparano le lampade, vanno incontro allo sposo, la porta si chiude. Le stolte non riescono ad entrare perché sono andate a comprare l’olio per le loro lampade che si erano spente, bussano alla porta e, da dentro, si sente una voce: non vi conosco!
Dio non voglia, carissimi fratelli e sorelle, che un giorno il Signore quando noi busseremo alla porta del cielo ci dica: non vi conosco! Allontanatevi da me voi operatori di iniquità. E allora noi diremo: Signore, ma noi abbiamo creduto in te, abbiamo parlato in tuo nome, abbiamo fatto miracoli.
Non vi conosco! Immaginatevi quando io andrò davanti al Signore, busso alla porta del paradiso faccio: Signore aprimi! Ma io non ti conosco.
Ma come non mi conosci? Io sono stato un frate, sono stato un sacerdote, ho annunciato la parola del Vangelo.
Questo di solito è quello che immagina sempre fra Pacifico, quando pensa quando va davanti al Signore.
Allora il Signore in quel momento che cosa farà? Chiamerà San Francesco e gli dirà: ma tu lo conosci a questo? Dice che è figlio tuo! E lui: no, non lo conosco!
Carissimi fratelli e sorelle, noi dobbiamo guardare questa realtà della terra con gli occhi rivolti al cielo, perché il Signore vuole essere riconosciuto nei piccoli gesti della nostra vita quotidiana, vuole essere amato.
Lasciamo che il fuoco di Dio non venga mai accoppato dalle nostre paure, spento dalle nostre insicurezze, mortificato dalle nostre angosce. Lasciamo bruciare il fuoco dello Spirito Santo dentro di noi e lasciamoci circondare da questo numero considerevole di testimoni. Noi dobbiamo sempre vivere la nostra comunione nella Chiesa, proprio per essere rafforzati, per fugare la paura e per essere discepoli del cuore del Salvatore.
Rivolgiamoci a Maria… lei è tutta fuoco, è tutta incendio, tutto amore, tutto calore di Spirito Santo! Maria ci spinga, ci guidi a vincere la solitudine, la paura, l’angoscia così da considerare sempre che Dio è nostro Padre e non ci abbandona mai perché anche se una madre abbandonasse il figlio, io non ti abbandonerò mai! Il Signore conta perfino i capelli del nostro capo e si prende sempre cura e pensiero di noi, come fece con il popolo nel deserto che gridava verso di Lui ed Egli scese misericordioso e attraverso Mosè lo liberò dalla schiavitù dell’Egitto. Così Dio fa anche con noi!
Maria ce lo ricordi, Maria ci guidi, Maria ci dia una fiamma della carità che brucia nel suo cuore perché tutta la nostra vita diventi, come il cuore divino del Salvatore, quel roveto ardente di carità, di misericordia, di amore, capace di accogliere le contrarietà della vita, sapendo che nulla e nessuno potrà mai separarci dall’amore di Dio Padre in Cristo Gesù nostro Signore. Amen.
fra Vincenzo Ippolito ofm

