XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Mt 18,15-20
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Parola del Signore
Omelia R.P. Vincenzo Ippolito
Santuario Maria SS. Incoronata – Montoro (AV)
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Il Signore ci conceda la sua grazia e la sua pace.
Il ritmo della liturgia di questa domenica, carissimi fratelli e sorelle, ci porta ad approfondire il mistero dell’amore, ad imparare dal cuore di Cristo l’amore autentico, ad ascoltare la sua parola perché le nostre parole siano scandite dall’accoglienza, dalla misericordia, dalla ricerca sincera del bene secondo Dio. Il ritmo della liturgia nel quale siamo invitati all’entrare è semplice. Anche noi, come il profeta Ezechiele, lo abbiamo ascoltato, siamo chiamati ad essere sentinelle di speranza nella vita dei fratelli, ma per poter guardare senza fermarci alla superficialità della realtà, abbiamo bisogno della pienezza dell’amore, pienezza della legge che ci è data da Cristo Gesù. Lo abbiamo ascoltato nella Seconda Lettura, dove Paolo dice proprio che pienezza della legge è l’amore. Più approfondiamo il mistero dell’amore, più riusciamo a capire quanto il Signore ci dona nel Vangelo. Amare significa correggere il fratello, prendersi a cuore la sua situazione, intervenire nel modo opportuno e al tempo favorevole perché il fratello possa sperimentare le possibilità di gioia e di bene che il Signore gli offre anche attraverso la nostra testimonianza.
Sentinelle di speranza parlando con coraggio, facendosi portare dalla pienezza della legge che è l’amore e dando all’altro quella parola che lo spinge a vedere il male per allontanarlo e a costruire sempre più il bene: è la sintesi della Parola di Dio, offerta in questa Domenica, in cui, ancora una volta, siamo spinti a metterci come Maria di Betania ai piedi di Gesù, ad ascoltare la Sua parola, a lasciare che la Sua voce possa scardinare le nostre false sicurezze, smascherare le nostre illusioni per essere autentici discepoli Suoi che si fanno determinare dalla Sua presenza, dalla Sua parola, dalla forza del Suo Spirito che riesce a fare in ciascuno di noi meraviglie di grazia.
La pagina del Vangelo ci offre una parte del discorso cosiddetto ecclesiale. Matteo sta indirizzando dei detti e delle parole di Gesù alla sua comunità perché possa sperimentare la presenza del Signore – “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro” – e, al tempo stesso, a mettersi seriamente in discussione, perché Cristo in mezzo a noi e dentro di noi ci faccia diventare delle persone mature e adulte nella fede. Nella parola di oggi Gesù smaschera uno dei vizi più presenti dentro di noi e tra di noi, il giudizio. Sembra che lo spartiacque tra correzione e giudizio non sia il nostro forte. Noi quando vediamo una situazione siamo immediatamente portati oltre che a guardarla con i nostri occhi, a farci portare dai nostri criteri, ad intervenire in misura della nostra impulsività e della tempestività delle nostre parole. Guardiamo, elaboriamo, riusciamo a riconoscere le cose che non vanno, interveniamo perché gli altri si convertano e si convincano che noi abbiamo ragione e tante volte ci arrabbiamo, perché quanto noi diciamo non viene accettato. Pensiamo per un attimo soltanto alla relazione con i figli. Più i figli crescono più un genitore vuole intervenire, orientare diversamente le scelte, la vita, le parole. Ma i figli di questo non ne vogliono sapere. Vogliono essere indipendenti, scegliere la vita con libertà, portare avanti le proprie idee, anche se noi le consideriamo sbagliate, ma per loro sono giuste, devono viverle fino in fondo. E gli alterchi, le incomprensioni delle nostre famiglie sono dati dalla incapacità non soltanto a rispettare gli altri quanto invece anche a giudicare le cose nella giusta maniera. Tante volte noi passiamo dal desiderio sincero della correzione al giudizio perché pensiamo con la nostra mente, amiamo con il nostro cuore, ci facciamo portare dai nostri sentimenti. Ma non è detto che quello che io vedo è bene, non è detto che quello che io desidero per l’altro sia giusto. “Ma io amo mio figlio, io amo mio marito, gli dico il bene”. Questo è quello che credi tu. Ma devi stare attento perché quello che chiami amore potrebbe essere egoismo, quello che tu chiami affetto potrebbe essere appropriazione. Gesù oggi ci pone questa domanda: tu intervieni nella vita dell’altro, ma sei spinto da che cosa? Dalla volontà di comandare? “No, ma io voglio il bene”. Questo è quello che tu dici, questo è quello che tu pensi, ma non è sempre così.
Dov’è che nasce l’autentica correzione? E dov’è che noi, con l’aiuto della grazia di Dio, non cadiamo nel giudizio, nel cattivo pensiero, alimentando spesso la mormorazione? La correzione nasce quando io sento nel cuore quell’amore che c’è nel cuore di Gesù, quando avverto dentro di me la forza dello Spirito Santo che mi fa guardare la vita dell’altro e mi fa dire “io non sono perfetto, così come l’altro non è perfetto. Io ho i miei difetti, così come anche i miei valori e i miei principi, anche l’altro ha i suoi limiti e valori. Ma riesco a guardare la vita dell’altro come la guarda Dio? Riesco a vedere il bene per farlo crescere senza mettere sempre in primo piano il male, le cose che non vanno?”. La correzione nasce quando io guardo gli altri non con i miei occhi, con gli occhi della mia superbia, della mia presunzione, del mio orgoglio, del mio egoismo, ma quando guardo gli altri con gli occhi di Dio, che sono occhi di compassione, di misericordia, di comprensione, di pazienza. Quando vedo le cose con gli occhi di Dio non c’è giudizio, ma c’è compassione, non c’è alterco, ma c’è misericordia, non c’è ira, ma c’è pazienza, non c’è rabbia, ma c’è comprensione. Questo, potremmo dire, è la ragione della correzione fraterna. Ma, lo abbiamo ascoltato, la correzione bisogna anche saperla fare prima di tutto con le giuste parole, il giusto modo, oltre che con i giusti tempi. Andiamo per gradi. Noi correggiamo sinceramente gli altri, ma tante volte interveniamo con le parole poco opportune, con i modi poco ortodossi. Vogliamo dire il bene, ma lo diciamo male, e diamo l’acqua, che è fresca, in un bicchiere che è sporco. Chi vuol bere in un bicchiere sporco? Nessuno di noi. Però tante volte doniamo delle cose buone, secondo Dio, nei modi sbagliati, gridando, facendoci portare dal risentimento, rinfacciando, ricordando situazioni passate, magari perché abbiamo accumulato tensioni dentro di noi. Ma questa non è correzione. Questa è vendetta. Questa non è compassione e comprensione, quanto invece arroganza. Questo non significa essere mossi dall’amore sincero, quanto dal desiderio di dire all’altro quello che deve fare. Brutta è la presunzione, di credere di avere la ricetta della felicità in mano. E tante volte voi genitori non ve ne accorgete, perché credete che il bene che nutrite per i vostri figli possa giustificare tutto, quanto, invece, non è così, perché anche quello che noi crediamo amore sincero va vagliato, perché nasconde egoismo, quello che noi definiamo bene non è detto che sia il bene, secondo Dio.
Correggere, guardando secondo Dio, intervenire con le parole giuste, con i modi appropriati. Noi, invece, ridiamo e che combiniamo? Ci arrabbiamo, esacerbiamo soltanto l’animo dell’altro, quando, invece, noi dobbiamo creare dialogo, dobbiamo ragionare, dobbiamo saper discutere. Invece no, noi abbiamo la verità e gli altri la devono soltanto ascoltare ed accettare, perché poi io ho fatto la stessa esperienza. Non funziona così nelle nostre relazioni, perché la persona che sta sbagliando, quando ascolta toni molto forti, si chiude, non riesce ad aprirsi, non si fa ascoltare, non si lascia accompagnare. Allora dobbiamo trovare i modi giusti nella correzione e poi, in terzo luogo, dobbiamo imparare a utilizzare i tempi opportuni. Quando ti rendi conto che sei nervoso, non parlare perché fai delle rovine, combini dei guai. Quando ti rendi conto che l’altro non vuole ascoltarti, è inutile gridare, rimanda il dialogo, altrimenti crei una relazione tesa che non si scioglie se non dopo molto tempo.
Ma come si fa ad imparare a guardare l’altro con gli occhi di Dio e a cercare il bene? Come si fa a trovare le parole giuste i tempi opportuni? Guardando a Gesù, sempre e solo guardando a Gesù. È Lui stesso che lo dice, “Imparate da me che sono mite ed umili di cuore e troverete ristoro per le nostre anime”. Invece noi crediamo che l’amore nel nostro cuore non abbia bisogno di essere educato. Pensiamo che il bene avvertito nel nostro animo non debba essere orientato. Invece non è così. Noi cresciamo nell’amore. Abbiamo bisogno di purificare l’amore che c’è nel nostro cuore. Abbiamo bisogno di vagliare i sentimenti del cuore. Perché non tutto quello che a noi sembra bene, è bene., dal momento che l’angelo di tenebra si può vestire da angelo di luce. E non sempre quello che noi avvertiamo come meglio è meglio secondo Dio, quanto invece tante volte serve per spingere gli altri ad essere schiavi di quello che noi pensiamo e crediamo giusto. Invece chi ama sinceramente lascia libero l’altro anche di sbagliare. Chi ama veramente rispetta la ribellione che l’altro sta vivendo. Chi ama sinceramente attende con pazienza i tempi di maturazione dell’altro. La responsabilità è un cammino. La maturità comporta crescita in età, in sapienza e secondo la grazia che lo Spirito Santo non fa mai mancare ai suoi figli. Noi invece amiamo i comandamenti, le prescrizioni, interveniamo continuamente. Qualche giorno fa stavo a casa di una famiglia. C’era uno dei figli che stava uscendo, un figlio piuttosto grande. I genitori seduti facevano a lotta a chi doveva fare le raccomandazioni più opportune. Fino a quando poi il ragazzo non ha salutato anche educatamente perché c’erano altre persone e chiudendo la porta è andato via. I genitori si angosciavano per quell’atteggiamento. Io sorridevo senza dire nulla perché non era il caso di intervenire. Anche perché le cose che dicevano erano così banali che un ragazzo le conosceva bene, “Stai attento, chiama quando arrivi, fammi sapere che fai”. Una persecuzione continua. Amare non significa controllare, amare significa far crescere l’altro nella maturità. Stare attenti sì, ma non perseguitare. Non avere i servizi segreti sguinzagliati in ogni luogo per sapere dove l’altro si viene a trovare. Questo non è rispetto dell’altro. Questo non è aiuto dell’altro. Perché se l’avessero fatto a noi, alla loro età, ci saremmo ribellati più di quanto vediamo che questi ragazzi si ribellano.
Amare non significa dare delle prescrizioni, significa accompagnare nel cammino di crescita. Amare significa comprendere che ci possono essere dei momenti di difficoltà, ma vanno superati con calma. Dei contrasti, ma faranno affrontati con il dialogo. Tante volte noi pretendiamo dai ragazzi di essere maturi, ma noi adulti non siamo maturi. Non riusciamo a parlare con calma, a mantenere la pazienza, ad essere piuttosto capaci di usare meglio le parole. No. Partiamo peggio dei giovani. Siamo impulsivi più di loro. E così il fuoco aumenta sotto la lotta delle parole, sotto le battaglie delle spade delle nostre espressioni. E non ci rendiamo conto che “tra lor parole grandi più di loro” anche noi soccombiamo e diamo cattiva testimonianza della nostra maturità che è inesistente. “Pieno compimento della legge è l’amore!. Non abbiamo bisogno di prescrizioni. Abbiamo bisogno di un amore che ci dà la possibilità di vivere come vive Dio, di amare come ama Gesù, di seguire la sua strada. Gesù chiede ai suoi discepoli di seguirlo. Seguire Gesù significa fare quello che lui ha fatto. E Gesù interviene, correggesi, ma mai con asprezza, mai con giudizio, con determinazione e con compassione. Perdona settanta volte sette, è vero, ma spinge i discepoli a non cadere sempre negli stessi errori. Li accoglie con misericordia, ma quando si rende conto, ad esempio, che nel Getsemani non riesce a svegliarli continuamente, li rispetta e gli dice semplicemente “Dormite e riposatevi, colui che mi tradisce è vicino”, cioè Gesù, così come dobbiamo fare noi, sa portare il peso delle immaturità degli altri, dimostrando la maturità nell’amore che genera il dono. Questo è chiesto a tutti noi, carissimi fratelli e sorelle, di non pretendere dagli altri quello che noi non vogliamo fare, ma di mettere ogni energia nel seguire Gesù Cristo sul serio, nel farlo diventare cuore del nostro cuore, alimento delle nostre energie, motivo dei nostri pensieri, causa della nostra sollecitudine e dei nostri interventi.
Ma cosa significa amare come ama Gesù? Correggere come correggere Gesù, intervenire con misericordia, perdonare con apertura di cuore, significa essere sentinella, il profeta è sentinella. Il profeta Ezechiele, dopo che i Babilonesi sono entrati a Gerusalemme e l’hanno conquistata, riesce ad essere un uomo che dona speranza, l’abbiamo ascoltato, “Figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa di Israele, quello che sentirai dalla mia bocca, tu dovrai dirlo al mio popolo”. Essere sentinella nella vita dell’altro significa non dire le cose che voglio io, ma le cose che vuole Dio, in questa situazione, Dio che cosa vuole? In questo rapporto, Dio che cosa chiede? Qual è la volontà di Dio in questo momento? Che cosa devo dire con le parole di Dio? Cosa io devo guardare con gli occhi di Dio? Noi invece non riusciamo ad essere sentinella nella vita degli altri, noi siamo come Caino, alla domanda di Dio “Dov’è tuo fratello?” Rispondiamo in maniera aspra “Sono forse io il guardiano di mio fratello?”. Dio ti vuole sentinella, capace di custodire, la sentinella che sta sulla roccaforte, che sta sulla torre, che sta in un luogo alto, deve guardare lontano. Ciò che è chiesto a noi adulti è di avere la capacità di guardare lontano, i giovani hanno lo sguardo corto, guardano all’oggi, a quello che possono fare, ciò che desiderano fare, che pretendono di fare, ma a noi è chiesto invece di avere uno sguardo che abbraccia l’orizzonte, che riesce a vedere anche la ribellione in un cammino di crescita, che è consapevole del tempo che il Signore dà a ciascuno, come è al figlio maggiore e al figlio minore, perché possano conoscere il cuore di questo padre che è misericordia e compassione per tutti i suoi figli. Questo dobbiamo chiedere oggi, di avere lo sguardo del profeta che sa andare lontano, che sa abbracciare l’orizzonte, che sa essere annunciatore di speranza, che sa vivere con pazienza il cammino di crescita di ciascuno.
Carissimi fratelli e sorelle, chiediamo questo a Maria, lei che è la Madre del bell’amore, che è della Madre del santo timore. Chiediamo lei che ci aiuti a fare questo cammino di maturità, a non pretenderlo dagli altri, ma a farlo noi per primo, a seguire Gesù Cristo e ad essere pronti a saper discernere tra l’amore e l’egoismo, tra il giudizio e la correzione, a smascherare il nostro orgoglio, a guardare in faccia la nostra arroganza, a lasciare che la parola di Dio pian piano ci converta e ci faccia diventare delle creature nuove. Gesù è in mezzo a noi, invochiamolo. Gesù è con noi fin dal giorno del nostro battesimo, rivolgiamogli con fiducia il grido della nostra supplica perché purifichi il nostro cuore e lo renda capaci di accogliere quello Spirito Santo che è amore riversato nei nostri cuori. Maria ci accompagna e soprattutto vinca una tentazione che sempre abbiamo, quella di scoraggiarci. Che cosa facciamo con i ragazzi, ma anche tra noi adulti, quando l’altro non vuole ascoltare? Sbottiamo, “Arrangiati!”, diciamo. Ma questo non è amore, questo è orgoglio. Quante volte noi ci chiudiamo nei nostri fallimenti e nelle relazioni e non vogliamo andare avanti?. Questo è quello che dobbiamo superare, il senso di fallimento, di smarrimento, di frustrazione, di scoraggiamento. L’amore è un cammino, l’amore lo si impara, l’amore lo si accoglie dal cuore di Cristo. Lasciamo che il Signore vinca il nostro scoraggiamento e ci spinga sempre a guardare in avanti con tanta speranza e ad essere capaci di attendere tempi migliori che sono il frutto della nostra buona volontà che, corroborata dalla grazia, riesce a costruire un futuro migliore secondo Dio. Maria, sostenga la nostra preghiera con la sua preghiera. Amen.

