Cosa devo fare per essere felice?

13 luglio 2025
XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)


Lc 10,25-37
+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Parola del Signore.

Omelia R.P. Vincenzo Ippolito:

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Versione testuale

Il Signore concede a tutti noi la sua grazia e la sua pace.
Nel cammino verso Gerusalemme, Gesù incontra tanti, piegati nel corpo e nel cuore, e versa sulle ferite dell’umanità, stanca e oppressa dal mistero del male, il balsamo della sua misericordia, la potente Sua salvezza. Anche noi, celebrando l’Eucaristia, facciamo questa esperienza, uniamo i nostri passi a quelli di Gesù ed egli, che si dirige verso Gerusalemme, ci dona la grazia di comprendere che soltanto nel mistero della sua Pasqua, le nostre aspirazioni vengono soddisfatte e i nostri desideri vengono placati da quella pienezza di grazia e di bene che Cristo, ci dona con il mistero della sua vita. È bello vedere come è nel brano evangelico odierno, un dottore della legge unisce i propri passi a quelli di Gesù, unisce la sua esperienza a quella di Cristo e si lascia illuminare da quella parola autorevole del Maestro di Nazareth che è capace di concedere un balzo in avanti al cammino di comprensione della legge dell’Antico Testamento. Cerchiamo anche noi di entrare in questo brano evangelico e di compiere quei salti, nel cammino di maturazione e di crescita, che Cristo Signore richiede a tutti noi. È, infatti, inutile seguire il Signore, se il nostro cuore non viene raggiunto, trasformato, plasmato, convertito dalla compassione del suo cuore, dalla misericordia che egli dona, dalla sua presenza che è capace di infondere la grazia, che ci strappa dal mistero del male e ci fa vivere in comunione con lui.

Ci troviamo nel cammino verso Gerusalemme e Gesù incontra un dottore della legge, assetato di felicità. La sua domanda attinge dal cuore inquieto, dall’animo in subbuglio, dalla tempesta dei propri pensieri “Maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna”. Tutti abbiamo dei desideri belli, delle aspirazioni grandi, dei sogni che non soltanto illuminano e rendono talvolta inquieto il nostro sonno, ma che sostengono il nostro impegno. È come se il brano evangeli oggi ci dicesse: devi avere sogni belli, desideri grandi, ideali alti. Purtroppo, nella nostra società e talvolta anche nella Chiesa, nei nostri gruppi, assistiamo ad un impegno ad abbassare i sogni, i desideri, le aspirazioni e così le nostre energie vengono spese inutilmente e i carismi non riescono a lasciarsi portare dalla volontà di Dio, nella realizzazione del suo progetto di salvezza. Oggi Cristo ci dice, lo dice a me e a tutti voi: qual è il desiderio più profondo del tuo cuore? Cosa tu desideri? Qual è il sogno che non ti lascia dormire, le aspirazioni alte, gli ideali maturi e adulti che metti come punto di riferimento, nel cammino della tua vita?

La prima cosa da chiedere, carissimi fratelli e sorelle, è che il Signore metta nel nostro cuore un’ansia per il suo regno, una sete di felicità e di gioia e, al tempo stesso, infonda coraggio, determinazione, volontà ferrea, energie mature, rinnovate dalla forza del suo amore, nel perseguire ciò che noi ci poniamo come meta o, meglio ancora, ciò che Dio, nel disegno della sua volontà, ci offre come traguardo. Le aspirazioni devono seguire Dio e le energie nostre vanno profuse nel fare ciò che, alla scuola di Gesù Cristo, impariamo a reputare come sommo bene, sorgente di felicità e di gioia

Realizza in noi, o Signore la tua volontà; alza i nostri sogni, fa ‘che i nostri desideri siano belli, che le ispirazioni siano grandi, che le mete messe dalla tua volontà vengano raggiunte, con la forza del tuo Spirito, a cui nulla è impossibile

C’è poi un secondo particolare, chiaro in questo brano evangelico: il dottore della legge va da Gesù, quasi a dire: le tue aspirazioni resteranno irrealizzate e non potrai conseguire la felicità e la gioia, se non vai da Gesù, se non accetti il segreto della sua felicità, se non ti lasci plasmare dalla sua voce, raggiungere dal suo sguardo, modellare dalla sua presenza, motivare dalla compassione, che lo Spirito Santo riversa nel tuo cuore, come partecipazione alla compassione che c’è nel cuore di Cristo. Noi abbiamo tanti desideri, tante aspirazioni, tanti sogni di luce e di realizzazioni grandi, ma non riusciamo a concretizzare nulla, perché crediamo di poter essere felici, senza Gesù. È questa la grande illusione della nostra società: togliere Dio dall’orizzonte della nostra esistenza e credersi – è una pura illusione – in grado di poter conseguire la gioia, la realizzazione delle proprie aspirazioni, senza Gesù Cristo, quanto, invece – l’Apostolo ce lo ricordava nella seconda lettura tratta dalla Lettere ai Colossesi – tutto è stato creato per mezzo di Lui e in vista di Lui. Noi siamo stati creati guardando Gesù Cristo quando Dio Padre ci ha desiderati ha sognato la nostra vita, ha voluto il mondo e ha realizzato la nostra esistenza, ha pensato Gesù Cristo e su quel calco che noi siamo stati modellati, a immagine e somiglianza Sua siamo stati plasmati e quando perdiamo Gesù Cristo, noi non abbiamo più la bussola di riferimento, perdiamo quelli che sono gli assi cartesiani della nostra esistenza e ci illudiamo di poter essere felici. Ma senza Gesù Cristo, che è la chiave, il senso e il fine dell’esperienza umana, noi brancoliamo nel buio, nell’ombra delle tenebre, siamo nella morte, sepolcri imbiancati, pur se crediamo di essere vivi. Tutte le aspirazioni, tutti i sogni, tutti i desideri nostri devono essere immersi nel cuore del Salvatore e soltanto da Gesù Cristo che possiamo avere il segreto della felicità e la gioia, perché soltanto in Gesù Cristo la triplice dimensione della nostra esperienza di vita – il rapporto con Lui, il rapporto con noi stessi, il rapporto con gli altri – viene a trovare la quadra, la perfezione, la comprensione perfetta del piano e del progetto di Dio.

Concedi a noi, o Signore di poter venire a te e di attingere da te, dal tuo cuore, dalla tua mente, dalla tua vita, la realizzazione delle nostre aspirazioni, dei nostri sogni, dei nostri ideali belli ed effondi in noi la potenza dello Spirito Santo, che realizza tutto ciò che tu metti come scintilla della tua volontà dentro di noi, perché riesca a farci perseguire, in santa operosità, attraverso un cammino graduale di consegna e di comprensione, il tuo volere su di noi, sul mondo, sulla Chiesa e sulla storia.

Gesù risponde a quell’uomo attingendo dal patrimonio della Sacra Scrittura, lo abbiamo ascoltato “Cosa sta scritto nella legge? Come leggi?”. È importante vedere che il primo passo per quest’uomo, educato nella legge dell’Antico Testamento, è il riferimento proprio alla volontà di Dio, codificata nella Scrittura. Bisogna leggere la legge, bisogna nell’Antico Testamento trovare ispirazioni per i nostri gesti e per i nostri desideri. Questo vale per noi, ma ancora di più per coloro che conoscono l’Antico Testamento ai tempi di Gesù e studiano nel patrimonio delle regole di Israele come fonte, non soltanto di vita morale ma di forza, nella relazione con Dio e di relazione con gli altri. Noi, carissimi, dobbiamo, al pari di quest’uomo della legge, prendere la Scrittura, studiarla, ruminarla, come Ezechiele, dobbiamo mangiarla, come Giovanni, nel libro della Apocalisse, ce ne dobbiamo nutrire. Infatti, senza il riferimento costante a tutta la sacra Scrittura, noi non possiamo dirci di essere cristiani; senza dedicare ogni giorno del tempo all’ascolto della parola del Signore e all’interiorizzazione del Vangelo, noi non possiamo dire di essere seguaci di Gesù Cristo. È un peccato grave credere di poter vivere ogni giorno e pregare senza la parola della Scrittura, senza essere plasmati dalla voce del Salvatore, senza metterci in ascolto obbediente e docile della sua volontà. Dobbiamo chiedere, nella celebrazione dell’Eucaristia dominicale: Signore donami tempo, volontà, forza di fermarmi, per ascoltare la Tua parola e per comprendere che pienezza della legge è l’amore e il compimento delle parole dell’Antico Testamento è Gesù Cristo, perché in Lui la parola è uscita dal silenzio; in Lui tutte quante le promesse dell’Antico Testamento sono diventate sì; attraverso il cuore di Cristo sale al cospetto del Padre l’inno di lode a Lui, perché Egli possa esaudire tutte le nostre richieste. Gesù Cristo, infatti, seduto alla destra del Padre, è mediatore di grazia e del dono dello Spirito Santo, che realizza ogni aspirazione di bene.

Quest’uomo risponde alla domanda di Gesù, attingendo dal libro del Deuteronomio “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze” e sempre dalla legge attinge anche il comandamento della carità dell’amore vicendevole “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Questo è il primo livello, carissimi fratelli e sorelle, nella vita di fede e Gesù a quell’uomo che ha risposto bene dice “Fa’ questo e vivrai”. La vita dipende dall’ascolto obbediente, dalla parola della Scrittura. Noi, invece, crediamo che la nostra felicità, la nostra vita dipenda dalla realizzazione dei nostri desideri e delle nostre speranze, da quello che noi reputiamo bene e male, perché la scala dei nostri valori è modellata su quello che noi pensiamo e su quello che noi desideriamo. Non riusciamo a comprendere che il nostro metro deve essere tarato sul Signore Gesù Cristo, è lui la misura vera della vita e della gioia. Quando non ci misuriamo su Gesù Cristo, le nostre misure, i nostri giudizi sono completamente sballati. Quest’uomo deve attingere dalla legge, ma deve rendersi conto che quella strada non basta. Infatti quel tale che andò da Gesù, con il suo stesso desiderio e chiedeva sempre il segreto della vita eterna, risponde a Gesù che gli propone la via dei comandamenti: “Ma io queste cose le ho fatte fin dalla mia giovinezza. Che cosa mi manca?”. Cosa manca questo dottore della legge? Cosa manca a noi, per avere in pienezza la vita? L’Antico Testamento non basta per avere la salvezza che Gesù Cristo ci dona. Attingere alla legge di Mosè non è sufficiente perché noi possiamo sperimentare la pienezza della vita del Signore risorto, passato attraverso la morte.

C’è una vita ancora più grande, c’è una potenza di misericordia da sperimentare, una compassione da vivere, una gioia da raggiungere, una felicità da conquistare. Il dottore della legge cerca di smarcarsi dalla dalle esigenze della vita proposta da Gesù, così come cerchiamo anche noi di farlo. Luca appunta “Ma quello, volendo giustificarsi”. È significativo notare, carissimi fratelli e sorelle, come noi ci giustifichiamo, quando ci accostiamo al Sacramento della Riconciliazione, da una parte confessiamo i nostri peccati e, dall’altra, cerchiamo di limitare la nostra responsabilità, di giustificarci, come se quanto abbiamo compiuto di male, non fosse il frutto delle nostre scelte e delle nostre azioni quanto, invece, la conseguenza del condizionamento degli altri o della volontà esercitata dagli altri sulla nostra così debole volontà, al punto da lasciarci trasportare. Anche noi tante volte ci giustifichiamo, ma davanti a Dio noi non possiamo continuamente accampare scuse o credere di non aver sbagliato, così come dinanzi a Dio non possiamo nasconderci, al pari di Adamo ed Eva, perché il Signore chiede degli atti di maturità, ci domanda un bagno di umiltà, di confessare le nostre colpe ed entrare in un dialogo sincero e costruttivo con Lui. Sono i bambini che si giustificano, una persona adulta, invece, sa assumersi le proprie responsabilità e sa rispondere con maturità agli adempimenti dei propri incarichi, alla realizzazione dei propri impegni. Se poi una persona si rende conto di aver sbagliato, deve avere anche il coraggio, con sincerità e con audacia, di confessare il proprio errore e di chiedere scusa, non giustificandosi, ma dicendo la verità.

Il dottore della legge non riesce a farlo, perché in lui c’è la cattiva volontà, non vuol obbedire alla legge. Questo capita anche a noi. Ci sediamo alla mensa della Parola e dell’Eucaristia, ma tante volte non vogliamo obbedire a quel Gesù, che ci dice “Fa’ questo e avrai la vita. Seguimi e avrai la gioia, conseguirai la felicità perfetta, se immergendoti nel mistero della mia Pasqua, tu attingerai la potenza dello Spirito Santo, che ti strapperà dalla morte e ti farà vivere in comunione con me”. C’è cattiva volontà da parte di questo uomo, così come, ahimè, c’è cattiva volontà tante volte in noi, che, come dei sassi, lasciamo scivolare l’acqua della parola di Dio e non permettiamo a quella potenza di vita di penetrare dentro di noi, di modellarci, di toccarci, di plasmarci e di renderci delle creature nuove, completamente rinnovate da Gesù Cristo, che è il modello dell’uomo vero, che è il calco sul quale noi siamo stati modellati e plasmati dalla mano del Padre. La giustifica porta Gesù ad avere pazienza e tanta comprensione nei riguardi di quest’uomo. Noi al posto di Cristo – lo facciamo sempre davanti a chi si giustifica – immediatamente ci ergiamo giudici implacabili e portiamo l’altro a confessare le proprie colpe, attraverso l’umiliazione, le grida e gli insulti. Dio, invece, anche quando si accorge che noi stiamo barando, così come fa una buona madre con il proprio figlio, cerca di vivere la compassione. Il tempo darà modo di maturare e le esperienze porteranno il cuore dell’uomo a fare quei salti di maturità e di crescita che sono indispensabili per conseguire la vittoria sul proprio egoismo e conseguire così la misura alta della vita cristiana che è data dal mistero della Pasqua di Gesù.

Il dottore della legge, dice a Gesù, “chi è il mio prossimo?”, proprio nel desiderio di giustificarsi e il Signore offre la parabola che tutti quanti noi conosciamo del buon Samaritano, che diventa nuova parola di Dio perché se l’Antico Testamento doveva plasmare l’esistenza di quest’uomo il Nuovo Testamento, la parola di Cristo, egli stesso deve plasmare, attraverso l’esperienza di compassione e di misericordia, la vita di quest’uomo. È il passaggio che anche a te è chiesto: dall’Antico Testamento al Nuovo Testamento, che è Gesù; dalla legge, fatta di prescrizione e di decreti, a Cristo Signore, il Figlio di Maria, Lui che è la legge, Lui che è il compimento della Scrittura, Lui che è la pienezza dell’Antico Testamento, nell’amore che diventa dono e che genera la comunione, la fraternità e l’unità tra gli uomini. Questo è il passaggio: non più essere rivolti all’Antico Testamento e la legge di Mosè, non avere nei riguardi di Dio un’obbedienza da schiavi, quando, invece, “abbiamo ricevuto uno spirito da figli adottivi, per mezzo del quale noi possiamo gridare Abba Padre” e quello Spirito ci porta a guardare verso Gesù Cristo, perché la domanda che noi dobbiamo porci ogni giorno è: ma Gesù, al posto mio cosa avrebbe fatto, cosa avrebbe pensato, cosa avrebbe detto; se fosse stato nella mia situazione, come avrebbe risposto a quella provocazione, a quella umiliazione? Al posto mio Gesù cosa avrebbe detto, pensato?

Carissimi fratelli e sorelle, essere cristiani significa questo: lasciarsi plasmare non da una legge ma da Gesù Cristo, che è pienezza della legge, nell’amore. Da questo comprendiamo che, se io sto facendo un’azione, è importante domandarsi: Gesù, al posto mio, avrebbe fatta nello stesso mio modo? Mi sto relazionando all’altro, forse sto alzando la voce, Gesù lo avrebbe fatto? Mi sto arrabbiando, Gesù si sarebbe arrabbiato, se fosse stato al posto mio? Da questo comprendiamo, carissimi fratelli e sorelle, che è necessario essere continuamente plasmati dalla presenza di Gesù. C’è un’altra pagina, un altro libro che noi dobbiamo aprire, sfogliare e nel quale immergersi per avere in abbondanza la vita. L’Antico Testamento non basta, c’è il Nuovo Testamento, c’è la parola di Gesù, c’è la sua esistenza, c’è il mistero della sua Pasqua. Ma, per farsi comprendere, Gesù parla in parabole, dona questo racconto, dona la parabola al dottore della legge e la offre a tutti noi. L’abbiamo ascoltata, un tale scendeva dal Gerusalemme a Gerico, cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero, lo ridussero mezzo morto e poi lo abbandonarono sul ciglio della strada. Passa un sacerdote, lo vede e non si lascia toccare da quanto accaduto, passa dall’altra parte. C’è poi un levita, giunto in quel luogo lo vede e passa all’altra parte.

Carissimi fratelli e sorelle, non è un caso che Gesù abbia scelto questi tre personaggi, un sacerdote, un levita e un samaritano. Gli ebrei non amavano i samaritani, perché li consideravano infedeli a Dio e alla sua legge, dal momento che si erano costruiti un tempio, che era in antitesi a quello di Gerusalemme, leggevano una legge reputata diversa. Eppure questo samaritano, che viene considerato un reietto, una persona di scarto, uno che non rispetta la legge, riesce a superare un sacerdote e un levita, coloro che sono, potremmo dire, familiari con il culto, che conoscono la legge, che frequentano il tempio, che fanno della pratica religiosa il segno della propria vita. Questo ci sta a dire quanto sia vera l’espressione di Gesù “I pubblicani e le prostitute vi passeranno davanti nel regno dei cieli”. Noi molto spesso crediamo che quelle poche cose che facciamo, nella vita di fede, bastino, dimenticando che “non chi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, quanto, invece, colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. Non dobbiamo meravigliarci degli errori, all’interno della Chiesa di coloro che hanno ruoli di responsabilità e di ministero, ma dobbiamo soprattutto insieme operare quella conversione del cuore, che ci porta a vivere la compassione. Potremmo dire a questo sacerdote ma che ci vai a fare al tempio, se non ti lasci raggiungere dal dolore del fratello? Perché ti metti al servizio dei sacrifici, tu che sei un levita, se non sai vedere il sacrificio vivente di quella persona che è incappata nei briganti?

Ora noi potremmo chiedere al Signore una grazia per superarci e dobbiamo farlo, ma prima di tutto dobbiamo renderci conto che noi siamo come quel sacerdote e quel vita. Un esempio, basta vedere la carneficina che si sta verificando a Gaza e in tante parti del mondo, dove i potenti delle nazioni guardano e passano dall’altra parte. La pagina del Vangelo ci dice che non ci si può chiamare cristiani, non ci si può definire discepoli di Gesù Cristo, se si gira la faccia, se si volta il proprio sguardo in direzioni differenti, perché “ogni qualvolta avrete dato un solo bicchiere d’acqua a uno di questi piccoli nel mio nome lo avrete dato a me”. Dove sono i cristiani oggi? Dov’è la Chiesa davanti alle ingiustizie sociali, che si verificano nel mondo? Dov’è la voce profetica dei discepoli di Gesù Cristo, in tutti questi massacri che si verificano in ogni parte della terra e che affermano la forza della spada e della violenza rispetto, invece a quella del dialogo, della comprensione, dell’accoglienza e del rinnegamento del proprio desiderio di potenza e di potere. Invece questo samaritano, lo abbiamo ascoltato, era in viaggio, gli passa accanto vide ed ebbe compassione. È bella la sequenza dei verbi: gli altri passano accanto, vedono e vanno dall’altra parte, perché ci sono cose ben più importanti. Invece quest’uomo sta viaggiando vede quell’uomo, passandogli accanto, e ne ebbe compassione. Cosa significa avere compassione? Vuol dire lasciarsi raggiungere nelle profondità del proprio cuore dal dolore dell’altro. Noi abbiamo una corazza nei riguardi dei dolori dei fratelli, si verifica quello che accade quando guardiamo un programma televisivo o quando vediamo determinate immagini sui bambini che soffrono la fame oppure sulle atrocità della guerra, sulle madri che piangono i propri figli. Cosa facciamo? Cambiamo canale, passiamo a un’altra immagine, facciamo finta che quello non sia avvenuto, non permettiamo a quelle immagini di entrare dentro di noi, di stamparsi nel nostro cuore, di mettere inquietudine, nel nostro animo, desiderio di giustizia e di pace, di fraternità sincera.

Carissimi fratelli e sorelle noi siamo chiamati oggi a vedere, a guardare, a lasciarci raggiungere dal dolore degli altri e a fare tutto quello che è nelle nostre possibilità, per alleviare i bisogni dei nostri fratelli, per sollevarli da ogni necessità. A ben vedere, quest’uomo dimentica il proprio cammino e si pone al servizio dell’altro. Sono tanti i gesti che compie: gli fascia le ferite, gli versa olio e vino, dopo che gli si è fatto vicino, lo carica sulla cavalcatura, lo porta in albergo, si prende cura di lui e dice all’albergatore: “Abbi cura di lui e se spenderai in più te lo pagherò al mio ritorno”.

Carissimi fratelli e sorelle, facciamo un breve esame di coscienza: in questa settimana, siamo passati accanto ad una persona e non ce ne siamo preoccupati? C’è stata una situazione in cui noi siamo stati come il sacerdote e il levita, abbiamo detto a noi stessi “Non mi interessa,, non sono fatti miei, si arrangia da solo; devo andare per la mia per la mia strada, ho altro da fare”? Questo è un peccato di omissione, non soltanto davanti agli uomini, ma davanti a Dio e grida vendetta al cospetto di Dio il grido dei poveri, che non vengono ascoltati, i giovani violati nella loro innocenza, che non vengono soccorsi, le urla delle madri, straziate dal dolore, per la perdita di un figlio, inascoltati dai potenti della terra. Quanta ingiustizia c’è nella vita del mondo e c’è nella vita di ciascuno di noi!

Gesù pone una domanda a quell’uomo “Chi è stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”. Il dottore della legge risponde “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù fa compiere questo passaggio a lui e a noi: non chi è il mio prossimo, ma come io mi posso farmi prossimo, vicino all’altro, soccorrerlo nella difficoltà, aiutarlo nella sua necessità, risollevarlo dalla sua prostrazione. Il problema non è amare il prossimo. Il problema vero è rendersi prossimo del’altro, farsi prossimo del fratello, ma con un cuore che vive la compassione di Gesù, perché il vero samaritano è Lui, è Lui che si piega sulle nostre ferite, è Lui che versa il vino della consolazione e il balsamo della speranza e ci riporta nel cuore del Padre, per trovare la guarigione, la vita e la salvezza. Gesù oggi dice a ciascuno di noi: “Va’ e anche tu fa’ così”, così nel rapporto con tua moglie o con tuo marito; fa’ così nel rapporto con i tuoi figli; fa’ così sul posto di lavoro; fa’ così lì dove ti trovi oggi; fa’ così anche con le persone che non conosci; fa’ così anche con coloro che ti sono nemici. “Va’ e anche tu fa’ così”. Fa’ proprio come Gesù ti ha indicato, come sta continuamente facendo nella tua vita, perché egli si prende cura di tutte le nostre difficoltà.

Carissimi, a Maria, lei che è la Madre della compassione, la buona Samaritana nei riguardi dell’intera umanità, a lei rivolgiamo il grido della nostra preghiera, perché ci faccia rivolgere la nostra attenzione a Gesù Cristo, per comprendere che soltanto da Lui potremo avere in abbondanza la gioia, la vita, la felicità, la realizzazione dei nostri desideri e delle nostre speranze. Sia lei a piegarsi sulle nostre ferite, a donarci il balsamo della misericordia e della compassione del suo Figlio, a far crescere nel nostro cuore, giorno dopo giorno, il desiderio di far operare in noi lo Spirito Santo, perché ci renda compassionevoli come Gesù, capaci di essere, nel mondo di oggi, segno della sua misericordia, della sua vita di carità, della compassione del suo cuore, che lì dove giunge opera la guarigione, la vita e la gioia.

fra Vincenzo Ippolito ofm