ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE
Gv 3,13-17
+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
Parola del Signore.
Omelia R.P. Vincenzo Ippolito:
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Versione testuale
Il Signore conceda a tutti noi la pienezza della sua grazia e la dolcezza della sua pace!
È facile leggere la sacra Scrittura e rispecchiarsi nei tanti personaggi che la Parola di Dio ci presenta, uomini e donne, piccoli e grandi, giovani ed anziani, che, toccati dalla grazia di Dio, sono chiamati a mettersi in marcia, in tempi diversi, in situazioni differenti, per far sempre più posto alla potenza dell’amore di Dio, che guarisce, risana e trasforma la vita. Alcuni, al pari di Adamo ed Eva, peccano contro Dio; altri vivono la gioia della comunione con Lui; altri, al pari di Mosè, di Abramo e di Isacco, camminano alla presenza del Signore e obbediscono ai suoi insegnamenti; altri, poi, come Elia e Giobbe, vivono momenti di difficoltà e di disperazione; altri ancora si angosciano, si intristiscono e credono di poter trovare la gioia lontani da Dio; altri ancora si fanno prendere dall’ira, dal senso di vendetta, dal risentimento, dall’odio. Ma a tutti Dio dona la possibilità di riscattarsi, di purificare il cuore e di compiere quel pellegrinaggio interiore che trasforma la vita quando noi ci lasciamo raggiungere dalla potenza della sua misericordia.
L’atteggiamento, il sentimento in cui ci imbattiamo oggi con la pagina evangelica, è quello del disorientamento. Infatti Nicodemo ci viene presentato dall’Evangelista in questo brano tratto dal terzo capitolo del Vangelo secondo Giovanni, è un capo dei Giudei, ma sente il disorientamento, avverte il dubbio, è consumato nel cuore dalla ricerca. È semplice per tutti quanti noi, carissimi fratelli e sorelle, rispecchiarsi nel suo stato d’animo. Va da Gesù di notte per ricercare la via della giustizia e della pace, per trovare serenità e tranquillità per il suo cuore inquieto. Rispecchiarsi nella Parola di Dio significa diventare sempre di più coscienti dei sentimenti del nostro cuore, dei pensieri della nostra mente, della rettitudine o meno delle azioni delle nostre mani. La Scrittura, infatti, ci serve per diventare sempre più consapevoli di ciò che siamo e di quanto siamo chiamati a realizzare con la potenza dell’amore di Dio, con la grazia della sua misericordia. In tal modo, leggendo la Scrittura, da una parte conosciamo chi siamo, dall’altra parte ciò che siamo chiamati a realizzare e ad essere e, in terzo luogo, ad accogliere la potenza dello Spirito Santo perché soltanto l’amore di Dio può trasformare la nostra vita, dal momento che il Maestro di Nazareth ci ammonisce caldamente “Senza di me non potete far nulla”.
Leggiamo, infatti, nella Parola della Scrittura come tanti sono diventati incapaci di fare questo passaggio. Alcuni non erano neanche consapevoli degli orrori della propria vita, dei peccati in cui erano incorsi, dei sentimenti nei quali si crogiolavano, lontani da Dio e dall’osservanza della sua volontà. Altri invece hanno imparato a passare da ciò che erano a quanto dovevano realizzare ed essere, con la grazia e con la potenza dello Spirito Santo.
Oggi la liturgia propone a tutti quanti noi ei realizzare quell’itinerario di fede, quel pellegrinaggio interiore che è richiesto proprio a Nicodemo:
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la prima tappa: diventare consapevoli di quello che siamo
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la seconda tappa: diventare coscienti del piano e del progetto di Dio sopra di noi
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in terzo luogo: lasciarsi portare dalla grazia dello Spirito Santo perché soltanto con la forza di Dio noi possiamo realizzare i comandamenti del Signore, obbedire alla sua volontà ed essere realmente felici.
Ma per fare questo, carissimi fratelli e sorelle, come Nicodemo dobbiamo andare da Gesù, dobbiamo ascoltare la sua Parola, dobbiamo crescere nella relazione e nell’amicizia con Lui, Signore e Maestro nostro, perché soltanto Lui ha parole di vita eterna.
Cerchiamo anche noi di fare questi passaggi: diventare consapevoli di quello che siamo, apprendere dalle labbra del Maestro il piano e il progetto di Dio che noi dobbiamo realizzare, lasciarsi portare dalla grazia, dal vigore, dal coraggio, dalla forza, dalla potenza dello Spirito Santo a cui nulla è impossibile, nella docilità che, al pari di Maria, noi gli offriamo nelle vicissitudini e nelle situazioni quotidiane della nostra vita.
È difficile per Nicodemo, che è un capo dei Giudei, diventare consapevole di quello che si porta nel cuore. Tanti di noi vivono difficoltà e vicissitudini delle più varie, dolori e ripiegamenti, disperazioni ed angosce, così come abbiamo anche momenti di gioia, di spensierata allegria, di gioiosa fraternità, di amicizie sincere. Ma nell’uno come nell’altro caso, ovvero sia nei sentimenti positivi, così come anche in quelli negativi, non riusciamo ad apprezzare la grazia di Dio, ad essere veramente consapevoli, coscienti di quello che siamo, di ciò che desideriamo, di quanto Dio richiede a ciascuno di noi. Sono le domande che ogni uomo deve porsi nei momenti più disparati della propria esistenza: Chi sono? Dove vado? Cosa sono chiamato ad essere, a realizzare nella mia vita e nella mia esistenza? Se leggiamo tutto quanto il capitolo terzo, in parte dedicato proprio al dialogo notturno di Gesù con Nicodemo, è bello notare che Gesù sorride davanti a delle espressioni di Nicodemo, si prende gioco di lui, lo tratta con ilarità, sorride davanti alla sua incomprensione. Non è certamente un’offesa nei riguardi di quel capo dei Giudei, quanto il desiderio di Gesù, che vive anche con noi, talvolta di sdrammatizzare. Abbiamo bisogno, carissimi fratelli e sorelle, di più leggerezza nella nostra vita, così come anche nel cammino di fede! Non dobbiamo essere moraleggianti, non dobbiamo lasciare prevalere la dimensione della legge che tante volte ci schiaccia, quanto crescere nella consapevolezza che l’amicizia di Cristo è nostra vera legge e che l’amore è la pienezza dei comandamenti.
Cristo conduce pian piano Nicodemo a diventare cosciente che la vita che sta vivendo non basta! Pian piano lo conduce a diventare sempre di più consapevole che quello che sta approfondendo, ciò che sta comprendendo della Legge è ormai passato. Deve fare un salto, deve crescere, deve maturare, deve diventare adulto. E questo, carissimi fratelli e sorelle, è ciò che attende anche noi. Siamo chiamati a fare dei salti nella vita di fede, a diventare più maturi, più responsabili, più adulti, a non crogiolarci in quello che scandiva la mente e i desideri di un tempo. Lo stesso Paolo, rileggendo la propria vita, ebbe a dire e a scrivere: Quando ero bambino parlavo da bambino, agivo da bambino, mi comportavo da fanciullo. Ma diventato adulto, quello che ero da bambino l’ho abbandonato. È vero, il Signore ci chiede di diventare bambini per entrare nel Regno dei Cieli. Bambini, sì, puri con il cuore, pronti alle novità di Dio, ma non immaturi ed incapaci di accogliere quelli che sono gli scatti della crescita che dobbiamo fare! L’infanzia da perseguire è quella spirituale, è quella del cuore, è la piccolezza dell’animo che è poi la vera grandezza davanti a Dio. Ma, discepoli di Cristo Signore, dobbiamo diventare adulti, responsabili, maturi, non continuare a pretendere di essere accompagnati per nome.
Nicodemo deve comprendere proprio questo, che deve crescere, deve maturare, deve impegnarsi nella vita di fede, deve dare a Dio le energie del cuore, della mente, del corpo suo. Non è più un bambino! Deve approfondire, attraverso la relazione con Cristo Signore, il rapporto con la Legge, deve comprendere che quell’uomo che gli sta davanti è la pienezza dell’Antico Testamento. Non deve guardare più al Sinai, ma deve imparare a guardare verso il Golgota che è il monte santo dove Cristo nel mistero della sua croce donerà agli uomini l’unica vera Legge che dona salvezza e redenzione, quello dell’amore. Amore donato, amore concesso, amore sacrificato, amore effuso fino all’ultima goccia del proprio sangue. E questo è il passaggio, carissimi, che Cristo chiede anche a noi: passare dal Sinai al Golgota e Gesù – com’è bello questo Gesù paziente, misericordioso, mite ed umile di cuore! – conduce pian piano Nicodemo attraverso il discorso della croce a comprendere quella che è la dinamica dell’offerta. Paolo la donerà alla primitiva comunità di Corinto: La parola della croce è scandalo per coloro che vanno in perdizione, ma per coloro che si salvano, per noi, è sapienza e potenza di Dio. Noi annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani, ma per coloro che credono, sia giudei sia greci, Cristo è potenza e sapienza di Dio. Sì, Gesù introduce Nicodemo a comprendere la sua vita nell’ottica di un amore più grande. Paolo conduce la comunità di Corinto attraverso la parola della croce, il discorso della croce, ad entrare nelle piaghe del Salvatore, a fare esperienza della misericordia, a comprendere che è lui l’Agnello che toglie il peccato del mondo. Così come il serafico nostro padre, scrive San Bonaventura, con i primi frati, quando ancora non avevano libri, prendeva il libro della croce, lo sfogliava e lo risfogliava facendo a quei primi suoi compagni l’unico discorso, quello della croce, sorgente di vita nuova e vera.
Carissimi fratelli e sorelle, noi comprendiamo la volontà di Dio su di noi soltanto alla luce del mistero di Cristo Signore, soltanto alla luce della Pasqua.
Quando noi ci chiediamo: “Ma Dio cosa vuole da me? Cosa mi sta chiedendo? Qual è il passaggio che devo fare?”. Dobbiamo guardare verso Gesù Cristo. È Lui che ci dona la chiave, il senso vero della vita. Noi non siamo abituati a guardare verso il Golgota, ad entrare nelle piaghe del Signore, ad immergerci potentemente nel suo costato trafitto, ad inebriarci del suo sangue, a purificarci nella sua acqua, ad accogliere lo Spirito suo che esanime si consegna all’abbraccio del Padre e dona a noi la sua stessa vita. Eppure è questo che dobbiamo imparare a fare: guardare verso Gesù.
Il popolo di Israele – lo abbiamo ascoltato nel brano tratto dal Libro dei Numeri – nella traversata del deserto si trova in difficoltà, mormora contro Dio e contro Mosè. È stanco, affranto, sfinito e Dio lo vuol mettere alla prova. E le difficoltà del cammino vengono rischiarate, vengono utilizzate da Dio perché il popolo impari, nell’obbedienza e nella consegna, a guardare verso di Lui. Ci sono dei serpenti nel deserto, mordono il popolo, tanti muoiono. Mosè prega Dio perché liberi da quel flagello il popolo un giorno schiavo nel deserto ed ora in cammino verso la terra della promessa dove scorrerà il latte della misericordia e il miele della divina volontà. Mosè prega e la risposta gli viene. Per questo nella tua vita non vengono le risposte! Perché tu non preghi abbastanza. Perché tu non ti rivolgi a Dio. Perché, con la verga della tua preghiera, non bussi al costato del Salvatore per avere la gioia. Per questo siamo morsi continuamente dalla tentazione e dalla tribolazione, dalla mormorazione e dalle cadute nostre. Per questo non facciamo dei salti nel cammino di fede! Per questo nelle nostre famiglie non regna la pace e la concordia, il dialogo e la comprensione, l’amore sincero e il desiderio di perdonarsi al di là di quelle che sono le cadute piccole e grandi che ci possono essere. Come Mosè dobbiamo imparare a pregare! Dobbiamo prendere la corona del rosario, dobbiamo rivolgerci a Maria perché lei, madre di misericordia ci introduca sempre più potentemente nel costato del Signore, del Risorto che ci dona la potenza dello Spirito Santo. La vita di fede si misura sul tempo che dedichiamo a Dio, alla preghiera, alla lettura della Parola della Scrittura. Se non c’è vita interiore, noi battiamo le ali ma non riusciamo a volare dietro a Cristo Signore! Se non c’è spessore di vita spirituale, noi possiamo anche parlare di Vangelo, ma non è incisivo nella nostra esistenza e nell’esistenza dei nostri fratelli. Per questo l’Apostolo Paolo può dire: Se non ho la carità sono come un bronzo che risuona e un cembalo che tintinna. E la carità ci viene nella frequentazione continua, nell’amicizia di Cristo Signore e Salvatore. Mosè chiede a Dio nella preghiera e ottiene risposte. Noi non otteniamo risposte perché non chiediamo e, se chiediamo, non chiediamo bene, ci ricorda l’Apostolo. Ma Dio, che ha promesso Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto, cercate e troverete, esaudisce la richiesta di Mosè e gli dice di farsi un serpente di bronzo, di metterlo su un’asta e tutti coloro che avrebbero guardato verso il serpente di certo avrebbero sperimentato la salvezza. E così avviene.
C’è questo verbo così importante: Guardare verso il serpente che significa, traducendolo nel linguaggio del Nuovo Testamento, Guardare verso Gesù Cristo. E così l’espressione del profeta Isaia Guarderanno colui che hanno trafitto diventa, su coloro che frequentano continuamente, al pari di Paolo e di Francesco, il Golgota, il motivo della redenzione, la causa della salvezza, la sorgente della nostra gioia. Perché non guardiamo verso Gesù? Perché non ci lasciamo irrorare dal suo amore, riempire dalla sua misericordia? Perché frequentiamo tanto poco il costato del Salvatore trafitto? Perché preferiamo stare con Gesù quando predica alle folle, quando fa miracoli, ma davanti alla salita del Calvario come i discepoli gettiamo la spugna e lo abbandoniamo. E invece è lì che nel silenzio dobbiamo seguire Gesù e dobbiamo apprendere quell’unica lezione che è incisiva nella nostra vita: l’amore è vero soltanto quando conosce, nel silenzio e nella solitudine, la donazione, anche nell’incomprensione, anche nel sacrificio ad oltranza, anche tra le mormorazioni dei tanti che non riescono a comprendere che in quel momento ci stiamo sacrificando e offrendo la nostra vita per loro. Comprendere la volontà di Dio su di noi guardando il Cristo Crocifisso. Stai lavorando? Non riesci a portare il peso della tua fatica? Guarda verso Gesù e impara da Lui, mite ed umile di cuore, ad accogliere la debolezza del tuo stato, le contrarietà delle tue situazioni. In famiglia non vivi bene, stai attraversando un periodo di grandi difficoltà? Ci sono dei problemi di salute che ti attanagliano? Delle situazioni economiche che ti fanno preoccupare e neppure dormire di notte? Guarda verso Gesù e impara da Lui a sposare le contraddizioni della tua vita e ad impegnarti perché nella tua esistenza possa riapparire il sereno, il sole della gioia attraverso la grazia di Dio che ti è concessa quando lavori per la sua gloria e quando desideri vivere secondo il comandamento dell’amore che Cristo dona ai suoi discepoli. Stai vivendo un momento di gioia con la tua famiglia? Rallegrati, gioisci e ringrazia il Signore! Anche il Nazareno trovava gioia nello stare nella casa di Betania con Lazzaro, Maria e Marta e si trastullava nei momenti di gioia e di serenità vissuti con i discepoli. Tutto concorre al bene. Ogni momento della nostra vita, guardando a Gesù, può diventare un’occasione di santità, un motivo di gioia, un momento da vivere nella letizia, nella lode e nel ringraziamento.
Ma c’è il terzo passaggio che Nicodemo e tutti quanti noi dobbiamo fare, guardando verso Gesù. L’Apostolo Paolo, nella seconda lettura – l’abbiamo ascoltato – scrivendo alla giovane comunità di Filippi dice che Gesù Cristo spogliò se stesso assumendo la condizione di servo, si è umiliato come schiavo fino alla morte e alla morte di croce. Ma dov’è che Gesù Cristo trova la forza? Nell’amore! Nell’amore che il Padre nutre nei suoi riguardi. Ed è questo importante per tutti quanti noi, carissimi fratelli e sorelle. Nicodemo ascolta dalle labbra di Gesù che Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. La forza per fare la volontà di Dio, la potenza per essere conformati in tutto a Gesù Cristo, l’energia per passare aa quello che noi siamo a ciò che Dio ci chiede di essere, è soltanto l’amore dello Spirito Santo! Senza l’amore di Dio, noi non riusciamo a fare nulla. Perché Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se la città non è costruita dal Signore, invano veglia il custode. Invano vi alzate di buon mattino, tardi andati a riposare, dice il salmista. Talvolta capita nella nostra vita che riusciamo a guardare verso Gesù Cristo, a comprendere quello che il Padre desidera da noi. Ma siamo convinti che tutto dipende dalla nostra forza, dalla nostra capacità, dal nostro impegno… Che grande illusione! Senza Gesù Cristo, non possiamo far nulla. Non sono le nostre energie, non è il nostro impegno, non è l’indurire il nostro cuore, la nostra mente che ci dà la possibilità di realizzare i comandamenti e di vivere nell’amore, quanto l’abbandono, il fidarsi di Dio, il lasciarsi nelle mani del Signore nell’abbandonarsi alla sua volontà. Come Gesù Cristo sulla croce Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. Dio può fare meraviglie in te se tu lo lasci operare, se tu smetti di pensare continuamente, smetti di programmare la tua vita, di pianificare l’esistenza degli altri, di vedere quello che è bene e quello che è male! Lascia fare a Dio nella tua vita! Lascia che la croce del Salvatore regni sui tuoi pensieri, che regni nei tuoi sentimenti, che alberghi nel tuo cuore e che trasformi tutta quanta la tua vita.
La grazia da chiedere oggi, carissimi fratelli e sorelle, nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce è che il Signore ci faccia superare il paradosso di credere che la morte di Cristo sia per noi scandalo. Dobbiamo attraversare questo scandalo e dobbiamo chiedere su tutti quanti noi che il sangue del Signore scenda, che ci purifichi, che ci vivifichi, che stani il peccato, che pieghi il nostro orgoglio, che metta a morte la nostra superbia, che abbassi la nostra presunzione. Che il sangue di Cristo, irrorando il nostro cuore, ci renda umili, ci renda arrendevoli, ci renda docili alla grazia, ci renda capaci di lasciare operare Dio dentro di noi. Il sangue di Cristo deve penetrare nella tua mente, deve vivificare i tuoi pensieri, deve irradiare il tuo sguardo, deve toccare le tue parole, deve riempire il tuo cuore perché la tua vita, come quella di Francesco, diventi sovrabbondante di gioia, di grazia e di pace.
Noi carissimi fratelli e sorelle oggi non celebriamo la sofferenza della croce, ma l’amore che noi contempliamo nella croce perché il dono ella croce sta a dire l’immensa carità del cuore del Signore nostro Gesù Cristo, l’immensa carità del cuore del Padre, la potenza dello Spirito Santo che ci vivifica e ci rende delle creature nuove. Siamo stati segnati dalla croce di Cristo il giorno del Battesimo, continuamente ci segniamo con la croce del Salvatore. Oggi Cristo ti dice: Lascia che la mia croce, lascia che il mio amore penetri dentro di te ed accenda in te il desiderio di santità. Fa’ che la mia croce in te, nella docilità che tu offri, ti faccia diventare una creatura nuova. Mettiamo al bando le nostre disperazioni, le nostre angosce, le nostre illusioni, il nostro ripiegarci su noi stessi. Gettiamo alle ortiche la presunzione di credere che noi sappiamo tutto e nell’umiltà chiediamo che il Signore ci illumini con la sua grazia, ci doni la sua forza e ci faccia diventare delle creature nuove. Rivolgiamoci a Francesco. Lui, nella quaresima fatta in onore di San Michele Arcangelo sul Monte della Verna, chiede tutto l’amore e tutto il dolore. Francesco ormai prossimo alla morte ha compreso che il dolore lo si può attraversare soltanto con un cuore traboccante di amore. Questo significa che se noi non riusciamo a sopportare il dolore e le sofferenze della vita è perché c’è poco amore.
Il Signore ottenga anche a noi, così come ha fatto con il serafico Padre, la grazia di un Amore che vince ogni tipo di dolore. E Maria, la Vergine Addolorata, la Madre del Risorto, ottenga a tutti quanti noi la grazia, la gioia di diventare consapevoli di quello che siamo, di diventare coscienti dei passi che dobbiamo fare guardando a Gesù Cristo e, in terzo luogo, di lasciarci continuamente portare dalla forza dello Spirito Santo a cui nulla è impossibile.
Tu, o Maria, sei la madre del Crocifisso, la madre del Risorto, la Regina del cielo e della terra. A te volgiamo la nostra preghiera A te rivolgiamo la nostra voce. Verso di te noi mettiamo il nostro sguardo. Donaci sempre il tuo Figlio Gesù. Nei momenti di angoscia, di solitudine, di silenzio, di disperazione, fa’ che possiamo guardare verso il Golgota per imparare da Lui, mite ed umile di cuore, quell’amore che diventa dono, quella carità che si concede senza misura, quell’affetto che viene donato anche nell’incomprensione e nel tradimento.
Donaci di diventare sempre più consapevoli che nell’abbandono e nella calma, nella conversione e nella gioia c’è la nostra serenità e la nostra pace. Resta con noi, o Maria, quando le luci della sera si spengono, quando i fallimenti si acuiscono, quando lo scoraggiamento vince sui pensieri e i sentimenti del cuore. Donaci la gioia di ritrovare in Cristo la nostra bussola, in Lui la nostra speranza, in Lui la nostra energia, in Lui l’amore che mette in circolo la nostra esistenza. Tu, Porta del Cielo, un giorno, noi ti invochiamo, introducici nel regno di luce e di pace per immergerci in quel regno dove non ci sarà più né dolore, né pianto, ma soltanto amore, luce e gioia per sempre. Amen!
fra Vincenzo Ippolito ofm

