XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
Lc 14,25-33
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Parola del Signore.
Omelia R.P. Vincenzo Ippolito:
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Versione testuale
Il Signore conceda a tutti quanti noi, carissimi fratelli e sorelle, la sua grazia e la sua pace!
Ci sono tante domande che ci portiamo nel cuore, tanti interrogativi che talvolta non ci permettono neanche di chiudere occhio di notte. Nella solitudine, si fanno strada le nostre paure, le voci del cuore ci atterriscono e, portati dall’inquietudine dell’animo nostro, non riusciamo a trovare pace. È faticoso stare nel silenzio e nella solitudine, senza affondare nella disperazione.
Così è anche l’autore del Libro della Sapienza. Egli scrive in Egitto, circa duecento anni prima della nascita di Cristo. È un ebreo che ricerca la verità, che vuole dare ai suoi connazionali, già lontani dalla Palestina da tanti anni, quel lume di speranza che viene dal rileggere l’esperienza del popolo di Israele, cercando di attualizzarla perché diventi risposta significativa per le domande che ciascun uomo si porta nel cuore. E l’abbiamo ascoltato: Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? È la domanda di questo saggio dell’Antico Testamento, ma è la domanda di ogni uomo. Ricorderete quel tale che si avvicina a Gesù per chiedere la vita eterna, il segreto della felicità e della gioia. Così come ricordiamo anche il giovane Francesco che ricerca la volontà del Signore: «Illumina le tenebre del cuore mio, dammi sapienza, intelligenza, che io faccia lo tuo santo e verace comandamento».
Come si fa, carissimi fratelli e sorelle, a trovare risposta a questa domanda: cosa vuole Dio da me? Cosa vuole Dio da te? Cosa desidera per la nostra giornata, per la nostra famiglia, per la nostra comunità? Come possiamo avere la gioia? L’autore qui ci dice che i ragionamenti dei mortali non portano da nessuna parte. E allora siamo condannati alla morte? Alla disperazione? Alla tristezza? Ma noi sappiamo di avere Gesù Cristo. Lui è la risposta ad ogni nostra domanda. Lui solo ha parole di vita eterna. Quando ci troviamo in una situazione difficile, quando l’angoscia del cuore sembra prevalere, quando la tristezza fa capolino nell’animo nostro, dobbiamo sempre tenere fisso lo sguardo su Gesù. Lui è la sorgente dello Spirito Santo che rasserena il nostro cuore. Lui è la fonte dell’amore che ci fa sperimentare la gioia. Lui è il Figlio unigenito del Padre che si è fatto figlio dell’uomo per donarci vita e salvezza.
Carissimi fratelli e sorelle, tante volte noi versiamo nella disperazione, esperimentiamo l’inquietudine del cuore perché crediamo di poter risolvere da noi stessi le difficoltà della nostra vita. E così non troviamo risposte, ci arrovelliamo nei mille ragionamenti e sembra che le risposte che noi cerchiamo di dare, o che anche la società cerca di dare, non ci donano veramente la gioia. In che modo la società di oggi cerca di acquietare l’animo nostro? Attraverso i beni di consumo, attraverso i social, cioè ubriacandosi di tutte le distrazioni che il mondo ci presenta per allontanarci da quella sorgente di vita che è soltanto Gesù Cristo.
La pagina del Vangelo ci dà, nel cammino che il Signore sta portando avanti verso Gerusalemme, la possibilità di ascoltare la sua Parola, di lasciarci illuminare dalla sua volontà, di confrontarci con Gesù Cristo. Questo è quello che noi dobbiamo fare continuamente. Dobbiamo mettere gli occhi nostri negli occhi di Gesù, la mente nostra nella mente di Gesù, il cuore nel cuore di Cristo e lasciare che i suoi sentimenti, a noi comunicati dallo Spirito Santo, ci facciano diventare delle creature nuove. Per questo noi celebriamo l’Eucaristia, per questo preghiamo, per questo ci accostiamo alla grazia dei Sacramenti, per questo noi ci nutriamo del corpo e del sangue di Gesù, perché venendo in noi, Gesù Cristo sprigioni tutta quanta la sua potenza e ci renda delle creature nuove, figli del Padre, fratelli tra noi.
La pagina del Vangelo ci offre delle risposte piuttosto esigenti. Gesù Cristo ha, potremmo dire, un discorso molto duro e i suoi interlocutori, come capitò dopo il discorso sul pane di vita, avrebbero potuto dire: questa parola è dura, chi può comprenderla? Ma guidati dalla sapienza della Chiesa, possiamo vedere che questa parola non è al di sopra di noi, ma questa parola è alla portata di ogni uomo che può attingere in abbondanza la gioia, è sulle tue labbra, è sul tuo cuore, perché tu possa credervi e attraverso la fede sperimentare una vita nuova. Lo abbiamo ascoltato, Gesù non si trova, come la scorsa domenica, nella casa di un fariseo, ma è insieme con una numerosa folla che va da Gesù e questo è quello che dobbiamo imparare a fare anche noi: andare continuamente da Gesù per essere illuminati dalla sua Parola, vivificati dal suo amore, rischiarati dalla sua presenza, motivati dall’energia dello Spirito Santo che Lui continuamente ci dona. Ma nella nostra giornata ci sono tante distrazioni! Non abbiamo la gioia, non abbiamo la serenità, non abbiamo la pace, perché non riusciamo ad andare continuamente a Gesù per essere ristorati dalla sua grazia, rivitalizzati dal suo amore.
Ed è bello vedere che tanti seguono Gesù ed egli si volta e vuol mettere le cose in chiaro perché la sua Parola ci vuol portare a fare un serio esame di coscienza.
Tanti seguono Gesù, tanti lo seguono soltanto con i piedi, tanti lo seguono soltanto attraverso una sequela formale, tanti lo seguono soltanto a parole, ma tanti lo seguono facendo spazio a Dio nella propria vita.
La Parola di Dio può toccare soltanto delle parti o può toccare anche il tutto. Quando ascoltiamo la Parola di Dio, la Scrittura, entrando dall’orecchio attraverso l’ascolto, si può fermare alla mente. Io penso Dio, rifletto il mistero di Dio, credo di confidare in Lui. Questa non è fede, questo è pensiero. Talvolta la Parola di Dio scende e diventa motivo per parlare. Tante volte noi parliamo della Parola di Dio, parliamo dei contenuti della fede e in questo modo facciamo credere agli altri di essere dei fedeli, dei discepoli di Gesù, ma non è così. La Parola di Dio deve scendere ancora di più, deve scendere nel cuore, deve andare in profondità nell’animo nostro e quando va lì, e Cristo combatte il nostro orgoglio, purifica il nostro animo, si sprigiona la potenza della vita e così gli occhi guardano l’invisibile, gli orecchi ascoltano le necessità dei fratelli, la mente pensa secondo Dio e le mani e i piedi operano e vanno lì dove solo il Signore desidera che noi andiamo a portare la sollecitudine e la cura della nostra carità. Ed io vado da Gesù con la mente, con l’orecchio o ci vado con il cuore? Io mi lascio trasformare profondamente da Dio? Oppure, passata la Messa, è passato tutto, ricomincio la mia settimana ma Cristo non mi cambia in profondità e non mi fa diventare una creatura nuova.
La prima cosa da chiedere oggi al Signore è: Donami la grazia di venire da te quando ci sono tanti interrogativi ai quali io non so dare risposta. Donami la forza dello Spirito Santo per fare sul serio con te e lasciare che tu possa entrare nella mia vita ed essere Signore di tutta quanta la mia esistenza. Donami la possibilità di non credere che basta dirsi cristiani, quanto invece siamo chiamati a mettere a frutto la grazia della Divina Parola.
È lo stesso Maestro che lo dice alle folle nel discorso della montagna: Non chi dice Signore e Signore entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. A Gesù, e alla sua Chiesa, non interessa che le Chiese siano piene, che le nostre assemblee siano traboccanti di gente! A noi non interessa che questo convento, che le nostre associazioni brulichino di vite. No, non è questo il senso della vita cristiana! Non è il numero, non è la quantità, è la qualità dei discepoli di Gesù! Noi potremmo anche desiderare che l’Ordine di San Francesco abbia tanti figli più di quelli che ne ha ora, ma non è il numero importante! È la qualità di coloro che, con la stessa radicalità del serafico Padre, vogliono seguire Gesù Cristo, umile e povero ed essere innestati nel mistero della sua Pasqua per essere nel mondo testimoni del suo amore che guarisce, libera e salva.
Gesù oggi si gira e guarda me, così come guarda ciascuno di voi e mette in chiaro le cose: tu mi vuoi seguire veramente? Tu vuoi essere veramente mio discepolo? Perché essere discepolo di Gesù significa, lo abbiamo ascoltato, amare Dio al di sopra di ogni cosa, più del padre, della madre, della moglie, dei figli, dei fratelli, delle sorelle e perfino della propria vita. Seguire Gesù Cristo significa portare la propria croce e seguire Gesù Cristo. Sembra piuttosto strana questa parola di Gesù. Il maestro nella sera del tradimento – lo ricorderete – ci ha comunicato il comandamento dell’amore, ci ha detto amatevi gli uni e gli altri come io vi ho amato e oggi, invece, ci dice che vuole essere amato al di sopra di ogni cosa? Perché Gesù ci dice così? Sembra che questa Parola porti lo scompiglio nel nostro cuore! Noi siamo naturalmente portati ad amare i nostri familiari… La fede va contro la natura? Come mai Gesù mi chiede una cosa che è irrazionale, una cosa che è incomprensibile, una cosa che è difficile da capire e ancor di più da vivere? Gesù non ci sta dicendo che non dobbiamo amare i figli, i fratelli, no! Ci sta dicendo di amare Dio e, nel vincolo dell’amore di Dio, amare tutti quanti gli altri. Vi faccio un esempio. La maggior parte di voi vive nel sacramento del matrimonio e tutte quante le zuffe che avete, i conflitti e le lotte partono da un principio che è quello dell’egoismo. Il marito dice ho ragione io e la moglie dice ho ragione io. Poi, quando si ci mettono i figli, le cose diventano ancora più complicate perché loro credono di aver ragione sempre e solo loro. Ora, quando l’egoismo gestisce i nostri rapporti, noi non ce ne accorgiamo perché chiamiamo “amore” quello che in realtà è egoismo e siamo solitamente illusi dal credere che noi stiamo amando, quando il principio è quello dell’egoismo e i nostri rapporti non sono sereni, c’è sempre quella tensione… E come usciamo da questa difficoltà? Una volta tu dai ragione a me e una volta io do ragione a te e “tutti vissero felici e contenti”. Più o meno è così!
Questo ci fa comprendere che l’amore naturale non riesce ad andare al di là, non riesce a maturare, non riesce a vincere il principio dell’orgoglio, dell’egoismo e della superbia! Quando, invece, in una coppia, in una famiglia regna l’amore di Dio, il marito guarda la moglie nella luce dello Spirito Santo che è Spirito di amore, la moglie guarda il marito nella forza e nell’ardore dello Spirito Santo che è amore che si dona. Così come il sole ci dà la possibilità di guardare, quando io amo nell’amore del cuore di Cristo, tutto acquista una luce diversa!
Allora, il fatto che Gesù ci dica che voglia essere amato al di sopra di ogni cosa non significa che gli altri non devono essere amati – no, no! – ma che gli altri devono essere amati nell’amore del cuore di Gesù che è cosa ben diversa! Significa che io amo ma non con la forza del mio amore che è sempre scandito dall’egoismo, dall’orgoglio e dalla rivalsa (io do qualcosa a te e alla fine tu dai qualcosa a me). Quando Dio diventa il principio dell’amore e la sorgente del dono, io amo sì, ma mettendo Lui al di sopra di ogni cosa, imparo da Gesù ad amare in un amore che genera il dono e che conduce a desiderare sempre e solo la vita dell’altro, anche a costo della mia morte, come ha fatto Gesù. Infatti, se guardiamo Gesù, il figlio di Maria ha amato Dio al di sopra di ogni cosa, ma – guarda caso! – ha dato amore, ha offerto la vita a tutti quanti gli uomini. Ha offerto fino alla croce la sua esistenza, perché ciascuno di noi potesse sperimentare la gioia. Ma com’è difficile per noi! È difficile far regnare l’amore di Dio in noi e tra di noi! L’egoismo è sempre in agguato, l’orgoglio è quel tarlo che consuma le nostre relazioni e i nostri rapporti. Allora come possiamo fare? Come si esce da questo dilemma? Solitamente noi usciamo da questo dilemma dicendo a Dio: Signore, una volta facciamo come piace a te e una volta facciamo come piace a me. È sempre la logica del compromesso!
Invece la liturgia di oggi, attraverso la seconda lettura, ci fa comprendere che noi possiamo passare attraverso la porta stretta dell’amore di Cristo soltanto se ci facciamo guidare.
Abbiamo ascoltato la seconda lettura che è uno dei testi più brevi della Sacra Scrittura, è la lettera che Paolo scrive a Filemone. Chi è questo? Filemone, con molta probabilità, è un cristiano della comunità di Colossi, è un uomo ricco che accoglie nella sua casa i cristiani di quella città e, come tutte le persone ricche allora, aveva molti schiavi. Uno di questi schiavi cosa fa? Si stanca di essere comandato e fugge, perché il rapporto non è un rapporto di amore, è un rapporto di egoismo e di schiavitù. Probabilmente sarà stato maltrattato, sarà stato non preso in considerazione nei suoi bisogni e nei suoi desideri (lo schiavo non valeva niente), fugge e incontra Paolo, l’apostolo. Paolo è vecchio, è in catene e cosa fa? Gli parla di Gesù Cristo, lo converte, lo porta ad essere cristiano e poi lo rimanda a Filemone, al suo padrone, con una lettera. Onesimo è cambiato, non è più un pagano, è un cristiano e la lettera, che Paolo scrive, è un biglietto molto breve dove dice: io ti mando Onesimo una volta ti era schiavo ora in Cristo è tuo fratello. Amalo come me stesso, così come io lo amo e lo considero il mio cuore, il mio figlio a me tanto caro.
Carissimi fratelli e sorelle, Filemone deve imparare ad amare Dio al di sopra di ogni cosa e ad amare, nel vincolo dell’amore di Dio, Onesimo non come uno schiavo, ma come un fratello. E Paolo lo aiuta, così come anche noi ci dobbiamo far aiutare a vivere i rapporti tra noi, non nella schiavitù ma nella fraternità e nella gioia, non con la dinamica dell’egoismo e dell’orgoglio ma del dono e dell’offerta volontaria della nostra vita.
Che il Signore ci accompagni e ci aiuti nel nostro cammino e ci faccia comprendere che seguire Gesù Cristo significa vivere lo stesso amore che il cuore di Cristo ha vissuto nei suoi 33 anni di vita sulla Terra. Significa guardare l’altro non come un nemico, ma come un fratello, non come un avversario ma come un compagno di viaggio, non come un antagonista, come la persona che ci vuole fare le scarpe, ma come l’amico che insieme con me costruisce il regno di Dio ed edifica tra gli uomini la giustizia e la pace che discendono direttamente da Dio. Il Signore conceda a tutti quanti noi, per intercessione di Maria nostra madre e regina e del serafico padre Francesco, di non vivere da schiavi, di non vivere da servi perché abbiamo ricevuto uno spirito da figli adottivi che, dentro di noi, ci fa gridare Abbà Padre. Non viviamo da schiavi delle nostre passioni e del nostro egoismo, ma lasciamoci riscattare dalla potenza dell’amore di Cristo. Viviamo nell’amore di Cristo e lasciamo che l’amore generi i nostri rapporti nella fraternità, nella concordia, nella pace sincera del cuore. Amen.
fra Vincenzo Ippolito ofm

