La tua fede ti ha salvato

12 ottobre 2025
XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Lc 17,11-19
+ Dal Vangelo secondo Luca

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Parola del Signore.

Omelia R.P. Vincenzo Ippolito:

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Versione testuale

Il Signore conceda a tutti noi la pienezza della Sua grazia e la dolcezza della Sua pace.

«Alzati e va’. La tua fede ti ha salvato», con questo imperativo si conclude la pagina evangelica di oggi, che termina questo incontro di guarigione, nel quale dieci lebbrosi hanno fatto esperienza della potenza risanatrice dell’amore misericordioso del cuore di Dio, attraverso il cuore di Cristo. «Alzati e va’. La tua fede ti ha salvato», così si conclude ogni incontro con il Signore risorto, che risana le nostre ferite, che fascia le piaghe dei cuori spezzati e che annuncia, nella nostra vita, l’anno di grazia e di misericordia del Padre. Domandiamo allo Spirito Santo, nell’umiltà e con umiltà, che ci apra le insondabili ricchezze del mistero della volontà del Padre, racchiusa in questa pagina della Scrittura, così che anche noi possiamo vivere la dinamica del Samaritano che si avvicina a Gesù, riceve nell’umiltà il comando del Signore, si dispone nell’obbedienza ad accogliere la sua parola e, guarito, ritorna per rendere grazie ed è inviato dal Signore ad annunciare quanto la sua mano potente, la sua parola risanatrice ha operato nella sua vita. Questo, carissimi fratelli e sorelle, è l’itinerario che noi sempre dobbiamo fare, quando ci avviciniamo a Gesù, confessiamo, così come ci ricorda San Paolo nella Seconda Lettera a Timoteo, che Egli è il Signore, che è risorto dai morti, che è vincitore sul peccato: ci avviciniamo a Lui, perché veniamo attratti dalla potenza misericordiosa del Suo Cuore; nel dialogo con Lui, siamo risanati e guariti e poi partiamo per annunciare le grandi opere che l’amore Suo ha operato nella nostra vita.

L’Evangelista ci presenta questa scena, nel grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme. Anzi, lo stesso autore ispirato lo sottolinea ulteriormente all’inizio del brano, lo abbiamo ascoltato: «Lungo il cammino verso Gerusalemme». Lui ha una meta, ma, quale buon samaritano si piega a fasciare le ferite dei cuori e dona il refrigerio e la grazia della sua guarigione a quanti, con umiltà, chiedono il suo intervento potente. Se riuscissimo anche noi ad imitare Gesù Cristo, mettendo a frutto la grazia dello Spirito Santo! Infatti, il Signore ci chiede, come il buon samaritano, di avere delle mete, di muoverci nell’orizzonte della sua volontà, ma di sentire giusta compassione per coloro che incontriamo sul nostro cammino. Tante volte noi, come il levita e come il sacerdote, andiamo avanti per la nostra strada, non ci lasciamo scomodare dal grido dei piccoli e dei poveri, da quanti si rivolgono a noi per ricevere sollecita cura ed essere ristorati nel corpo e nel cuore dalle fatiche dell’umana esistenza. Gesù si sta dirigendo verso Gerusalemme, ma si prende pensiero di coloro che incontra, si lascia portare dalla voce che sente. Egli è l’incarnazione di quel Dio che nell’Esodo aveva ascoltato il grido del popolo dalla schiavitù ed egli stesso, non attraverso Mosè o gli altri profeti, interviene, ma di persona viene a noi e ci dona la guarigione con la grazia del suo amore e dispone il nostro cuore a quella pioggia di misericordia che solo lui, Dio fatto uomo, ci può concedere.

Tra i tanti, cogliamo un particolare bello che l’Evangelista sottolinea. Il Signore passa attraverso la Samaria e la Galilea, che sono due regioni storicamente in contrasto. Tante volte Gesù sottolinea nei Vangeli come i Samaritani riescono ad accogliere la sua parola. Ricorderemo come nel capitolo quarto del Vangelo secondo Giovanni, prima di incontrare la donna di Samaria, l’Evangelista sottolinea che Gesù doveva passare attraverso la Samaria. Dio attraversa la tua vita, viene accanto a te, ma non passa soltanto nella regione della fedeltà, come può essere la Galilea, passa nella Samaria del tuo cuore, vede le cose che vanno bene per farle crescere, ma vede anche le cose che non vanno bene, per donarti la conversione e la vita nuova. Noi dobbiamo lasciare a Cristo la possibilità di entrare dentro di noi, nelle regioni dell’infedeltà e della morte, così come anche nelle zone dove la sua luce già signoreggia e regna. Questo significa pregare, rivolgersi a Lui, intavolare con il Salvatore un dialogo che ci spinge ad essere delle persone migliori. Non dobbiamo mettere delle maschere, non possiamo sempre presentare il perbenismo delle nostre azioni o la perfezione presunta delle nostre intenzioni. Dobbiamo dire al Signore: “io sono questo”. Con umiltà dobbiamo metterci davanti al Signore, lasciare che il suo cuore possa entrare nel nostro cuore e possa dare la forza della guarigione, di essere ristorati e risanati, guariti e liberati per diventare delle creature nuove.

 Donaci o Signore di lasciare a te sempre la possibilità di entrare nella nostra vita come luce che rischiara le tenebre, come grazia che perdona il peccato, come salvezza che cura le ferite del cuore, che fascia le piaghe dei cuori spezzati e annuncia la grazia di cui tu, nella potenza della tua cura, ci fai continuamente dono, attraverso un cammino graduale per sperimentare che tu solo sei buono ed eterna è la tua misericordia.

Gesù entra in un villaggio, uno dei tanti. Il Signore passa lì dove avverte la necessità e il desiderio di incontrare delle persone. Tante volte Dio passa nella nostra vita, nei nostri pensieri, nelle nostre amicizie, nelle nostre relazioni, ma non sempre riusciamo a cogliere la sua presenza, a lasciarci illuminare dalla sua grazia, convertire dal suo amore. «Entrando in un villaggio»: quando è l’ultima volta che Dio è entrato nel villaggio del tuo cuore e della tua vita? Quando è l’ultima volta che hai fatto esperienza della potenza della sua guarigione, della grazia della sua misericordia, della resurrezione delle tue morti e della novità di vita che solo Lui può donare ai cuori affranti e spezzati?

Dieci lebbrosi gli vanno incontro, lo abbiamo ascoltato, si fermano a distanza e gridano «Gesù Maestro abbi pietà di noi». Questi lebbrosi, carissimi fratelli e sorelle, sono il segno della nostra fraternità, delle nostre comunità, delle nostre famiglie, dove siamo chiamati a camminare insieme, a pregare insieme, ad essere insieme consapevoli, senza scandalizzarci, delle nostre ferite, della nostra lebbra, delle nostre difficoltà. La famiglia, così come la comunità cristiana, i nostri gruppi, la nostra fraternità, è il luogo dove noi non dobbiamo avere vergogna delle nostre piaghe e della lebbra dell’altro, perché tutti siamo sulla stessa barca, tutti abbiamo bisogno della misericordia del Salvatore, dell’essere da lui risanati e guariti. È bello notare che questi dieci lebbrosi insieme gridano, insieme vanno da Gesù, insieme si fermano, bussando alla porta del suo cuore, per essere risanati nel corpo e ristorati nello spirito. Questo è quello che dobbiamo essere anche noi. Dobbiamo insieme camminare, insieme invocare, insieme fermarci ed attendere che la mano del Salvatore porti a noi risurrezione e vita, che ci ristori e che ci risani.

La lebbra, lo sappiamo, dalle pagine del Levitico e dell’Antico Testamento, porta a una morte totale, a una morte fisica, a una morte sociale, a una morte religiosa. Morte fisica, perché una persona, a causa della lebbra, vede il suo volto sfigurato e le sue membra consumate. Non riesce più a guardarsi, a riconoscersi, a rivedersi nelle fattezze di un uomo normale. Proprio per questo, consumato dalla lebbra, non può fare nulla. E questo porta alla morte sociale. Deve essere lontano dagli altri. Anzi, deve dare segno, quando si muove, della sua presenza, perché i fratelli e le sorelle si possano allontanare dal momento che la sua presenza può contagiare. Deve gridare, “Lebbroso, lebbroso!”, quasi a dire agli altri, “Stai attento, sto passando, ti posso donare il mio morbo, senza volerlo posso essere la causa del tuo essere sfigurato nel volto e nel corpo, partecipando alla morte che mi sta consumando”. Nessuno avvicina un lebbroso. Ce lo ricorda Francesco giovane, che nella pianura d’Assisi – lo ricorda nelle prime battute del suo testamento – si imbatte proprio in un lebbroso. E è totalmente trasformato, perché la vista del lebbroso gli faceva orrore, ma, toccato dalla grazia del Salvatore, riesce a vedere che «ciò che mi era amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo». Noi non sappiamo fare il passaggio di Francesco. Noi indichiamo coloro che vivono una morte sociale. Non aiutiamo i nostri fratelli ad essere reintegrati. Non offriamo un’altra possibilità dopo un errore. E così abbandoniamo gli altri, che pur sono nostri fratelli, alla condanna che noi abbiamo inflitto, alla persecuzione silenziosa che noi, anche solo con lo sguardo e con il pensiero, diamo. Ma c’è un’altra morte, quella religiosa. La lebbra portava un uomo a non poter partecipare al culto della sinagoga, al sacrificio del tempio ed era additato come un maledetto da Dio, perché la malattia fisica era segno di una malattia più grande, quella interiore. Così questi dieci lebbrosi possono stare soltanto tra di loro. Ma hanno nel cuore una speranza di guarire, di ottenere pietà da Gesù. Hanno sentito parlare di lui, dei suoi miracoli, di ciò che compie e vogliono giocare il tutto per tutto, così come l’emorroissa: «Se anche riuscirò a toccare il lembo del suo mantello, sarò guarita». Noi possiamo essere affranti da ogni tipo di malattia, ci possiamo portare dentro i traumi più grandi della nostra storia, ma dobbiamo sempre nutrire la speranza che Dio, intervenendo nella nostra vita, possa donarci la salvezza. Non dobbiamo vivere di rimpianti, dobbiamo invece chiedere sempre al Signore di aumentare la speranza e di chiedere a coloro che sono sentinelle nella nostra vita e che attendono con noi e per noi il mattino della gioia, quanto manca alla luce dell’alba. Dobbiamo vivere di speranza e dobbiamo insieme perseverare nella gioia di sapere che prima o poi il Signore nostro verrà e sarà festa grande, gioia immensa nel nostro cuore e nella nostra vita.

Questi dieci lebbrosi si mettono insieme, sperano, camminano, desiderano e vanno verso Gesù. Ma arrivano a un certo punto, si fermano. Non solo non si sentono degni di avvicinarsi al Messia, al Salvatore, al Figlio di Davide, a colui che ha parole di vita eterna, che con lo sguardo ristora, che con la sua parola risana, con la sua presenza scaccia il male e fa regnare il bene. Devono obbedire alla legge che intima loro di fermarsi, di non avvicinarsi. Gesù non ha paura di quei lebbrosi e si lascia muovere a compassione dal loro grido e dal loro desiderio. Lo abbiamo ascoltato. «Gesù, Maestro, abbi pietà di noi». Gridano insieme. Sono una voce che si rivolge al Salvatore e che gli chiede, appellandolo come Maestro, che la sua dottrina possa ristorarli, che la pietà del suo cuore possa raggiungerli. Non dicono al Signore quello che lui deve fare. Gli chiedono pietà, misericordia, intervento potente. Dio sa quello che è giusto per loro. Pregare significa lasciare libero Dio di intervenire come meglio vuole, nella nostra vita; pregare significa domandare che lui eserciti su di noi la sua tenerezza e la sua misericordia, la sua bontà e la sua pietà; pregare significa dire, rivolti al Salvatore, come Maria: «Non hanno più vino», lasciando che sia lui ad intervenire quando crede opportuno e nelle modalità che lui preferisce.

 Lascia libero Dio quando preghi. Non ha bisogno dei tuoi consigli o anche del canovaccio che deve eseguire per intervenire nella tua vita. Metti davanti al Signore le tue situazioni, i tuoi drammi, le tue difficoltà, le tue gioie, unitamente alle tue angosce e lascia che il Signore, nei suoi tempi e nei suoi modi, possa intervenire a tua salvezza, dispiegare il suo braccio potente e donarti la guarigione e la vita; che possa nel tuo deserto aprire una strada perché, condotto dalla tua misericordia, tu possa sperimentare, nella terra della sua promessa il latte e il miele, segno della sua bontà e dell’amore suo che mai ti abbandona.

 La pagina evangelica viene accompagnata da un brano molto bello del Secondo Libro dei Re, il capitolo è il quinto, nel ciclo di Eliseo, questo profeta che si era messo al seguito di un altro grande profeta, Elia, colui che viene definito l’uomo di fuoco e la cui parola riesce ad aprire e chiudere il cielo, in nome di Dio. Anche lì troviamo un lebbroso, Naaman il Siro, è ricco, attraverso il suo re si rivolge al re di Samaria, di Israele, e con delle lettere chiede la guarigione. Ma c’è un profeta in Israele, ed è l’uomo di Dio, Eliseo. Questi lo manda a chiamare e gli dona la guarigione. Attraverso una parola, gli dice: «Immergiti sette volte nelle acque del Giordano e tu sarai guarito». Non lo lascia neanche entrare in casa sua. Attraverso il suo servo gli manda questo messaggio e Naaman si arrabbia, dice «Ma che ne devo fare dell’acqua del Giordano? Infatti, a Damasco c’è un’acqua più bella, attraverso l’Abbanà e il Parpas. Io non voglio obbedire a quello che il profeta mi ha detto, me ne voglio tornare a casa mia». Forse non facciamo anche noi così, quando il Signore ci chiede di obbedire in maniera incondizionata, di fidarci di lui, vogliamo sempre capire, vogliamo penetrare il mistero della sua volontà, vogliamo che lui ci spieghi i passaggi, invece no. Dio ci chiede di fidarci, di abbandonarci, di confidare totalmente in lui. Ma c’è una figura bella, nel brano di 2Re 5, ci sono i servi che si avvicinano a Naaman e gli dicono: «Padre, ma se il profeta ti avesse intimato qualcosa di più grande, tu l’avresti fatto. Ora il profeta ti ha chiesto una cosa semplice, immergiti e sarai purificato. Ma perché non vuoi fare questa cosa così semplice?». Naaman era stato già conquistato dalla voce di un’altra serva a casa sua. Era una serva che proveniva proprio dalla terra di Israele, che aveva detto alla moglie di Naaman «Se il mio Signore va in Israele, troverà un profeta che riuscirà a guarirlo». Dio si rivela nella tua vita attraverso le persone che tu non consideri, attraverso quei servi e quelle serve della sua volontà, che in maniera umile ma diretta ti mediano la potenza della sua parola e la grazia della sua guarigione, perché ce lo ricorda il salmista: «Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi avversari per ridurre al silenzio nemici e ribelli». Così anche nella pagina del Vangelo – l’abbiamo ascoltato – Dio chiede a queste persone delle cose molto semplici. Dice «Andatevi a presentarvi ai sacerdoti». E loro obbediscono insieme. Non dicono «ma io non lo voglio fare», «io non sono disposto», «io voglio essere guarito qui ed ora». Naaman aveva detto «Io credevo che il profeta usciva, che mi imponeva le mani, che faceva una preghiera». Dio ha delle strade che sono diverse dalle nostre. Probabilmente Dio ti sta guarendo, attraverso una parola di persone che non consideri, fratelli e sorelle che non hai mai reputato degne di stima, nella tua vita e nella tua storia. Dio si serve dei piccoli, Dio si serve degli umili, perché tu, nell’umiltà, possa riconoscere la potenza di quella voce. Naaman non obbedisce al profeta, obbedisce a Dio. Così come i dieci lebbrosi obbediscono alla parola di Cristo, che è il Signore, che è il Redentore, che è colui che ci salva dalla morte e ci dona in pienezza la vita, la vita vera e piena in abbondanza. Sì, vanno. E mentre vanno sono guariti. La stessa cosa capita proprio a Naaman. Si immerge nell’acqua del Giordano e dice il testo che «la sua carne ridivenne come quella di un bambino». L’obbedienza fa miracoli, l’obbedienza alla parola del Signore, l’obbedienza alla sua voce, ai suoi interventi nella nostra vita. Ma noi non siamo come Maria, non riusciamo a dire «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga per me secondo la Tua parola» e vogliamo sempre fare secondo le inquietudini del nostro cuore, vogliamo seguire la nostra strada, crediamo che i nostri pensieri siano migliori di quello dei fratelli e delle sorelle e siano perfino migliori di Dio. Quale arroganza! Quale presunzione! Dio chiede a te l’umiltà che ti porta ad obbedire; Dio chiede a te la semplicità che ti conduce ad accogliere quello che Lui ti domanda; Dio chiede a te di fidarti anche delle cose che, apparentemente assurde e paradossali, sono sorgente di salvezza per te.

Donaci, o Signore, la grazia di obbedire come Gesù, come la sua Immacolata Madre, di non avere la presunzione di comprendere, ma di fidarci di Te, di affidarci alla Tua mano, di essere condotti dalla potenza della Tua misericordia.

 Che cosa significa per i lebbrosi fidarsi e affidarsi a Dio? Significa accogliere quella parola, quell’invito, e disporsi a fare secondo quei segni che Dio ha loro indicato. Partono e nel cammino vengono guariti. Tu vieni guarito non come se fosse un gesto di magia questa celebrazione eucaristica, o anche tutti i sacramenti della Chiesa. Tu vieni guarito nella Tua esistenza, camminando nella Sua volontà, disponendoti a fare secondo la parola che Dio ti ha donato. Noi vorremmo fare tutto e subito. No, c’è bisogno di tempo per crescere, di tempo per maturare, di tempo per camminare alla Sua presenza. Ed è bello notare che questi lebbrosi tutti e dieci camminano, tutti e dieci obbediscono, tutti e dieci si lasciano guidare dalla parola di Dio e tutti e dieci vengono guariti insieme. Questo è il cammino della Chiesa. Si cammina e l’uno accompagna l’altro, l’uno regge l’altro, perché Dio sa che abbiamo bisogno di fratelli e di sorelle, che lungo il cammino, siano il segno della potenza del suo amore e della grazia della cura che Egli nutre sempre per ciascuno di noi.

Uno soltanto torna indietro perché – l’Evangelista lo scrive in un passaggio che non sempre noi riusciamo a percepire, come in tanti passaggi della Sacra Scrittura, perché l’amore si vede nei particolari, nelle piccole cose. Questo non soltanto nella vita nostra, ma anche nella vita di fede. Leggendo la Scrittura i particolari ci donano una luce straordinaria, come questa indicata dall’Evangelista – «uno di loro vedendosi guarito». Immaginiamo la scena, stanno camminando, tutti sono guariti, alcuni forse non se ne accorgono neanche, ma questa persona avverte la guarigione, ma non soltanto l’avverte, come ricorderete l’emorroissa sente che il flusso di sangue dentro di lei si è bloccato, lui si vede guarito, vede le sue mani, vede il suo corpo, magari si è anche potuto toccare il volto, le braccia, le gambe e ha visto che la lebbra è totalmente scomparsa, cioè, vede che Dio ha operato con potenza nella sua vita. Se riuscissimo, e dobbiamo anche noi, avere questo sguardo, vedere che Dio fa meraviglie nella nostra vita. Noi vediamo sempre il male, il peccato, le cadute, le angosce, le disperazioni, ma ci sono tante cose belle nella nostra vita, perché non riusciamo a vederle, perché non riusciamo a ricordarle? Paolo a Timoteo dice proprio questo, «Ricordati di Gesù Cresto». Questo è quello che il Signore ci chiede oggi: ma vedi le cose belle che io opero nella tua vita, perché vedi sempre solo il male? Così da poter dire con il salmista quando noi vediamo il bene: «Signore tu mi hai fatto come un prodigio, sono stupende le tue opere». Vedi i miracoli che Dio opera nella tua vita, vedi come ti risana e come ti guarisce, come ti fascia e come effonde quella misericordia che ti carezza, quel suo abbraccio che ti porta per mano verso la salvezza e la gioia.

Lodiamo il Signore per i miracoli che compie nella nostra vita, lasciamoci sempre portare dalla grazia della sua misericordia e finiamola, una buona volta, di lamentarci sempre. Dobbiamo essere sereni, sorridenti, allegri; dobbiamo sprizzare da tutti i pori la gioia del Vangelo, perché Dio fa per noi meraviglie di grazia, in una fortezza inaccessibile che è il cuore nostro consegnato alla potenza del suo amore misericordioso.

 «Vedendosi guarito». Quando è che tu riesci a vederti guarito? Quando è che hai visto che Dio nella tua vita ti ha curato, ti ha risanato, ha fasciato le tue piaghe, ha versato sulle tue ferite olio e vino, ti ha messo sulla sua cavalcatura e ti ha portato nella locanda del cuore del Padre perché la tua convalescenza potesse condurti attraverso un cammino graduale pur se lento, a riprendere totalmente la grazia della salute? Sì, lui è guarito, e si vede guarito. C’è gioia, c’è esultanza, così come quella di Naaman, vorrebbe dare dei regali all’uomo di Dio, vorrebbe fare cose straordinarie per la guarigione ottenuta. Ma l’uomo di Dio non ha bisogno di nulla. Eliseo non vuole nulla. Gli dice, lo abbiamo ascoltato, un sonoro no, «Per la vita del Signore alla cui presenza io sto non lo prenderò». Quando noi abbiamo Dio come unica ricchezza non abbiamo bisogno di null’altro, non abbiamo bisogno di attaccare il nostro cuore, non abbiamo bisogno che l’altro ci dica “Grazie”, perché il grazie più bello è che l’altro ha trovato la gioia, ha trovato la vita, ha trovato Gesù come Salvatore. Il Signore, nel brano del Vangelo, dimostra proprio questo atteggiamento di povertà. Dobbiamo riuscire anche noi a desiderare sempre il bene dell’altro, non volerci bene per un contraccambio, non dare, perché l’altro poi ci dia, al momento opportuno. La gratuità noi la sperimentiamo nel rapporto con Dio e siamo chiamati a viverla nelle relazioni tra noi. «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Quando notiamo la guarigione e la salvezza, l’esultanza e la letizia trasbordano dal nostro cuore, dal nostro animo che ha incontrato finalmente la realizzazione dei desideri più grandi. Gesù vede questo lebbroso, è ritornato, si è prostrato, lo ha ringraziato… e tu ringrazi Dio per le cose belle che ci sono nella tua vita, nella vita della tua famiglia? Lo ringrazi perfino per le croci, perché sono i momenti nei quali tu sperimenti la presenza di Dio, che non ti abbandona, della sua mano che ti aiuta a portare la croce, della sua presenza, che ti cura, che ti accompagna e ti dona la forza di portare, anche le angosce più pesanti e le situazioni più tragiche, sapendo che nulla e nessuno potrà mai separarti dall’amore di Dio in Cristo Gesù?

La prostrazione è il gesto di chi riconosce che Gesù è il Signore e Gesù lo addita agli altri e quella domanda è rivolta agli ascoltatori di ieri e di oggi, ai discepoli che seguono Gesù e a noi che lo stiamo seguendo dopo tanti anni: «Non ne sono stati purificati dieci e gli altri nove dove sono?». Quante volte il nostro cammino di fede si interrompe? Qui ci sono due cammini di fede, quello dei nove lebbrosi e quello del samaritano. Tutti partono, tutti si fermano, tutti pregano, tutti obbediscono, tutti vengono sanati nel cammino, ma uno solo va avanti nel cammino di fede, ritorna da Gesù. Questo è quello che capita anche nelle nostre comunità. Ci sono velocità diverse, noi non possiamo pretendere di avere tutti la stessa marcia, possiamo chiedere al Signore la grazia di saperci aspettare. C’è un cammino che noi facciamo insieme, ma poi ci sono delle cose che Dio chiede soltanto a te, cioè quando avverti nel tuo cuore che tu devi fare quel salto di qualità, che devi ritornare da Gesù, che devi manifestargli la tua riconoscenza, che devi cantare la sua lode, tu devi ritornare. Noi siamo abituati a pretendere che dobbiamo fare tutti le stesse cose. Non è così, neanche in una comunità parrocchiale, neanche in una fraternità francescana. Ci sono delle misure diverse nel cammino, dei passi differenti e questo non deve essere un problema. Ci deve essere sempre questa armonia tra la dimensione personale della vita e del cammino di fede e la vita e la dimensione comunitaria del nostro itinerario. Le une devono andare con le altre, ma se Dio a te sta chiedendo di fare un salto di qualità, non puoi mortificare la potenza dello Spirito Santo, che è dentro di te. Quando tu avverti che hai bisogno di altro, che il tuo ambiente non ti dà quello che il tuo cuore desidera, devi andare da qualche altra parte, devi chiedere al Signore non per un desiderio illusorio di perfezione, quanto, invece, per portare avanti quel cammino, che serve a far crescere la tua comunità, come i discepoli di Emmaus, si allontanano, ma poi ritornano e donano alla comunità la grazia dell’incontro con il Salvatore. Questo lebbroso ormai è sanato, è un uomo di fede e Gesù lo fa diventare l’esempio anche della nostra fede. «Gli altri dove sono?» Non sono stati sanati, soltanto questo che è un samaritano. Tutti lo guardate male perché è un samaritano, perché è un nemico, eppure lui ha saputo lodarmi, ha saputo ringraziarmi, ha saputo ritornare sui suoi passi.

E poi Gesù si rivolge nuovamente a quell’uomo e gli dice, «Va’, alzati, la tua fede ti ha salvato». Letteralmente sarebbe: «Essendoti alzato, vai», prima ci si alza e poi si continua il cammino. E che cos’è questa fede che salva? Cosa significa la tua fede ti ha salvato? Significa “Tu ti sei fidato della mia parola, tu hai obbedito alla mia volontà, tu ti sei totalmente messo nelle mie mani. Per questo hai sperimentato la salvezza, la tua fede ti ha salvato”. Dio nella nostra vita parla, ma la gioia, la salvezza, la speranza dipende dalla nostra capacità di dire . Per questo Maria viene salutata da Elisabetta come la beata, perché ha creduto nella parola che ti è stata indicata. E anche noi siamo beati se ascoltiamo e osserviamo la parola di Dio, se ci disponiamo nella fede a dire sempre di sì, anche alle cose assurde, anche le cose più banali, anche le cose più semplici che il Signore ci chiede, perché chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto.

Carissimi fratelli e sorelle, i servi dicono a Naaman «Immergiti e sarai purificato». Io invito oggi tutti quanti voi e me per primo ad immergerci nel cuore di Gesù, ad immergerci in quel fuoco, a fare esperienza della potenza risanatrice della sua acqua. Non aver paura se hai la lebbra, Lui è la guarigione. Non aver paura dei tuoi peccati, Lui è misericordia. Non aver paura delle tue tenebre, Egli è la luce.

Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, noi crediamo in Te, noi vogliamo abbandonarci a Te, noi vogliamo metterci come Maria totalmente nelle Tue mani, perché nell’obbedienza che nasce dall’umiltà, fidandoci unicamente di Te, possiamo come i lebbrosi, trovare la potenza della guarigione e della vita. Noi sappiamo che il tuo cuore è il vero pozzo della misericordia. Noi sappiamo che il tuo costato è la sorgente della vita vera. Immergici in Te, bruciaci in quel roveto, purificaci in quell’acqua, per trovare in abbondanza la gioia e la vita, da dispensare senza misura ai fratelli, perché possano un giorno cantare con noi la lode della Tua misericordia, la potenza della Tua bontà, che libera, guarisce e salva chi, come Maria, si abbandona totalmente a Te. Amen.

fra Vincenzo Ippolito ofm