Dio farà giustizia ai suoi eletti che gridano verso di lui.

19 ottobre 2025
XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Lc 18,1-8
+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Parola del Signore.

Omelia R.P. Vincenzo Ippolito:

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Versione testuale

Il Signore conceda a tutti quanti noi la sua grazia e la sua pace.

La preghiera, dialogo con Dio per ottenere la salvezza e sperimentare la sua compagnia nel cammino della vita e nel combattimento quotidiano, è il tema della liturgia di questa domenica.

In un ritmo bello, la Chiesa ci dà la possibilità di riflettere sul dialogo che noi viviamo con Dio e su quanto lo scambio con Lui porti davanti al Signore la nostra vita e sia incisiva per la trasformazione della nostra storia.

Abbiamo ascoltato come Paolo al suo discepolo Timoteo (2Tm 3,144,2) indichi nella Parola della Scrittura la forza di Dio che rende perfetto il discepolo e lo porta, istruito dalla Parola di Dio, ad essere pronto ad affrontare ogni difficoltà.

Nella Prima Lettura (Es 17,8-13) abbiamo visto come il combattimento del popolo d’Israele contro Amalèk, a Refidìm, è reso vittorioso grazie alla preghiera di Mosè. Egli sente la stanchezza e la debolezza, ma è aiutato perché le sue mani non si stanchino e diventi intercessore di vittoria e di misericordia per il popolo che nella valle sta combattendo contro il nemico.

Nella pagina del Vangelo poi è Gesù stesso che nel cammino verso Gerusalemme ritorna sul tema della preghiera, quasi a dirci che dobbiamo continuamente essere illuminati dalla parola di Gesù, perché non basta avere ascoltato una volta la Sua parola, abbiamo continuamente bisogno di ritornare su temi importanti del nostro cammino di fede, per approfondirli, per comprenderli meglio, perché entrino nel tessuto della nostra vita e la irradino con la luce e con la forza di Dio. In tal modo il ritmo della liturgia lo possiamo sintetizzare in questo modo. Nel dialogo con Dio tutti quanti noi siamo deboli come Mosè. Ci rendiamo conto che i nostri fratelli hanno bisogno di essere sostenuti dalla nostra preghiera, ma la debolezza che sperimentiamo ha bisogno del soccorso dei fratelli. Preghiamo noi, ma preghiamo anche insieme con gli altri, perché i fratelli e le sorelle vengono in aiuto della nostra debolezza, ma perché la nostra preghiera possa giungere a Dio abbiamo bisogno della luce della Sacra Scrittura, che è sempre lampada ai nostri passi e luce sul nostro cammino. La parola di Dio è capace di istruirci e di correggerci, di renderci perfetti nel rapporto con Dio e pieni di carità nella relazione con gli altri. E proprio dalla scrittura, dalla parola di Gesù, noi apprendiamo il segreto della preghiera, la perseveranza da vivere, la fiducia incondizionata da sperimentare, perché una volta che il Signore ritornerà su questa terra, alla fine del mondo, possa trovarvi la fede che Egli desidera, l’abbandono del nostro cuore, la ricerca costante della sua santa volontà.

Entriamo nel ritmo di questa liturgia per fare dei passi in avanti nel cammino della fede, perché tanto un uomo vale davanti a Dio per quanto riesce a vivere la bellezza della preghiera, e tanto la nostra vita viene trasformata per quanto noi riusciamo a lasciarci trasformare dalla luce di Dio che sperimentiamo nella preghiera personale e comunitaria. Nella pagina del Vangelo, Gesù è in cammino verso Gerusalemme, di lì a poco arriverà nella città santa, ma è significativo notare che il Signore, dopo che aveva già dato degli insegnamenti sulla preghiera, dopo che i discepoli si erano rivolti a Lui chiedendogli “insegnaci a pregare, dal momento che anche Giovanni il Battista ha insegnato ai suoi discepoli”. Loro erano stati rapiti dal modo in cui Gesù pregava ed era totalmente trasformato dalla presenza del Padre, invaso dalla grazia del suo amore. Desiderano pregare come Gesù Cristo, ma non basta. Quella catechesi è il Padre nostro, modello di ogni preghiera cristiana che Gesù ha donato ai discepoli. Hanno bisogno di ritornare sul tema, di approfondirlo, di comprenderlo meglio. Questo vale anche per noi, carissimi fratelli e sorelle. Non basta parlare di un tema del Vangelo o anche approfondire un aspetto del mistero della nostra fede o della vita di Francesco e dei Santi che sono scintille di luce di Dio nella nostra vita che ci spingono, come la cometa di Betlemme, ad andare verso Gesù e a trovare in Lui la pienezza della vita e della gioia. Abbiamo bisogno di ritornare su alcuni temi, di approfondire il Vangelo, di farlo diventare sempre più presenza che invade, che trasforma la nostra vita. Non soltanto noi dobbiamo ascoltare una volta la parola di Dio, ma dobbiamo lasciarci continuamente illuminare. Non possiamo dire, dinanzi ad una parola della scrittura, “già la conosco”. Dobbiamo invece lasciare che penetri dentro di noi e che ci doni quella potenza di Spirito Santo che contiene e che trasmette.

Gesù, dice l’evangelista Luca, vedendo probabilmente anche la debolezza dei suoi discepoli, presentò loro una parabola sulla necessità di pregare sempre senza stancarsi. Il brano del Vangelo lo possiamo dividere proprio in tre parti: l’introduzione, che è la motivazione che spinge Gesù a donare questa parabola, il corpo centrale dato dalla parabola e poi l’insegnamento che Gesù ne ricava con la domanda finale “il figlio dell’uomo quando tornerà troverà la fede sulla terra?”, che poi diventa la provocazione che l’evangelista Luca per bocca di Gesù dona ai lettori del suo Vangelo, perché vivano la relazione con Dio crescendo nella fede, lasciandosi illuminare dalla sua grazia e portare in quella carità autentica la stessa che spinse Mosè a pregare per ottenere la vittoria al popolo.

Presentò questa parabola sulla necessità di “pregare sempre senza stancarsi”. Sono tre aspetti significativi del nostro cammino di fede. Pregare, ma quando pregare? Sempre. Come pregare senza stancarsi mai. Noi già arranchiamo nella preghiera, figuriamoci poi a pregare sempre e a vedere come pregare senza stancarsi, dal momento che noi ci troviamo per la debolezza della condizione umana a non riuscire a pregare, a non riuscire a pregare sempre e a stancarci continuamente, quanto il cuore ci chiede di pregare e di chiedere l’aiuto del Signore, la sua misericordia, la sua forza per non essere soggiogati dalle difficoltà della vita. Le domande quindi che il Vangelo ci propone oggi sono: ma tu preghi? Ma tu preghi sempre? Ma tu preghi senza stancarti? Come si fa ad imparare a pregare, a pregare sempre, a pregare senza stancarsi?

Il motore della preghiera è sempre solo l’amore che noi sperimentiamo. Quando tu stai bene con una persona, non ti stanchi mai di stare con lei, le ore passano senza che tu te ne accorga e il diletto del tuo cuore è la comunione con l’altro, è il dialogo sincero, è manifestargli il proprio cuore, partecipargli le gioie e le preoccupazioni dell’animo. Così anche la preghiera. Noi non riusciremo mai a pregare, carissimi fratelli e sorelle, se non entriamo nella preghiera di Gesù Cristo, se non ci lasciamo abbracciare da Gesù, riempire dal suo amore, motivare dalla sua misericordia. La preghiera è un’esperienza di trasformazione che può essere vissuta soltanto da chi si sente amato, abbracciato, cullato, carezzato teneramente da Dio, talvolta anche scosso dalla sua parola che ci chiede la conversione e la trasformazione del nostro cuore, per diventare delle persone migliori. Dio è un buon padre e non ci corregge se non per il nostro bene, per farci crescere, per farci diventare delle persone adulte e mature nel cammino della vita.

Donaci, o Signore, la grazia di pregare, di dialogare con te. Donaci la grazia di dialogare sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, quando nella nostra vita splende il sole della letizia e quando ci troviamo nelle tenebre dell’afflizione. Allontana da noi la tentazione di pregare soltanto quando ne abbiamo bisogno, di pregare soltanto per chiedere e per domandare, per strappare dal tuo cuore promesse e realizzazioni di desideri umani. Donaci di pregare senza stancarci. Infondi in noi la luce della fede, la grazia dell’amore, il fuoco dello Spirito Santo, per vivere la gioia della comunione, la bellezza dello scambio, la luce della tua presenza che rischiara il nostro cammino e ci spinge a camminare speditamente sulla strada del Vangelo.

Pregare, pregare sempre, pregare senza stancarsi. E il motivo è dato dalla necessità della preghiera. Tante volte noi crediamo che dobbiamo pregare e lo facciamo per legge, perché bisogna pregare, perché la Chiesa ci dice di pregare, perché non si può vivere senza preghiera. Ma se io prego per legge, se io faccio una cosa perché vi sono portato dai precetti, la mia fede non crescerà mai. Così come se vado a messa perché ci devo andare, se vado alla celebrazione con l’orologio in mano perché poi ho altri pensieri significa che di Gesù Cristo a te non interessa proprio nulla, che Gesù Cristo non è entrato nella tua vita, che non ha illuminato il tuo cuore, che non trasforma la tua esistenza, che non rinnova la tua giornata, che l’Eucaristia non è il pane che ti dona forza, che la parola di Cristo non è la lampada che ti sostiene per camminare nella notte sapendo di non essere mai solo!

Si prega per amore, si prega per necessità, si prega perché pregare è come respirare, al pari di stare con la persona che si ama. Se non la si incontra, non si attraversa la giornata, se non si è abbracciati da chi si ama, noi non riusciamo a portare il peso della nostra quotidianità. Così anche la preghiera. Io prego perché voglio pregare, devo pregare perché io mi struggo dal desiderio di stare con Dio. Prego perché pregare, stare con il Signore, parlare con Lui mi è necessario come il respirare, come il mangiare, come il bere, come il camminare, come l’aprire gli occhi, come il condividere con una persona cara il cammino della mia esistenza. Soltanto vivendo la preghiera così come la vive Gesù, che si immerge di giorno e di notte in quel tempo rubato alle attività apostoliche, ma che le motiva e le riempie di misericordia, noi potremo pregare e pregare sul serio, pregare sempre, pregare senza stancarci, attraversando le nostre debolezze e lasciandoci sostenere dalla grazia dello Spirito Santo.

La parabola che Gesù ci dona è semplice nella sua struttura. C’è una vedova che chiede continuamente ad un giudice che è iniquo che le faccia giustizia. Il giudice non vuole, ma poi alla fine, ormai stanco dalle continue lamentele di quella vedova dice: “anche se io non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”. Ora, c’è un termine che ricorre due volte nel Vangelo odierno, una volta sulle labbra della vedova e la seconda volta sulle labbra del giudice iniquo: è il fare giustizia ed è il cuore di questa pagina del Vangelo, anche se noi non riusciamo a comprenderla. Tante volte noi ci chiediamo: “ma per quale motivo io prego e Dio non mi esaudisce, io busso alla porta del suo cuore e non mi dà ascolto, perché presento i miei desideri, ma lui sembra non prendere in considerazione quello che chiedo”.

Noi, carissimi fratelli e sorelle, siamo chiamati a chiedere al Signore la giustizia, le cose giuste, le cose rette. Gesù l’aveva detto nella prima catechesi sulla preghiera di chiedere prima il regno di Dio, prima lo Spirito Santo e le altre cose ci vengono date in aggiunta. Quale padre, se un figlio gli chiede un pane, gli darà un serpente? Se dunque voi che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo. La vedova non chiede il superfluo, chiede giustizia. Noi non riusciamo a chiedere giustizia, noi chiediamo al Signore le cose secondarie. Quando il Maestro ci dice di chiedere lo Spirito Santo, si inizia la giornata chiedendo lo Spirito Santo, che è lo Spirito dell’amore, infuso nei nostri cuori, capace di farci gridare Abbà Padre e di vivere da figli del Padre e di fratelli tra noi. Per questo il Buon Dio non ci esaudisce. Ma tu chiedi la giustizia? Chiedi che si realizzi la volontà del Signore? Chiedi di camminare alla Sua presenza in spirito di fede, con un cuore ardente di amore e proteso nella speranza a realizzare i Suoi comandamenti?

Il giusto vive per fede, cioè vive per la relazione con Dio. La fede è il nome di questa relazione dove Dio si rivela e l’uomo risponde e si abbandona totalmente. L’uomo giusto è l’uomo di fede che vive la grazia di questa relazione. Nel momento in cui la vedova chiede giustizia e il giudice si rende disponibile, pur nella sua cattiveria, a concederle giustizia, l’evangelista Luca ci sta dicendo “chiedi le cose giuste, chiedi le cose buone, chiedi le cose opportune, non chiedere ciò che è secondario, perché se tu domandi lo Spirito Santo, che è lo Spirito dell’amore, tutto ti verrà dato in aggiunta, dopo che tu chiederai e realizzerai dentro di te il regno di Dio, la sua giustizia e la sua pace”.

Concedici, o Signore, di chiederti le cose opportune, necessarie, autentiche per il nostro cammino di fede. Concedici la grazia di chiedere che tu possa realizzare la tua giustizia, la tua misericordia, il tuo progetto, la rettitudine dei tuoi pensieri sopra di noi. E fa’ che la nostra preghiera sia perseverante, sia continua, che tra le malvagità degli uomini e dei nostri pensieri la voce della nostra orazione non venga smorzata dalle difficoltà della vita, da quelle che sono le nostre debolezze, i problemi che quotidianamente, con la tua forza, cerchiamo di affrontare.

La domanda che Gesù fa è significativa: “E Dio non farà forse giustizia ai Suoi eletti che gridano giorno e notte verso di Lui? Li farà forse aspettare a lungo? No, io vi dico che farà loro giustizia prontamente”. Giustizia prontamente fa Dio a coloro che gridano giorno e notte a Lui.

Ma come posso io pregare sempre senza stancarmi? Come posso io pregare giorno e notte? Significa che non devo fare niente, che devo stare sempre in orazione. No, carissimi fratelli e sorelle, ci sono dei momenti nei quali noi siamo chiamati a pregare fermando ogni attività, concentrando il cuore, la mente, perfino il nostro corpo, orientandolo a Dio. Ma negli altri momenti della vita, noi preghiamo se il nostro cuore è orientato al Signore, così come la sposa del Cantico dei Cantici dice: io dormo, ma il mio cuore veglia. Se tu stai incontrando una persona, stai occupando un determinato lavoro, se stai facendo una qualche attività e in quel momento vivi tutto quello che fai alla presenza del Signore, la tua vita diventa preghiera. Se stai parlando, ma assecondi lo Spirito Santo e non parli male di un fratello, se non mormori contro Dio e contro gli altri, quello che stai facendo è ricerca della giustizia di Dio ed è autentica preghiera perché tu stai testimoniando che Dio nella tua vita ti trasforma e ti porta al di là della tua debolezza. Se tu stai facendo qualche cosa e ti lasci illuminare da Dio e ciò che fai non ricerca la tua gloria, ma la gloria del Signore e il bene dei fratelli, significa che quella è preghiera.

Dobbiamo far andare insieme la preghiera propriamente detta e la vita che diventa preghiera quando noi obbediamo al Signore, operiamo secondo la sua volontà, ci lasciamo portare dalla forza del suo Spirito. In questo modo contemplazione e azione vanno insieme, in questo modo vita e preghiera si illuminano vicendevolmente, perché io posso anche stare una mezza giornata davanti al Santissimo, ma se poi uscito dalla Chiesa sbrano i miei fratelli, significa che lo sguardo di Gesù dall’Eucaristia non è penetrato dentro di me, non ha irradiato la mia vita, non ha trasformato il mio cuore, non ha reso dolcezza l’amarezza del mio animo. Significa che io nella preghiera ho ricercato la mia gratificazione, la mia pace, ma non ho cercato la realizzazione di Dio, la sua giustizia, la sua volontà su di me e sui fratelli.

Darà loro giustizia prontamente: è quello che noi dobbiamo chiedere, che si realizzi in noi la Sua volontà. Per questo Gesù nel Padre nostro ci insegna a dire: “sia fatta la tua volontà” e lui nel Getsemani, vivendo la debolezza che è propria di ciascuno di noi, sente quel calice che ormai deve afferrare e bere fino alla feccia, ma l’animo suo è triste fino alla morte e chiede ai discepoli di pregare per non cadere in tentazione. “Lo spirito è pronto, la carne è debole, Padre se è possibile passi da me questo calice, ma non come voglio io, come vuoi Tu”.

Carissimi fratelli e sorelle, siamo deboli nella preghiera, siamo tanto deboli, ma la debolezza non è un problema. Noi vorremmo che la nostra preghiera sia sempre come quella di Gesù, come quella di Maria, come quella dei Santi. Di Francesco Tommaso da Celano dice che “non era tanto un animo che pregava quanto tutto trasformato in preghiera vivente”. Queste sono le estasi della preghiera, ma anche Francesco vive la difficoltà del dialogo con Dio, la sua debolezza, il Signore che non risponde, la sua luce che non arriva, la sua voce che non penetra nell’oscurità della notte del cuore e lo spinge ad andare in avanti. Tutti viviamo la nostra debolezza, talvolta anche nei nostri rapporti. Ci sono dei momenti di angoscia, di silenzio, dove noi non sappiamo parlare, non sappiamo cosa dire, aspettiamo che il tempo passi perché una situazione si tranquillizzi e il cuore dell’altro non ci sia nemico. Così anche nella preghiera, nel rapporto con Dio, viviamo le nostre debolezze. Nella prima lettura c’è questo gesto bello del combattimento a valle e c’è sulla montagna Mosè che prega per il popolo. Il brano precedente di questo brano ci ha parlato di Massa e di Meriba. Il popolo aveva sete e Mosè percuote con il suo bastone la roccia e ne sgorga acqua. Con molta probabilità il combattimento contro Amalek, secondo alcuni, è proprio dato dalla spartizione di qualche sorgente. In un deserto l’acqua è vita, bisogna combattere per vivere. E cosa fa? Lo abbiamo ascoltato. L’autore sacro ci presenta Mosè che dice a Giosuè scendi per noi, scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia. Io starò sulla cima del colle con in mano il bastone di Dio. E così fa. C’è la valle e c’è la montagna. Giosuè combatte e Mosè invece sta pregando.

Quando si prega, non si prega soltanto per noi, si prega per il combattimento degli altri. Questo è ciò che devono fare i genitori nei riguardi dei figli. Non soltanto parlare, dire ciò che è bene, ma tante volte devono sostenere il combattimento dei figli nel silenzio della preghiera e dell’offerta. Mentre i figli stanno a valle e combattono, loro devono pregare, così li devono accompagnare. Altro che messaggi dei cellulari per vedere i figli dove sono e rasserenare il cuore! È nella preghiera che noi li dobbiamo accompagnare, è presentando a Dio le loro battaglie che noi li possiamo rafforzare. E così sempre in ogni accompagnamento spirituale. Noi invece cosa facciamo? Ci sostituiamo alla lotta degli altri. Al posto di Mosè avremmo detto: “Giosuè io vengo a combattere al posto tuo”. Invece no, ciascuno deve stare lì dove il Signore lo vuole. Ma gli uni possiamo pregare per gli altri, perché il nostro combattimento possa trovare la forza di Dio e la grazia della vittoria. Posti diversi, valle e montagna. Ma Mosè prega, alza le mani verso il cielo, ma si stanca. E quando abbassa le mani, Giosuè sta perdendo. Ora che cosa fanno? Mettono una pietra perché Mosè si possa sedere, la collocano, e poi Aronne e Cur tengono le mani di Mosè perché il popolo possa trovare liberazione e salvezza, vittoria e grazia. Questo è quello che deve capitare anche per noi. Nei momenti di debolezza, ci dobbiamo lasciare sostenere dalla preghiera dei nostri fratelli. Dobbiamo lasciare che gli altri ci aiutino in una situazione particolare, quando noi non riusciamo ad accogliere la volontà di Dio, quando quello che sta capitando in famiglia oppure in una situazione ci sta ferendo particolarmente. Dobbiamo chiedere la preghiera degli altri, dobbiamo essere accompagnati dagli altri, dobbiamo vivere l’umiltà del chiedere, del mendicare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle il ricordo della nostra preghiera.

C’è in questo brano è un particolare significativo. L’autore ci fa capire che a vincere non è Giosuè, egli vince per la preghiera di Mosè sul monte. San Francesco nelle prime biografie ci ricorda proprio questo: “io ho i cavalieri della mia tavola rotonda, i predicatori riescono a seminare la parola di Dio perché ci sono i frati negli eremi dove nessuno li vede che pregano ed offrono la loro vita”. I predicatori evangelizzano ma perché ci sono gli altri nel silenzio che pregano. Così come la forza del nostro Ordine sta nel Secondo Ordine, la forza del Primo e del Terzo Ordine sta nella certezza che ci sono altre sorelle che nel nascondimento sono la nostra radice, che ci danno la linfa con la loro contemplazione. Per questo Francesco è sostenuto e si sente sostenuto dalla linfa della preghiera di Chiara e sempre indicherà in lei quella pianticella che sosterrà il cammino del suo Ordine e lo spingerà nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo.

Carissimi fratelli e sorelle, seguendo l’apostolo Paolo anche noi lasciamoci illuminare dalla parola di Dio. Lasciamo che la Scrittura, utile per correggere, per ammaestrare e per esortare ci spinga sempre a guardare verso Gesù Cristo, per essere delle persone perfette non perché senza peccati e senza difetti, perfette nel desiderio, nella tensione, nell’amore, nella vita condivisa con gli altri.

La Scrittura ci aiuti, ci illumini, ci istruisca. Timoteo, dice Paolo, conosce fin dalla giovinezza la Scrittura. Lasciamoci illuminare dal Vangelo, portare dalla parola di Dio ogni giorno perché apra il nostro cammino e ci renda, pur nelle nostre debolezze, capaci di crescere nella fede, ardenti nell’amore, protesi nella speranza della realizzazione tra gli uomini del regno di Cristo Signore. Perché più leggiamo il Vangelo, più ci affacciamo alla Scrittura, più entriamo nelle pagine della Prima e della Seconda Alleanza, più noi riusciamo a scorgere, come facciamo oggi nella testimonianza di Mosè, degli amici nel cammino che ci sostengono.

Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà la fede sulla terra?”: è la provocazione per tutti quanti noi. Che il Signore ci ottenga quella fede che, insieme con l’amore, spinge la nostra preghiera in avanti a chiedere chi si realizzi in noi la sua giustizia, la sua volontà, il bene per tutti quanti noi che siamo la famiglia dei suoi figli. Amen.

fra Vincenzo Ippolito ofm