XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Lc 18,9-14
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
Parola del Signore.
Omelia R.P. Vincenzo Ippolito:
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Versione testuale
Il Signore conceda a tutti quanti noi la sua grazia e la sua pace.
Anche questa domenica il Signore Gesù ci dona un insegnamento sulla relazione con il Padre, sulla gioia dell’incontro con Dio, nella forza dello Spirito Santo. Ci parla della preghiera. Infatti, il capitolo diciottesimo del Vangelo secondo Luca insiste proprio sulla preghiera: domenica scorsa sulla perseveranza (Lc 18,1-8) e oggi sull’umiltà (Lc 18,9-14). Ed è significativo vedere che, nel grande viaggio verso Gerusalemme, quasi alle porte della Città santa, il Signore Gesù rivolga ai Suoi discepoli un insegnamento sulla preghiera, sull’arte del dialogo con Dio, una sorta di piccolo catechismo della vita interiore e del dialogo con il Padre, quasi a dire: “Se non siete corazzati dalla preghiera, se non siete rafforzati nell’uomo interiore, se non siete forti nel rapporto con il Padre, voi non potrete affrontare nessuna difficoltà”. L’Apostolo Paolo scrivendo a Timoteo, lo abbiamo ascoltato, diventa un esempio significativo di quanto il rapporto con Dio rafforzi nel momento della solitudine e della persecuzione. Sa ormai di aver combattuto la buona battaglia, di aver terminato la corsa. “Ora mi attende – questo lui dice – la corona di vittoria che Dio giusto giudice mi concederà, non soltanto a me, ma a tutti coloro che con me hanno perseverato”. E poi aggiunge un’amara constatazione di quello che gli sta capitando: “Nella mia ultima difesa nessuno mi è stato accanto, ma il Signore mi è stato vicino”. Sembra di riascoltare le parole del salmista: “Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto”. Paolo sente che il Signore è al suo fianco come un guerriero valoroso: “Se dovessi camminare in una valle oscura, non avrò alcun male perché tu sei con me, il tuo bastone, il tuo vincastro mi danno sicurezza”.
Le difficoltà della vita, le solitudini che spesso si creano nei nostri rapporti, i problemi che diventano sempre più crescenti dentro e fuori di noi ci spingono a legarci alla croce del Signore, a fare la sua stessa esperienza, a poter dire anche noi con l’Apostolo che “Il Signore mi è stato vicino, non mi ha abbandonato, mi ha raccolto”. Anche noi, al pari di Gesù Cristo, possiamo affrontare le nostre quotidiane difficoltà, i nostri momenti di Calvario, di solitudine, di abbandono da parte degli altri, se siamo sorretti interiormente dalla grazia della preghiera, se ci sentiamo accompagnati da Dio, perché Egli “rende i nostri piedi come quelli delle cerve e sulle alture ci fa stare saldi”. È il rapporto con Cristo, carissimi fratelli e sorelle, che ci dà la forza, l’audacia, il coraggio, la fortezza, l’energia per non soccombere agli attacchi del male, per non essere destabilizzati dalle situazioni spiacevoli della nostra esistenza. Per questo, l’evangelista Luca continua l’insegnamento sulla preghiera, che diventa significativo soprattutto se vediamo come il brano successivo al Vangelo odierno sia l’incontro di Gesù con i bambini, quasi a dire: la preghiera ci rende bambini, ci spinge ad abbandonarci al Padre, a confidare in Lui, a stringerci nel suo abbraccio, a lasciarci custodire da Lui. La preghiera serve a questo. Diventiamo forti se ci abbandoniamo; abbiamo coraggio se ci mettiamo nelle mani di Dio; noi siamo invincibili, se ci lasciamo difendere da Dio nelle situazioni più disparate e problematiche della nostra esistenza. Come dei bambini stiamo nelle mani di Dio, perché la preghiera non serve a far crescere la nostra forza autoreferenziale, ad essere capaci di affrontare il mondo da soli. La preghiera, invece, fa crescere in noi il senso di abbandono, la consegna umile e fiduciosa nell’abbraccio di Colui che è Padre ricco di ogni bontà, che conta i capelli del nostro capo e si prende cura delle nostre difficoltà e degli affanni della nostra esistenza.
Il brano evangelico odierno ha una struttura tripartita così come quello della scorsa domenica, lo ricorderete. Nella prima parte c’è un’introduzione, poi c’è una parabola e nella conclusione la chiave di lettura dell’insegnamento del Signore. “Gesù disse una parabola sulla necessità di pregare sempre senza stancarsi”, così iniziava il Vangelo della scorsa domenica tratto dall’inizio del capitolo diciottesimo del Vangelo secondo Luca. In questa domenica l’attacco è diverso, lo abbiamo ascoltato, “Gesù disse ancora un’altra parabola – quasi che si tratti di parabole gemelle, questa con quella della vedova importuna e del giudice iniquo – per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”. La scorsa domenica il Signore Gesù ci ha parlato della preghiera perseverante, confidente. Oggi invece ci porta a riflettere sulla preghiera interiore, sugli atteggiamenti che devono albergare nel cuore di chi prega per una relazione trasformante, che ci porta a diventare delle creature nuove, perché il segno che la preghiera è autentica è la trasformazione della nostra vita. Noi chiediamo spesso che il Signore cambi la vita degli altri. La preghiera, invece, serve a trasformare te, a far crescere in te la fiducia e la confidenza, l’abbandono e l’umiltà; la preghiera serve a far crescere nella tua vita il silenzio e l’ascolto, l’abbandono e la capacità di osservare gli altri, così come Maria che alle nozze di Cana riuscì a percepire immediatamente la mancanza del vino, per quegli sposi che festeggiavano il loro matrimonio, ma che non si erano accorti che mancava il segno della festa. L’intima presunzione di essere giusti e il disprezzo degli altri ci impediscono di avere una relazione autentica nella preghiera. L’abbiamo ascoltato dalle parole di questo saggio di circa due secoli prima della nascita del Salvatore, nel libro del Siracide abbiamo ascoltato come la preghiera del giusto arriva alle nubi, anzi le supera e le oltrepassa. Invece la nostra preghiera dove arriva, dove giunge? Cerchiamo carissimi fratelli e sorelle di chiedere, in questa santa liturgia, la grazia di una preghiera autentica, trasformante, che va oltre le nubi ed entra nel cuore misericordioso del Padre, per ottenere da lui benevolenza e grazia, pace e forza nella riconciliazione tra noi, nel perdono reciproco e nella costruzione del suo regno di giustizia e di pace.
Sappiamo bene come la pedagogia di Cristo porti sempre a rendere semplici le cose difficili. Noi uomini invece siamo abituati sempre a rendere difficili le cose semplici. Le parabole servono proprio per rendere comprensibili a tutti i misteri del regno dei Cieli, anche se molto spesso diventano incomprensibili per coloro che non si fanno piccoli per intendere i misteri di Cristo. Infatti, il Cristo – questo è l’inno di giubilo del Signore – può esaltare Dio Padre “perché ha nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le ha rivelate ai piccoli”. Soltanto i piccoli riescono a comprendere i discorsi semplici del Signore Gesù, perché non hanno precomprensioni, non hanno superbia ed arroganza. Le parabole, infatti, sono semplici sì, ma talvolta noi non le comprendiamo, perché non c’è l’umiltà del cuore, la capacità di seguire il Signore Gesù in quel processo di incarnazione, per accettare la nostra fragilità, la nostra semplicità e per lasciarci visitare da Dio lì dove ci troviamo.
Donaci Signore la capacità di farci piccoli con te, che ti sei fatto piccolo. Donaci la forza di comprendere il tuo linguaggio semplice, perché anche noi, abbandonando ogni tipo di arroganza e di superbia, ci rendiamo conto che siamo chiamati a semplificare la vita nostra e dei fratelli, a non complicare l’esercizio del perdono e della misericordia e a lasciarci sempre portare dalla forza della tua bontà.
Infatti, una cosa è dire, parlare, disquisire sull’intima presunzione di essere giusti e sul disprezzo degli altri. Un’altra cosa invece è presentare l’immagine di un uomo, il fariseo, che incarna questa incapacità di dialogare con il Padre e mette in luce l’intima presunzione di essere il centro della vita, della relazione con Dio e del rapporto con gli altri. “Due uomini salirono al tempio per pregare”. Si sale al Tempio per pregare, così come si viene in chiesa per incontrare Dio e per costruire tra noi il suo regno di giustizia e di pace. La preghiera serve per avvicinare il cuore al Padre e per lasciarci trasformare nella nostra relazione con gli uomini. C’è sempre questa doppia dimensione della preghiera. Gesù l’aveva sottolineato all’inizio, nell’introduzione della parabola: la relazione con Dio e la relazione con gli uomini. Il segno che la preghiera è autentica è proprio il disprezzo di te stesso, l’accoglienza degli altri, la benevolenza che mostri, l’affabilità che doni. Questo è il segno che la preghiera è autentica, perché nella relazione con Dio tu ti rendi conto di essere nulla o, potremmo dire con Francesco, di essere un verme della terra, un “vilissimo vermine tuo”. “Chi sei tu? Altissimo Signore mio”, dice Francesco. Riconosce Dio come “Altissimo, Onnipotente, bon Signore” e al tempo stesso si rende capace, nella sua umiltà, di accogliere il suo essere nulla. Noi dobbiamo sapere, insegna sempre il Padre Santo, che “appartengono a noi soltanto i vizi ed i peccati”.
Questo brano è incentrato proprio su questi due atteggiamenti. Il fariseo e il pubblicano salvano al tempio, entrambi per pregare. Ma chi sono i farisei? Chi sono i pubblicani? Riempiono le pagine dei Vangeli, ma tante volte non riusciamo a comprendere il loro atteggiamento. Vediamoli insieme brevemente. I farisei erano un gruppo che, all’interno del popolo d’Israele, cercavano Dio, studiavano la legge, rispettavano le prescrizioni dei comandamenti, volevano camminare alla presenza del Signore. Il termine fariseo sta a dire proprio il loro desiderio di essere separati da coloro che non amavano Dio, non rispettavano la legge. Un sentimento sincero è quello che alberga nel loro cuore. Vogliono seguire Dio, vogliono obbedire alla Torà, vogliono fare del Signore il loro punto di riferimento, ma, come capita tante volte anche a noi, si perdono per strada, nei mille rivoli delle regole, delle prescrizioni. C’è l’osservanza, ma non c’è la fedeltà; c’è il rispetto della legge, ma non c’è l’amore; c’è l’incontro con sé stessi, la costruzione della propria interiorità e il desiderio della propria perfezione e della propria santità, ma non c’è Dio nella loro vita, non c’è la Parola del Signore nel loro cuore. La loro esistenza non è il tempio alla santità di Dio, ma soltanto è casa della propria arroganza e della propria presunzione. Ricercano Dio, ma si perdono; rispettano i comandamenti, ma si allontanano dal Signore; si fermano alla legge, ma non ne fanno una scala per arrivare al Cielo.
I pubblicani, invece, sono gli esattori delle tasse, come Levi Matteo, come Zaccheo. Sono venduti al potere romano, per loro raccolgono le tasse e si arricchiscono, perché i soldi rimangono nelle loro tasche e anche attaccati, incollati alle loro mani. Tutti li guardano con disprezzo perché sono dei venduti, dei traditori. Invece anche tra di loro c’è il desiderio autentico di Dio, così come in Levi Matteo, così come in Zaccheo. Luca all’inizio del capitolo quindicesimo dice che Gesù “si intrattiene con i pubblicani e con i peccatori”, perché “non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati”. E “il Figlio dell’uomo – autentico medico – non è venuto per i giusti, ma per chiamare a conversione i peccatori”. Luca sottolinea sempre questo contrasto stridente, tra i personaggi che presenta. L’abbiamo ascoltato alcune domeniche fa nella parabola del buon samaritano (Lc 10,25-37). Il sacerdote e il levita, che avevano da fare, preoccupati probabilmente per il rispetto della legge e per le occupazioni dei loro rispettivi uffici, abbandonano quell’uomo incappato nei briganti. Invece un samaritano, che per la mentalità comune era uno irreverente nei riguardi della legge, si piega, mosso da compassione, si preoccupa di lui. Lo mette sulla sua cavalcatura e lo porta in un’osteria, versando il necessario perché egli possa ritrovare la salute e sperimentare la gioia di una vita bella.
Due persone salgono al tempio, esemplificazione di due diversi comportamenti nel rapporto con Dio. Il fariseo ha la sua preghiera, il pubblicano la propria. Luca insiste soprattutto nel presentarci anche gli atteggiamenti, quasi presentandoceli plasticamente. Se li confrontiamo, il fariseo “stando in piedi pregava così da sé”, mentre del pubblicano si dice che “si ferma a distanza, non osa alzare gli occhi al cielo, si batteva il petto”. Luca vede che la preghiera del pubblicano è fatta di gesti significativi e parole brevi. La preghiera del fariseo, invece, è pedante e prolissa e soprattutto il centro della preghiera non è Dio, ma sé stesso. Inizia bene: “Signore io ti ringrazio”, ma poi si perde per strada. “Ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri”. È significativo quello che l’Evangelista ci dice, cioè che “pregava tra sé”, si può tradurre anche “pregava rivolto a sé”. Queste sono le due posture diverse che indicano un atteggiamento interiore. Il fariseo è rivolto verso di sé, è dio di sé stesso. Ringrazia il Signore perché Egli è migliore degli altri. Si esalta da solo, glorifica sé stesso, brucia incenso al suo orgoglio, sottolineando la superbia del proprio cuore che cerca soltanto sé stesso. Il pubblicano invece è totalmente rivolto al Signore. “I miei occhi sono rivolti al Signore nostro Dio perché abbia pietà di noi”. Rivolto non con gli occhi, questo pubblicano pentito, quanto invece con il cuore proteso al Signore. L’insegnamento che ne deriva, in questa parabola, è semplice, è una domanda che pesa come una spada su ciascuno di noi: Tu come preghi? Tu come vuoi pregare? Qual è il centro della tua preghiera? Incontri veramente il Signore? Preghi per essere gratificato, per sentirti migliore degli altri e quando preghi magari guardi le persone che ti stanno accanto perché non pregano come te? Perché non pregano così come preghi tu? Perché non pregano quanto te? Ma che ne sai tu degli altri? Perché ti rendi giudice dei fratelli e delle sorelle che ti sono accanto? Perché ti lasci portare da questi pensieri che vengono dal demonio ma non vengono da Dio?
La preghiera nasce dall’umiltà ed è l’umiltà che ci dà la possibilità di incontrare autenticamente il Signore, di essere irrobustiti nella nostra volontà, nel nostro desiderio. Quando Francesco pregava, ci dicono i biografi, e usciva dalla preghiera chiedeva sempre al Signore di essere liberato dalla gratificazione dell’incontro con Lui: “Riprenditi le dolcezze che mi hai donato – egli diceva – in caso contrario io sarei un ladro”. Il frutto della preghiera è la conversione del cuore, è l’umiltà della vita, è la capacità di relazionarsi con gli altri, con tanta benevolenza e con la capacità di ascolto. Che ti serve pregare ore e ore, se poi sei orgoglioso? A che ti serve stare davanti al Signore, se poi una parola che ti viene detta tu la interpreti male e ti metti a gridare contro gli altri? A che serve l’adorazione, lo stare davanti al Signore, se poi basta una parola per perdere la pazienza e per gettare all’aria la persona che ti sta accanto? A che serve lo stare con Dio, se poi pensi male degli altri, non riesci dentro di te ad amarli, a fargli spazio, a giustificarli, a perdonarli? A che ti serve stare in chiesa davanti al Signore, se poi critichi tutto e tutti e dentro di te ti senti migliore degli altri, l’unico degno di stare alla presenza del Signore, come Elia che, stando davanti al Signore, si lamenta: “Nessuno rispetta la legge, sono rimasto soltanto io, fedele ai tuoi comandamenti”. È l’intima presunzione di sentirsi giusti e migliore degli altri. “Ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, adulteri, ladri”, briganti. Non sei come gli altri… ma tu come sei? Quale posto il Dio ha nella tua vita? Quale potenza di misericordia raggiunge il tuo cuore, se non ti lasci amare, se non lasci che il Signore ti mostri la tua vera identità, se non ti fai raccogliere nel tuo peccato, se rispetti tutte le prescrizioni della legge, ma poi dimentichi la carità, il perdono e l’umiltà? “Questo popolo minora con le labbra, ma il cuore è distante da me”.
Carissimi fratelli e sorelle, facciamo nostro l’atteggiamento e la preghiera del pubblicano. Chiediamo al Signore la grazia di un’umiltà autentica: “sta a distanza, non alza gli occhi, si batte il petto”. “O Dio, abbia pietà di me peccatore”. Come è bello, carissimi fratelli e sorelle, essere consapevoli del proprio peccato! L’essere peccatore ti porta a crescere nel rapporto con Dio, perché Dio ama gli umili, accoglie i deboli, si volge a coloro che gli chiedono soccorso, con tutta umiltà, per coloro che, al pare di Ester, si rivolgono a lui e gli dicono “Io non ho altro che possa difendermi all’infuori di te”. È bello essere peccatori pentiti perché il Signore ci raccoglie, il Signore ci perdona, il Signore ci salva. Il demonio ci fa ricordare i nostri peccati per accusarci, ma il Signore, invece, mette dinanzi a noi la consapevolezza delle nostre colpe, per crescere nell’esperienza della misericordia, nella trasformazione dell’amore, nella grazia dell’incontro con Dio.
Ma c’è una parola con cui termina il brano evangelico di oggi: “L’uno andò via giustificato, l’altro invece no, perché chiunque si esalta sarà umiliato, invece si umilia sarà esaltato”. C’è una differenza e la differenza è nella giustizia. La vedova della scorsa domenica chiedeva giustizia e “Dio non farà forse giustizia per coloro che gridano giorno e notte verso di Lui? Farà loro giustizia prontamente”. Non siamo noi che rendiamo noi stessi giusti, è Dio che ci rende giusti, se noi confidiamo in Lui. Essere giusti non significa fare delle cose buone, essere giusti nel cuore significa fidarsi di Dio, lasciarlo lavorare nella nostra vita, permettere al suo amore di trasformarci, al suo affetto di raggiungerci, alla sua delicatezza di cambiarci. Dio ci considera giusti, cioè al pari di Abramo ci considera suoi amici. “Io vi ho chiamato amici perché tutto quello che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi”. È come se la liturgia di oggi volesse dire a tutti quanti noi: “Ma perché non diventi il mio amico? Perché non diventi amico di Gesù? Perché non cresci nella sua giustizia? Perché non ti abbandoni alla sua volontà? Perché fai crescere il tuo orgoglio e disprezzando gli altri, resti solo nella tua arroganza, senza riuscire a costruire intorno a te amicizia e fraternità, regno di Dio e condivisione sincera?”.
Che il Signore conceda a tutti quanti noi, carissimi fratelli e sorelle, di tornare oggi alle nostre case nella piena consapevolezza che il Signore ci salva non tanto dalle difficoltà o dai terremoti o da tutto quello che ci può essere nella nostra vita; Dio prima di tutto ci salvi dal nemico più grande, che siamo noi stessi, il nostro orgoglio, la nostra superbia. San Francesco lo sa bene: soltanto se noi teniamo ben stretto il nostro egoismo, che è il nostro autentico nemico, noi possiamo e potremo camminare in una vita nuova.
Il Signore ci ottenga questa grazia per la potente, l’onnipotente preghiera di Maria, lei la creatura totalmente umile, giusta e abbandonata alla volontà del Padre. Lei ci dia la grazia di crescere nella preghiera, di dare energie nella relazione con Dio, di saper imparare da Cristo a parlare con il Padre ed abbandonarci, sapendo che Lui guida i nostri passi nella realizzazione del progetto del Padre, che è sorgente di gioia e di autentica comunione tra noi, secondo il piano di Dio. Amen.
fra Vincenzo Ippolito ofm

