tutti i santi

Santità e felicità

1 novembre 2025
Solennità di Tutti i Santi


Mt 5,1-12
+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Parola del Signore.

Omelia R.P. Vincenzo Ippolito
Convento San Francesco – Bracigliano (SA) 

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Versione testuale

Il Signore conceda a tutti quanti noi, carissimi fratelli e sorelle, la sua grazia e la sua pace!

Il nostro sguardo oggi è rapito dalla contemplazione della bellezza della santità di Dio, che si riflette nella vita di uomini e donne raggiunti dalla grazia dello Spirito Santo. Infatti, i fratelli e le sorelle che ci hanno preceduto nel cammino della fede e ora contemplano il mistero di Dio sono stati afferrati dalla forza dello Spirito Santo, liberati dai legacci del peccato e fatti partecipi della vita di Cristo Salvatore. Oggi la liturgia della Parola ci dà la possibilità proprio di comprendere il mistero della santità di Dio, che contagia noi uomini e di ravvisare delle strade, che ci possano portare ad essere riflesso della santità di Dio, a partecipare del mistero della sua vita, della grazia della sua misericordia, della potenza del suo amore, della forza vitale del suo perdono. E la liturgia lo fa attraverso tre letture che sembrano, in un certo senso, offrirci sfaccettature diverse dell’unico mistero della santità, che è propria soltanto di Dio. Infatti, quando un tale, avvicinandosi a Gesù, lo chiamò “Maestro buono” e gli chiese il segreto per avere la vita eterna, immediatamente il Signore rispose a lui: “Perché mi chiami buono? Solo Dio è buono”. E nel Libro del Levitico noi leggiamo proprio queste parole rivolte da Dio al suo popolo eletto: “Siate santi perché io, il Signore Dio vostro, sono santo”.

Il santo, potremmo dire, attingendo dal Discorso della montagna, è l’uomo e la donna felice, beata, perché partecipe della beatitudine di Cristo Signore. Infatti, il discepolo santo è colui che, vivendo con Cristo, vive della sua stessa vita, si lascia raggiungere dalla potenza del suo Spirito, strappare dal mistero della morte e del peccato, partecipando alla grazia della vita nuova della risurrezione. Per questo Paolo può scrivere: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù dove si trova Cristo”. Infatti, quando noi facciamo guerra alle nostre passioni e ci rivestiamo di Cristo, dell’uomo nuovo, lasciamo alla vita di Cristo di produrre frutti dentro di noi. Per questo il Maestro, nella sera del tradimento, può ai suoi discepoli rivolgere queste parole così intense: “Rimanete nel mio amore, come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, neanche voi se non rimanete in me”. Il beato, colui che sente realizzate tutte le sue possibilità, che vive nella gioia anche le situazioni di dolore e di difficoltà, vive all’unisono con il cuore di Cristo, partecipa dei suoi sentimenti, è immerso totalmente nel mistero della sua Pasqua. Possiamo quindi dire:

Signore Gesù Cristo, donami la tua stessa beatitudine; concedimi la grazia di condividere la tua stessa vita di pace e di perdono, di misericordia e di giustizia, e fa’ che io possa sempre scegliere la verità dell’amore, la grazia della conversione, percorrere la via della gioia dietro a te, rinnegando me stesso per essere una sola cosa con la tua risurrezione.

Un secondo aspetto poi viene sottolineato da Giovanni nella sua Prima Lettera, lo abbiamo ascoltato: “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio”. Il santo è colui che ha conosciuto l’amore di Dio, per questo l’Apostolo può dire: “Noi abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi”. “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio!”. Il santo è il discepolo che si sente amato da Dio, che avverte nel proprio cuore tutta la potenza, la forza, la grazia, l’energia dello Spirito Santo, perché ci ricorda Paolo, scrivendo ai Romani: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”. E sempre l’Apostolo scrivendo ai Corinzi può dire: “L’amore di Cristo ci possiede” perché immersi nel mistero della sua morte noi siamo resi partecipi della potenza, dell’amore, della sua resurrezione. “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio”. Il santo è colui che non ha messo limiti a questa pioggia di misericordia, a questa esperienza trasformante di amore. Il discepolo, che ha seguito Gesù Cristo nella totale e incondizionata docilità e obbedienza alla volontà del Padre, brucia tutto di carità e può dire con Cristo “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso. Ho un battesimo che devo ricevere e sono angosciato finché io non l’avrò ricevuto”. Il santo è un roveto ardente che brucia di amore e di carità, che ha rinnegato se stesso, che ha rinnegato il proprio orgoglio, che ha messo da parte la propria presunzione e ha fatto prevalere in lui la forza e il vigore dello Spirito dell’amore. Non c’è nessuno spazio nella mente e nel cuore che non sia permeato, raggiunto, riempito dall’amore dello Spirito Santo. Egli è tutto amore, un fuoco di misericordia, che estingue il male e ricerca sempre e solo la volontà del Padre, così da dire con Gesù Cristo: “Mio cibo è fare la volontà del Padre e compiere la sua opera”.

Giovanni, in una delle visioni del libro dell’Apocalisse, che la liturgia oggi ci dona come prima lettura, contempla gli eletti vestiti di bianco. Infatti, l’Evangelista, il veggente, nell’isola di Patmos, il discepolo amato dal Salvatore, vede, contempla, per un dono singolare concessogli da Dio, una schiera immensa, prima centoquarantaquattromila di ogni lingua, stirpe, popolo, e poi genti innumerevoli che stanno davanti al trono e che cantano la gloria dell’Agnello, di colui che è immolato ma è vivente, di colui che era morto ma è tornato in vita. E sente questa voce: “Ma chi sono questi che sono vestiti di bianco?”. Egli confessa la propria ignoranza e, a colui che gli sta parlando, dice: “Io non lo so, ma tu me lo puoi dire”. “Questi sono passati attraverso la grande tribolazione, hanno lavato le loro vesti rendendole candide nel sangue dell’Agnello”. Il santo, carissimi fratelli e sorelle, non è un extraterrestre, è un uomo come noi, vive le nostre stesse pene, attraversa i nostri stessi tunnel di sofferenza e di dolore.

Il santo è colui che soffre le nostre difficoltà, attraversa i nostri dolori, ma vengono vissuti in un modo diverso, in unione con Cristo. Ed è questa la differenza, perché noi, è vero che soffriamo, ma ci lamentiamo; è vero che portiamo la nostra croce, ma tante volte inveiamo contro Dio e contro i fratelli. Non c’è gioia, non c’è abbandono, non c’è obbedienza, non c’è il trasporto dell’amore che rende, come nel caso del serafico padre Francesco, “dolci anche le cose più amare”. Invece, gli eletti dell’Apocalisse sono vestiti di bianco, sono passati attraverso la grande tribolazione, ma non si sono lasciati scoraggiare dal male, vincere dalla tribolazione, affossare dal male, mettere in angolo e in scacco dal peccato e dalla disperazione. Hanno vissuto la sofferenza, sì, ma hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello, ovvero hanno vissuto la passione insieme con Gesù, il dolore uniti con Cristo, la sofferenza legati alla croce del Golgota. In tal modo, la disperazione non ha trovato spazio nel loro cuore. E ora splendono, così come splendono le vesti di Gesù trasfigurato sul Tabor. “Le sue vesti – scrive l’Evangelista Marco – erano candide, nessun lavandaio della terra avrebbe potuto renderle così bianche”. È il mistero dell’interiorità abitata dalla potenza dello Spirito di Dio, la ricchezza e la bellezza del suo essere Figlio unigenito del Padre, che viene comunicata e si manifesta attraverso le vesti bianche sul Tabor. E così è anche per i santi: l’inabitazione di Dio nel loro cuore si manifesta nelle vesti, candide, perché immerse nel sangue dell’Agnello. Il santo è colui che, unito con Cristo, si immerge nel mistero della sua Pasqua, si imporpora del suo stesso sangue e riceve la potenza della sua vita. Il sangue, infatti, nella Sacra Scrittura sta ad indicare non la morte, quanto invece la forza della vita, la grazia dell’amore. Per questo non bisogna disprezzare e gettare il sangue, perché equivale ad uccidere e seminare la morte.

Bella è questa immagine che ci porta ad essere una sola cosa con il mistero di Cristo, morto e risorto; bella è questa immagine che, indirettamente, ci chiede:

perché non vivi insieme con Gesù? Perché le tue sofferenze non le vivi insieme con il Salvatore? Perché non unisci il dolore tuo a quello della croce, la tua solitudine a quella del Golgota, la tua preghiera d’angoscia a quella di Cristo nel Getsemani? Perché non lasci che nel tuo buio risplenda la luce del Risorto, nella tua tristezza la gioia del Signore che ha vinto la morte, nella tua disperazione la potenza della vita del Signore, che sbaraglia le tenebre e diventa principio nuovo dell’amore, che genera il dono di sé stessi, per la salvezza dei fratelli?

Carissimi, tutti siamo chiamati a santità, ad essere beati, contenti come Gesù, amabili come Lui, a vivere da figli di Dio, a mettere ogni nostra tribolazione nel Cuore Sacratissimo del Salvatore, perché ogni pena diventi sorgente di resurrezione e di vita. A tutti è aperta la porta della salvezza, perché sappiamo come, nel momento in cui Cristo muore sul Golgota, il velo del Tempio si squarcia, perché è aperta a tutti la via verso il Santo dei Santi, verso la grazia della salvezza, verso la potenza di quel contagio salutare, che ci rende partecipi della vita di Gesù. E la liturgia di questa sera vuole dire a tutti quanti noi:

ma cosa aspetti ad unirti a Gesù Cristo? Perché perdi tempo in cose che non servono a nulla? Perché mai assecondi le voci del demonio che ti vuol trarre dalla sua parte allontanandoti da Dio?

Siamo stati creati per essere santi, per essere gioiosi, per essere felici, per sprizzare misericordia, per donare affabilità, per non covare odio, rancore e tantomeno risentimento, ma vivere, innestati in Cristo, una vita nuova, bella, che ci porta ad essere specchio della carità del Cuore del Redentore.

Ma la santità del Paradiso siamo chiamati a viverla, oggi, ora, nelle situazioni disparate della nostra esistenza. Per questo, bello è quell’invito che Gesù, nella casa di Zaccheo, sembra rivolgere a tutti coloro che stanchi e afflitti bussano alla porta del suo cuore: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”, così come al ladrone pentito, vien detto: “Oggi sarai con me in Paradiso”, perché la salvezza oggi è donata a te. Non rimandare a domani la scelta di essere santo, di accogliere l’amore di Dio, di fare spazio allo Spirito Santo, di lasciarti interiormente lavorare, contagiare, cesellare da quel divino Cesellatore, da quello Spirito Santo a cui nulla è impossibile.

Noi oggi vogliamo chiedere a Maria la grazia di dire Si, sempre, ogni qualvolta lo Spirito di Dio bussa alla porta del nostro cuore, nelle situazioni della nostra vita, nelle contrarietà della nostra giornata, nelle liti e nelle discussioni, che talvolta inclinano il nostro vissuto e dividono fratello da fratello, sorella da sorella. Vogliamo chiedere a Maria la grazia di dire sempre , a quello Spirito che vuole entrare in noi per renderci belli, per renderci santi, per renderci amanti, perché amati da Dio. A che serve vivere la vita se poi non siamo felici, se non siamo contenti, se non realizziamo tutte le nostre possibilità, se non ci sentiamo amati e capaci, nella forza dello Spirito di amore, di amarci e di accoglierci vicendevolmente, nel vincolo divino della carità?

Il Signore conceda a me e a voi, carissimi fratelli e sorelle, dilettissimi figli, di essere beati come Gesù Cristo, di essere figli di Dio e di esserlo realmente e di immergerci nel costato del Salvatore, perché le nostre vesti, le nostre azioni, i nostri sguardi, le nostre parole vengano purificate e abbiano la forza dell’amore di Dio. Maria ci accompagni in questo cammino e renda la nostra esistenza come la sua, specchio dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

fra Vincenzo Ippolito ofm