non fate della casa del Padre mio un mercato!

Santo è il tempio di Dio che siete voi

9 novembre 2025
DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE


Gv 2, 13-22
+ Dal Vangelo secondo Giovanni

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Parola del Signore.

Omelia R.P. Vincenzo Ippolito
Monastero s. Lucia di Serino (AV)

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Versione testuale

Il Signore conceda a tutti quanti noi, carissimi fratelli e sorelle, la pienezza della sua grazia e la dolcezza della sua pace. La vocazione di Francesco d’Assisi incomincia quando lo sguardo del Cristo di San Damiano incontra i suoi occhi e gli occhi di Francesco si immergono nell’immensità dello sguardo del Cristo povero e crucifisso, che chiama ogni uomo a dissetare il proprio desiderio di felicità alla sorgente zampillante della sua acqua che è il costato trafitto di Lui, Salvatore e Redentore di tutti quanti gli uomini. “Va’ Francesco e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta quanta in rovina”. La voce del Cristo, non sappiamo se udita nel cuore o anche dagli orecchi del corpo, si impresse così profondamente nell’animo di quel giovane inquieto che iniziò, scrive Tommaso da Celano, a fare il muratore, ad aggiustare delle chiese. Quelle mani delicate, che avevano conosciuto soltanto la stoffa nella bottega di Pietro di Bernardone, conoscono ora le pietre, la malta, il duro lavoro e così, pietra dopo pietra, elemosinata con gioia e letizia, Francesco ricostruisce delle chiese e sempre il biografo appunterà che, soltanto più tardi, egli comprenderà che la voce del Cristo si riferiva alla Chiesa fatta di fedeli, costata a Cristo il suo sangue prezioso. Dalla figura alla realtà: è il cammino di Francesco e di ogni discepolo di Cristo, come anche del popolo di Israele, itinerario che ci viene proposto dalla liturgia odierna – il passare dalla figura alla realtà – e a pensarci bene, carissimi fratelli e sorelle, tante volte questo è un passaggio che noi non soltanto non riusciamo a fare o crediamo di non riuscire a fare, ma non vogliamo fare, perché ci costa rinnegare la nostra volontà, cogliere il progetto di Dio e renderci conto che siamo noi chiamati ad essere tempio vivo della sua gloria, siamo noi, pietra su pietra, vita su vita, a costruire la Chiesa costata al figlio di Dio fatto uomo, il suo sangue prezioso. Entriamo nella liturgia odierna, perché la liturgia della Parola ci porti a passare dalla figura alla realtà, di non fermare la nostra attenzione alle Chiese fatte di mattoni, ma ad essere noi quelle pietre vive, intagliate dallo Spirito Santo per costruire il tempio della gloria di Dio.

Nella Prima Lettura abbiamo ascoltato il racconto di una visione avuta da Ezechiele circa 573 anni prima della nascita del Salvatore. Sono venticinque anni che Ezechiele, sacerdote e conoscitore della legge data ai padri, è lontano dalla città di Gerusalemme. Circa quindici anni prima, Nabucodonosor si è introdotto a Gerusalemme e ha fatto tutti schiavi, non soltanto distruggendo il tempio, ma portando le cose preziose nella sua reggia. Sembra di ascoltare il grido del profeta “Non abbiamo più né principe, né capo, né luogo per presentarti le primizie e trovarmi misericordia”. Gerusalemme è desolata, ma il profeta, pur se lontano, diventa voce di speranza e, una volta che ha sentito come Gerusalemme è caduta nelle mani dei nemici, il suo canto diventa ancora più forte, la sua voce decisa, il suo animo confidente è portato a guardare al di là delle rovine della città santa di Gerusalemme. Nella sua casa si radunano gli esuli, perché hanno bisogno di parole di speranza, che rincuorino l’animo e che infondano la gioia per un futuro che Dio certamente donerà al suo popolo, parole di speranza le sue, di cui abbiamo bisogno anche noi, carissimi fratelli. Per questo dobbiamo chiedere sempre a Dio profeti che, al pari di Ezechiele, infondano nel cuore nostro la gioia di attendere la realizzazione di tempi belli e, al tempo stesso, la luce della fede per renderci conto di come il Regno di Dio è presente già qui in mezzo a noi, germoglia misteriosamente e segretamente si fa strada tra quelle che sono le rovine della nostra società, le difficoltà delle nostre relazioni, un cammino di Chiesa, di fraternità e di comunità che ci trova sempre lenti nei riguardi di quella parola del Signore che ci chiede sempre di obbedire, in maniera incondizionata e totale, senza avere la presunzione di comprendere, come, attraverso i passi incerti della nostra esistenza, Dio costruisce un futuro pieno di speranza.

Ezechiele ha una visione riguarda il tempio e è ritornato nel suo antico splendore, anzi, ci sono delle cose strane che sono proprie soltanto di una visione. Egli contempla questo tempio dal quale sgorga acqua ruscelli, una quantità smisurata, che lì dove giunge risana, risana il mare, è acqua dolce, così come risana tutta la terra, la vegetazione riprende vigore. Bello è notare i verbi che vengono utilizzati dal profeta: risanare, rinascere, vivere, crescere. Sono i termini che stanno ad indicare quello che Dio fa nella vita di ogni credente. Dio, infatti, prima di tutto ci risana, ci guarisce, cioè ci fa passare dallo stato di malattia allo stato di salute. Dio poi ci fa rivivere e ci rivive, ovvero ci restituisce la vita, dopo le esperienze di morte. È poi Dio, con la sua bontà, ci fa crescere. Questa è l’opera che Cristo fa attraverso l’acqua viva che zampilla dal suo cuore. Dio ti fa passare dalla malattia alla sanità; Dio ti dona di abbandonare le esperienze di morte e rivivere della sua stessa vita risorta; Dio ti dà la grazia di crescere e di camminare nella via dei Suoi comandamenti, perché, con la grazia dello Spirito Santo, tu possa camminare, correre sulla strada del Vangelo e della testimonianza della carità. Cosa fa la grazia di Dio, onnipotente e onnipresente nella nostra vita! Ecco perché noi dobbiamo chiedere.

Dona a noi, Signore, l’acqua che il profeta Ezechiele ha contemplato, un’acqua che è capace di farci rivivere, crescere, risanare e che produce frutti abbondanti. Lo abbiamo ascoltato. I suoi frutti saranno come cibo, le sue foglie come medicina. Il pesce vi sarà abbondantissimo. C’è un rifiorire di vita che ricorda le prime pagine del Libro della Genesi. Dio crea e ricrea; Dio semina la gioia; Dio fa rifiorire nella mente, nel cuore, sulle labbra degli esuli il canto della gioia, perché il braccio del Signore non si è raccorciato ed Egli dona sempre giorni che sono carichi di speranza, perché la gioia del Signore è la nostra forza. È una figura. Ezechiele contempla, vede e dona agli esuli questa parola di speranza, che deve farli rialzare dallo stato di prostrazione, infondere forza alle ginocchia vacillanti e alle braccia cadenti.

Nella pagina del Vangelo Gesù, e all’inizio della sua vita pubblica, si è da poco conclusa quella che l’Evangelista, o per meglio dire gli esegeti, definiscono la settimana inaugurale del ministero di Gesù. Sono sei giorni nei quali il Signore non soltanto chiama i Suoi discepoli, ma in realtà chiama tutti quanti noi, Lui passa nella vita e semina la speranza e la gioia che sta nell’amicizia con Lui, che è il Santo, Colui che è venuto a donarci quel battesimo di Spirito Santo, capace di farci passare dalla morte alla vita. A Cana ha trasformato in vino una quantità smisurata di acqua, sotto le pressioni delicate di sua Madre, che egli presentava la necessità di quegli sposi che festeggiavano sì, ma senza avere nel vino il segno della gioia missianica. Soltanto i serbi che avevano attinto l’acqua si rendono conto che tutto è cambiato, per la parola di Gesù, che realizza quello che comanda e a coloro che obbediscono alla sua voce dona la grazia di vedere, “meraviglie di grazia, in una fortezza inaccessibile”. I discepoli hanno creduto in Lui e ora lo seguono. Entra per la prima volta nella città di Gerusalemme, più volte il Vangelo Giovanni ci presenterà le feste del popolo di Israele rivisitate, rinovellate, trasformate totalmente, giunti a pienezza dalla parola e dalla presenza del Salvatore. Entra nel tempio e vede che tutto è a soqquadro. Lì dove ci si aspetta voci di esultanza, inni di lode e di ringraziamento al Signore si sono installati – l’Evangelista Giovanni lo sottolinea in una maniera inequivocabile – non soltanto animali, ma cambia valute, ovvero è stato estromesso il culto dell’unico Dio. È vero, siamo nella spianata del tempio, ma già è spazio sacro. Secondo alcuni, infatti, gli animali che servivano per i sacrifici dovevano essere venduti fuori, lì dove noi collochiamo solitamente il Monte degli Ulivi. Non potevano entrare nel ricinto del tempio, tantomeno i cambiavalute, dal momento che la moneta che circolava nella Palestina era quella dell’Impero Romano, con effigie ed iscrizione che indicava in un uomo il Dio che amministrava la giustizia. Sarebbe stato un abominio per il popolo eletto maneggiare quelle monete, che venivano lì cambiate con altre – il siclo di Tiro, privo di immagini – per acquistare quegli animali che, piccoli e grandi, servivano per la purificazione della propria vita e la relazione con Dio.

Il gesto che fa Gesù è un gesto profetico, perché Egli è il profeta, Egli è il Figlio di Dio fatto uomo, Egli è l’unico Salvatore e Mediatore perfetto tra Dio e gli uomini. Costruisce una cordicella, getta tutto fuori dal tempio, è diventata una casa di mercato la casa del Padre. Passaggio più significativo, è lì che l’Evangelista ci vuole far arrivare, è la parola di Gesù “Distruggete questo tempio e in tre giorni io lo farò risorgere”. Se per gli altri evangelisti noi possiamo certamente parlare del brano narrato a ridosso del mistero della Pasqua, come della purificazione del tempio, invece con questo brano noi dobbiamo parlare della sostituzione del tempio. Gesù sta dicendo a quelle persone che “Non è qui che voi dovete adorare Dio e potrete incontrare Dio. Non soltanto è diverso il tempio, ma non è l’economia del denaro che vi assicura la salvezza. Ecco perché vi state illudendo. Nel luogo dove il popolo deve adorare l’unico Dio e deve fare il passaggio dal tempio fatto in muratura al tempio del mio corpo, voi avete installato il potere del denaro. Anzi, la classe sacerdotale si arricchisce attraverso quei proventi che sono il segno ormai di un potere che non riesce ad aiutare nella relazione con Dio”.

“Distruggete questo Tempio e in tre giorni io lo farò risorgere”. Con la sua ironia l’evangelista appunta. “Egli si riferiva al tempio del suo corpo”, dalla figura alla realtà. I suoi discepoli, e l’appunto che viene fatto dal redattore e dall’evangelista, alla luce del mistero della Pasqua, “si ricordavano una volta che egli fu risuscitato dai morti della parola di Gesù e credettero in lui”. La figura si realizza e i discepoli nel mistero della Pasqua riescono, nella luce dello Spirito Santo, a comprendere tutto. Il vero corpo è quello di Gesù crocifisso e la vera sorgente che Ezechiele ha visto, ha contemplato, è il costato trafitto del Salvatore, di lì s’urga l’acqua a ruscelli, di lì noi veniamo rivivificati, risanati, guariti. Lì, con quella sorgente di grazia, noi possiamo crescere e diventare, ciascuno per la propria parte, tempio della gloria di Dio.

Questo passaggio, carissimi fratelli e sorelle, non riguarda soltanto il popolo di Israele. Questo passaggio riguarda anche la Chiesa, se l’autore della Lettera agli Ebrei può esultare dicendo che il sommo sacerdote di cui avevamo bisogno è Cristo Signore, è lui altare, lui è vittima, lui è sacerdote e come affermerà Giovanni, lui ha offerto la propria vita non soltanto per i nostri peccati, ma per i peccati di tutti quanti gli uomini. Ed è un passaggio che siamo chiamati a fare anche noi, entrando nel corpo di Cristo, che è la Chiesa, diventando come Francesco, costruttori, edificatori, riparatori, al pari di Paolo, architetti capaci di mettere il fondamento giusto, che è Cristo Signore dal momento che “nessuno può porre un fondamento, una pietra angolare diversa rispetto a quella che già c’è”.

Se Cristo è il tempio, anche noi siamo chiamati ad essere tempio. Non è un caso che Gesù alla Samaritana lo fa comprendere. “Non è in questo luogo e non è nell’altro che voi adorerete il Padre, perché il Padre vuole essere adorato in spirito e verità e il Padre cerca tali adoratori”. Il cuore di Dio, Padre, si strugge, vuole che tu lo adori entrando nella carne del suo Figlio Gesù Cristo, entrando nel mistero della sua Pasqua, nella grazia della sua resurrezione. Dio vuole che entri lì dove noi troviamo il Sacrario, la parte più santa del tempio vivo, che è il Cuore divino del Salvatore. È lì che dobbiamo entrare; è lì che possiamo pregare; è soltanto se stiamo lì, come la colomba del Cantico dei Cantici che cerca rifugio negli anfratti della roccia, che noi possiamo dire nella forza dello Spirito Santo “Abbà, Padre”.

Ti sei mai chiesto perché nella preghiera ti distrai o non riesci a pregare come vorresti, perché non assecondi lo Spirito Santo, perché non ti lasci portare dalla dolcezza dell’incontro di Cristo, perché non ti senti abbracciato, sostenuto, rinovellato dalla grazia del suo Spirito? Ti sei mai chiesto perché le tue ginocchia sono cadenti, le tue braccia sono stanche, i tuoi pensieri vagano, il tuo occhio non è attento e il tuo cuore non è sintonizzato con quello del Padre, nella ricerca scostante, al pari di Cristo, della sua santissima volontà? Perché la preghiera non accende il nostro cuore, perché noi preghiamo sì, ma con le labbra, ma non riusciamo ad entrare oltre il velo del tempio Santo di Dio, che è il Cuore del Salvatore. Preghiamo sì, ma per regge, muoviamo le labbra, ma il nostro cuore è lontano da Dio. Quando, invece pregare significa avere nel cuore la forza di Gesù, la sua grazia, la sua misericordia. Noi, poveri noi – potremmo dire con Paolo, oh come siamo stati deboli – crediamo di pregare leggendo, crediamo di relazionarci con Dio, bisbigliando alcune cose, presentandogli le nostre pene, oh al massimo chiedendo l’intervento onnipotente di Dio nelle situazioni nelle quali noi non riusciamo a fare nulla, perché ci arrendiamo e ci consegniamo a Dio, quando, con la nostra volontà e con le nostre forze non possiamo cambiare la storia nostra e la vita dei nostri fratelli. Invece, la preghiera inizia quando, con tutta umiltà, come il pubblicano, ci battiamo il petto, ed entrando nel Cuore divino del Salvatore iniziamo a gustare e a vedere come è buono il Signore.

La preghiera nasce quando ci scopriamo amati da Dio, perdonati gratuitamente, risanati nei nostri difetti, irrorati nelle nostre ferite dal Sangue prezioso di Cristo, dalla voce più eloquente di quella di Abele. Noi preghiamo veramente quando permettiamo allo Spirito di parlare in noi, di vivere in noi, di bruciare in noi, di guardare in noi, di pensare in noi, così che, avendo il pensiero di Cristo, i sentimenti suoi, le azioni sue, le parole sue, con la nostra esistenza diventiamo segno e testimonianza che Dio solo è buono, santo, grande nell’amore e nella bontà misericordiosa che non fa mancare a nessuno dei Suoi figli. Per questo l’Apostolo Paolo ai Corinzi che vivono la divisione, che non riescono a fissare lo sguardo sul mistero della Croce del Signore, che si azzuffano tra di loro, che considerano un apostolo e un evangelizzatore migliore dell’altro, può dire che la parola della Croce è scandalo, è stoltezza, ma è potenza per coloro che credono, e può dire “Santo è il Tempio di Dio, che siete voi”. Indirettamente sta dicendo «Custodisci il tuo Tempio, custodisci il Tempio della vita del fratello, non lo distruggere con le tue parole, con il tuo giudizio temerario, con i tuoi interventi fuori posto. È santa la vita del fratello che ti sta accanto, custodiscila, guariscila, curala, amala più di quanto ami te stesso. Questo, carissimi fratelli e sorelle, significa che noi siamo tempio vivo della gloria del Signore.

Una volta, quando ero a Roma, mi andai a confessare a Santa Maria Maggiore e c’era un padre dominicano ripiegato su se stesso, sempre in preghiera e in continua orazione. Mi misi a fare la fila per confessarmi, non soltanto perché mi venne detto che era bravo, ma anche perché vedevo che il suo confessionale aveva una fila più lunga, gli altri erano deserti. Questo era il segno che era un uomo di Dio e, durante la confessione, stava sempre con gli occhi bassi, in continua preghiera, lui mi fece un esempio molto bello per crescere nell’accettazione del fratello e nella comprensione del dono di Dio che aveva l’altro. Mi narrava di un frate che, camminando nel chiostro di un convento, vedendo il suo confratello venire, si prostrò a terra dicendo “Santo, fratello mio, è il tempio di Dio che sei tu”.

È la fede che ci fa riconoscere, anche nelle rovine della vita dell’altro, il desiderio di Dio di volerlo ricostruire, anche attraverso di te. È nello spirito della fede, che riusciamo a vedere, anche nelle difficoltà, nei peccati dell’altro, la grazia di Dio che trascende quelli che sono i nostri giudizi. Per questo Francesco, nel ravvisare la vita dei sacerdoti peccatori poverelli, li considerava più belli degli angeli, una vita irrorata dalla grazia di consacrare il Santissimo Corpo e il Sangue del Signore.

Carissimi fratelli e sorelle, dilettissimi figli, passiamo anche noi dalla figura alla realtà. Quanto tempo, ahimè, abbiamo perso anche noi nel voler ricostruire chiese, nel fare cose belle, giuste, sante, ma quante volte non abbiamo custodito la vita del povero, non ci siamo preoccupati della vita dei deboli, non ci siamo presi pensiero di coloro che si trovano veramente in difficoltà nel corpo e nello spirito. Quante volte non abbiamo onorato come si deve il nostro corpo e il corpo magari del proprio marito, della propria moglie, delle persone che ci stanno accanto, non abbiamo saputo riconoscere in quel corpo la presenza di Dio. Dobbiamo chiedere perdono se la nostra società conosce corpi sfregiati, corpi sfruttati, corpi disprezzati, corpi umiliati, eppure Dio è lì, misteriosamente, prende quella carne, si serve di quella vita per manifestare nella debolezza la sua forza invincibile.

Chiediamo che il Signore ci faccia compiere questo passaggio dalla figura alla realtà e di mettere ogni impegno, in questo cammino di conversione e di vita nuova. Indirettamente la liturgia ci sta dicendo “Nel tempio del tuo cuore, quali sono gli animali che ci sono, quali sono le monete che hanno preso il posto di Dio, gli interessi che hanno cacciato la presenza del Salvatore? Sul trono del tuo cuore, chi siede al posto di Gesù, chi amministra la giustizia al posto del Maestro, chi legifera al posto di Colui che è la legge data ai Padri, chi ti dona la vita che poi è morte al posto di Colui che è venuto a dare in abbondanza la vita nel tempo e nell’eternità?”.

Maria ci faccia compiere questo passaggio, certamente non semplice, ma sempre necessario. Lei è diventata il Tempio della gloria di Cristo Salvatore. In nove mesi lo Spirito Santo ha intagliato la carne sua, il sangue, i pensieri, i sentimenti, i gemiti. Maria è stata tutta proiettata nel suo seno, che conteneva l’Autore della vita. Lei ci insegna ad essere proiettati in Gesù, di portarlo dentro, con tutto l’affetto del nostro cuore, il trasporto dell’animo nostro, il desiderio di conversione e di vita, per poi, al pari di lei, avere lo sguardo rivolto lì dove Gesù Cristo è presente, lì dove deve essere servito, testimoniato, amato, al di sopra di ogni cosa.

Carissimi, anche a noi il crocifisso oggi dice “Va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina”. È troppo semplice lamentarsi per la Chiesa, per il mondo, per le famiglie, per le nostre comunità, che non vanno. Siamo chiamati, obbedendo alla voce che ha rapito dalle cose inutili l’esistenza di Francesco, a mettere in mano alla costruzione di questo tempio vivo, per essere personalmente, singolarmente, come comunità, come coppie, come famiglia, come Chiesa, tempio di Dio, della gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che irrora in noi la grazia del suo Spirito per vivere nella gioia, nella comunione, nella fraternità e nella pace. Amen.

fra Vincenzo Ippolito ofm