Io sono la porta delle pecore.

26 aprile 2026
IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)


Gv 10,1-10
+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse:
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Parola del Signore.

Omelia R.P. Vincenzo Ippolito
Santuario Maria SS. Incoronata – Montoro (AV)

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Versione Testuale

Il Signore, il buon Pastore, ci conceda la sua grazia e la sua pace.

Guardate tutti fratelli il buon pastore che, per salvare le sue pecore, sostenne la passione della croce. Le pecore del Signore l’hanno seguito nella tribolazione e nell’ignominia e hanno ricevuto la vita eterna”. Francesco, nella sua sesta ammonizione, sembra commentare la pagina del Vangelo odierno. I suoi occhi sono fissi su Gesù Cristo, il Pastore grande delle pecore che ci ha condotto alle acque della vita. Il suo occhio non si stanca di contemplare in Cristo la sorgente della grazia che lo rigenera e della salvezza che lo redime e spinge, lui da guardiano di tutte le sue pecore, affidategli dal buon Pastore, Lui l’Agnello innocente che toglie il peccato del mondo. Guardare, tenere fisso lo sguardo, polarizzare l’attenzione, concentrare il cuore senza distrarsi. Questo sembra dire Francesco ai suoi frati e oggi a tutti quanti noi, lasciando che la parola del Vangelo fluisca nei deserti dell’anima nostra e ci conceda la pace.

Proprio con il cuore di Francesco vogliamo leggere, meditare e nutrirci alle sorgenti delle acque della vita. Vogliamo, con la stessa sensibilità di Francesco, pendere dalle labbra del buon Pastore per ricevere in abbondanza la vita dell’amore e della misericordia, del perdono e dell’accoglienza. Al tempo stesso, confessando Lui buon Pastore, vogliamo scegliere di essere le pecore che ascoltano la sua voce e che non hanno paura di seguirlo, nelle tribolazioni e nell’ignominia, per avere in eredità la vita eterna. Ascoltando questa parola del Vangelo, noi infatti, seguendo Francesco, riusciamo a ravvisare due orizzonti: quello che riguarda Gesù Cristo, la sua identità, e l’altro, quello della nostra identità.

Ed è bello vedere come Gesù (ci troviamo nella prima parte del Vangelo secondo Giovanni) cerchi di conquistare i Giudei, i quali – l’Evangelista lo sottolinea bene – non comprendono la sua parola e portano Gesù a cambiare continuamente immagine perché la sua voce possa incontrare i desideri più profondi dell’animo nostro e ciascuno di noi possa sperimentare in abbondanza la vita. È significativo notare, carissimi fratelli e sorelle, che nel momento in cui Gesù Cristo parla di sé come il buon pastore, come la porta da attraversare per avere in abbondanza vita e pascolo, Egli stesso viva con i Giudei la dinamica del buon pastore che lascia nel deserto le 99 pecore e va alla ricerca di quell’unica pecora che si era smarrita, finché non la ritrova. Sì, nel momento in cui Gesù sta parlando del suo essere Pastore grande delle pecore che tutti conduce alle sorgenti delle acque della vita, Egli stesso vive la sollecitudine, la cura. Tu non capisci l’immagine della porta ed Egli ti offre quella del pastore. Tu non vuoi capire come Gesù sia importante e fondamentale per te ed Egli ravvisa nell’immagine della pecora il cammino, l’itinerario che ti viene offerto perché, allontanando la voce dei ladri, dei briganti, di coloro che vengono per rubare, per distruggere, per uccidere, tu possa sperimentare l’affabilità, la bellezza, la giocondità di Cristo, Signore e Salvatore nostro. È questo il primo aspetto che la pagina evangelica di oggi sottolinea bene: Giovanni ci dà la possibilità di comprendere che Gesù è disposto a fare tutto, Lui buon pastore, pur di riconquistarci, pur di donarci quella vita di cui noi crediamo di non aver bisogno, quella pienezza di gioia che ci sembra estranea al cuore, quella pienezza di grazia che soltanto Lui, vaso traboccante di ogni bontà, può effondere dal momento che Egli è venuto a donare in abbondanza la vita. E, sempre Giovanni, ci dice: da lui noi abbiamo grazia su grazia, perché è in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità e in lui noi abbiamo parte a quella pienezza.

Voglio soffermarmi soprattutto su un’immagine o, potremmo dire, anche su una lotta che la pagina evangelica odierna mette bene in luce. Da una parte abbiamo Gesù il pastore e dall’altra parte abbiamo i ladri, i briganti. Al centro ci siamo noi, siamo le sue pecore, siamo il gregge del suo pascolo. Da una parte il pastore, Lui che dona in abbondanza la sua vita, che offre la sua vita per poi riaverla, riceverla, riconquistarla nel mistero della sua Pasqua. Dall’altra parte abbiamo, invece, coloro che vengono per il proprio interesse. Infatti il mercenario che non è pastore e al quale le pecore non interessano, quando vede venire il lupo, si allontana perché a lui non interessano le pecore.

La domanda che sembra farci Giovanni attraverso la liturgia di oggi è: tu riconosci di essere pecora? Ovvero, di aver bisogno di essere guidata? Hai consapevolezza che il tuo cuore ha bisogno di quella voce che risveglia i sentimenti e i desideri più profondi del tuo animo? Sei capace nella vita di comprendere che non puoi essere pastore di te stesso e né tanto meno pastore degli altri. Al massimo, confessando di essere pecora e, concentrandoti sulla bellezza del buon pastore, seguendo lui, puoi essere guardiano degli altri, puoi aprire la porta, puoi essere docile alla sua voce, pronto al suo incedere, portato ad aprire ogni strada al pari del Battista, perché gli altri, attraverso il tuo ministero, possano sperimentare l’amicizia del buon pastore.

Il primo insegnamento che ci deriva dalla liturgia di oggi è proprio quello di riconoscere il nostro bisogno di Dio – Egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo – riconoscere che siamo impastati di terra e di cielo, che abbiamo tante possibilità. Tanti doni di natura e di grazia ci sono stati elargiti, ma possiamo mettere a frutto la grazia soltanto nell’amicizia con Cristo, nella relazione con Lui, nell’alleanza vissuta nella pace, nella gioia di avere Dio per padre.

È sempre Francesco che così inizia il suo commento al Padre Nostro: O com’è bello, giocondo e amabile avere in cielo un padre. Padre Nostro che sei nei cieli, negli angeli e nei santi, illuminandoli alla tua conoscenza, perché tu Signore sei luce. Francesco sperimenta che nell’accettazione della propria creaturalità c’è la forza dell’uomo, così come Paolo riconoscendo la propria debolezza sa di sperimentare la forza. Infatti scrivendo ai Corinzi dice che, in un momento di grandi difficoltà, afflitto da un inviato di Satana che lo percuote, con una sorta di spina nella carne, che gli fa sentire tanto dolore e tanta vergogna, egli prega il Signore per tre volte di essere liberato, ma c’è la voce del Signore che lo consola: ti basta la mia grazia, la forza si manifesta nella debolezza. Anche noi siamo invitati dall’Apostolo ad accogliere la nostra creaturalità, a non gettare alle ortiche i nostri limiti, ma a poter dire con Paolo: quando sono debole, è allora che sono forte, perché conteniamo questo tesoro in vasi di creta perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi.

Donaci o Padre la gioia di riconoscerci creature piccole, deboli, limitate, bisognose della tua grazia, della tua misericordia, dell’essere continuamente da te plasmati e riplasmati, da te riempiti dello Spirito della vita nuova che il Risorto effonde sulla sua comunità la sera del giorno di Pasqua per continuare a vivere, a sperare, ad amare, avendo in noi gli stessi sentimenti di Gesù Cristo, il suo pensare, il suo agire.

Riconosci di essere una creatura, riconosci il tuo strutturale bisogno di Dio: è questo il primo passo per un cammino di fede autenticamente umano, per un itinerario che ci spinge a confessare il nostro bisogno di Dio attraverso gli altri e il nostro impegno a collaborare con gli altri per la costruzione del regno di Cristo Signore.

Quando uno inizia ad accogliere, con la forza di Dio, la propria creaturalità, quando riesci ad abbracciare la naturale fragilità, quando il limite non è un problema perché Cristo ci ama così come siamo, quando perfino il peccato diventa il luogo della manifestazione della grazia misericordiosa di Cristo Signore e Salvatore, noi veniamo abilitati dallo Spirito Santo, che abita dentro di noi, a scegliere. Così come ci dice il libro del Deuteronomio: scegli dunque la vita. Io metto dinanzi a te la via della vita e la via della morte.

Dobbiamo scegliere, carissimi fratelli e sorelle, come giocare la nostra creaturalità, come vivere il nostro limite, a chi affidare la nostra vita… se a Gesù Cristo, il Pastore grande delle pecore, oppure ai mercenari di turno, ai lupi che si presentano, ai lestofanti che si fingono pastori, ma ai quali il gregge non interessa. Infatti loro vengono proprio per rubare quello che abbiamo, per uccidere quello che siamo, per distruggere l’opera della grazia in noi. Ma sappiamo bene come l’angelo di tenebra si veste da angelo di luce e tante volte noi, nella nostra vita quotidiana, negli affanni che abbiamo, nelle preoccupazioni che si presentano al nostro cuore inquietandolo e togliendogli la serenità, non riusciamo a ravvisare la presenza di Dio, a riconoscere il suo incedere, ad ascoltare la sua voce e lasciarci plasmare dalla sua parola di vita.

Come si fa, carissimi fratelli e sorelle, a scegliere il bene? Tante volte noi cadiamo in peccato perché prendiamo lucciole per lanterne, ci affidiamo a voci che non sono quelle del buon pastore, la nostra è una fede superficiale, tante volte di facciata, non riusciamo ad andare in profondità. Scegliamo il bene e poi ci accorgiamo che bene non è. Scegliamo il meglio e, con il passare del tempo, quella patina d’oro scompare e fa venire fuori tutta l’inconsistenza del ferro.

La grazia che dobbiamo chiedere al Signore, carissimi fratelli e sorelle, è di affidarci continuamente a Dio in questo processo di discernimento, di ascolto della sua voce, di guida secondo la sua parola e la sua volontà.

Gesù ci dà delle indicazioni per scegliere il bene, per riuscire a deviare dalla strada del male, per far regnare in noi la grazia della sua parola e la potenza della sua vita. Gesù dice che le pecore conoscono la sua voce, lo seguono e non conoscono la voce degli estranei e quindi non li seguono.

Ma come si fa a riconoscere la voce del buon pastore? Come si fa a non affidarsi a quegli estranei che, al pari del serpente nel giardino dell’Eden, si fingono amici ma poi sono i nostri acerrimi avversari? Come si fa a lasciarsi portare nel cammino di sequela attraverso la via della tentazione e della tribolazione per avere in eredità la vita eterna? Quando Dio parla al tuo cuore attraverso la voce del Vangelo che risuona nella chiesa, quando Dio ti parla attraverso le persone che ti stanno accanto, la voce di Dio risponde ai desideri più profondi del tuo cuore. La Parola del Signore riesce a passare attraverso tutti gli strati interiori ed esteriori, i padiglioni dei nostri orecchi e poi quella che è la grettezza della nostra mente. La parola di Dio va dritta al cuore e, anche se trova degli ostacoli, riesce a penetrarli, riesce a sconfiggerli, riesce ad andare in profondità, a meno che noi non ci chiudiamo a riccio quando il Signore ci parla e decidiamo di dire no quando il Signore grida alla nostra sordità per intercettare la volontà più profonda di noi stessi, il desiderio più intimo della gioia, della pace, della serenità e della vita.

La Parola di Dio, entrando dentro di te, smuove il terreno e ti fa scoprire una parte di te stesso, quella più profonda, che tu non hai mai incontrato, una bellezza che non hai mai sperimentato, una grazia racchiusa nelle profondità di te che ti è estranea. Questo significa che le pecore riconoscono la voce, significa in un certo senso che quello che Gesù mi dice, la parola che Egli mi offre, il timbro della Sua voce risponde ai desideri più profondi dell’animo, sveglia il mio sogno di pace, il mio desiderio di fraternità e di comunione, il mio anelito alla bellezza, il mio desiderio di pienezza, la gioia del vivere nel tempo e nell’eternità. Questo fa la voce del buon pastore, quando noi la ascoltiamo! Fa venire fuori di noi, mettendo da parte tutta la polvere, quello che dentro di noi appartiene a Dio, è Sua voce dentro di noi. Ma quella voce è nel carcere del nostro cuore, abituato all’arroganza e alla presunzione.

Quella voce di Dio, quel desiderio profondo che Dio ci ha affidato nel momento in cui ci ha pensato, ci ha creati e ci ha fatti a sua immagine, ha bisogno di essere liberata. Dio libera di te quella parte che tu non conosci, quel desiderio di cui non hai esperienza, quella bellezza che credi non avere.

In tal modo c’è questo riconoscimento tra la voce di Dio fuori di noi e la voce di Dio dentro di noi, tra la grazia che ci raggiunge dal di fuori e quella pienezza di gioia che dentro di noi desideriamo. Per questo, è naturalmente portato il cuore nostro all’incontro con Cristo, Signore e Salvatore. Per questo, Gesù ci offre quella pienezza di vita e di umanità che solo Lui può donarci ed offrirci nella forza, nell’abbondanza dello Spirito Santo che è il Signore e dà la vita.

Dopo questo primo momento fatto certamente di sgomento e di difficoltà, la voce di Dio ti parla e sveglia dentro di te il desiderio di bellezza, di grazia, di amore, di leggerezza. Fa venir fuori dentro di te, nelle profondità del tuo essere, l’anelito alla gioia, il tuo poter dire con Cristo Abbà Padre, abbracciando le persone che ti stanno accanto come fratelli, riconoscendoli amici, compagni in quella umanità che, purificata nel costato del Salvatore, giunge alla pienezza di grazia con il dono dello Spirito Santo.

Questo è il primo stadio, ma poi c’è l’altro. Il nostro orgoglio non vuol riconoscere in Cristo la pienezza di grazia e di gioia. La nostra superbia ci porta a dire: io basto a me stesso, non ho bisogno del Signore e del Pastore, non ho bisogno della sua acqua e della sua misericordia, non ho bisogno della sua grazia e del suo amore, io non ho bisogno degli altri, anzi, io posso comandare sugli altri.

Se ti prostrerai, tutti i regni della terra saranno tuoi: è una delle voci che il demonio rivolge a Gesù nel deserto, tempestivamente allontanato con quella Parola di Dio che trasborda dal cuore di Cristo perché egli di quella Parola è la pienezza e di quella potenza di grazia che abbiamo nella Scrittura, è il riferimento continuo. Sì, siamo chiamati ad accogliere quella Parola e a dire: Parla Signore perché tu solo hai parole di vita eterna, così da poter confessare con Pietro Signore ma da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.

Quando il buon Pastore ti parla, tu sei abilitato dalla grazia della sua Parola a iniziare quel combattimento spirituale, ma non contro i nemici visibili, quanto invece contro quelli invisibili dentro e fuori di te, a combattere il demonio che ti tenta, ma anche l’orgoglio e l’egoismo che ti fa credere di non aver bisogno di Dio. È la battaglia più terribile, carissimi fratelli e sorelle, quella che noi non vogliamo fare, non vogliamo iniziare, e così viviamo l’equilibrio tra quello che piace a noi, al nostro orgoglio, e quello che piace invece a Dio. E non riusciamo a scegliere, non riusciamo a metterci dalla parte del buon Pastore.

Oggi siamo invitati a fare spazio a questa voce, a farla scendere in noi, e Gesù ci sta dicendo: non riesci a seguirmi? Non temere, lasciati abitare dalla mia voce. Riesci a fare qualche passo? Io ti soccorro, io ti vengo incontro. Ti trovi tra le spine per le tue situazioni, le tue disobbedienze, le tue ribellioni? Io ti vengo incontro e ti prendo dalle spine e ti libero e ti metto sulle tue spalle per ricondurti all’ovile sicuro del cuore del Padre.

Dio ha tanta pazienza con noi, non ci chiede di fare delle scelte profonde, delle scelte autentiche, se non quando, consumati dalla sua grazia, abbiamo la forza. Sulle prime del nostro cammino non riusciamo a fare delle scelte importanti ed impegnative, ma gradualmente condotti e consumati dall’amore di Dio, con il passare del tempo diventiamo adulti e maturi. Un discepolo ben preparato, dice Gesù, diventa come il suo maestro. E questo è quello che Gesù ti chiede: di fargli spazio, non di sceglierlo immediatamente, ma almeno di riconoscere nella tua vita la voce di coloro che vengono per uccidere, per distruggere, non per donarti la gioia, ma per darti invece la morte.

Carissimi fratelli e sorelle, il passaggio successivo è quello di scegliere Gesù Cresto e combattere contro il demonio. Lui ci tenta, lui ci avvicina, lui ci accarezza, lui si fa nostro compagno, si fa nostro alleato, ci fa vedere bene dove c’è il male, luce dove ci sono tenebre, bontà dove c’è solo cattiveria, dentro di noi e fuori di noi. Questa è la confusione che egli semina. Ma tu puoi, con la grazia dello Spirito Santo, non seguirlo. Tu puoi, con l’aiuto del buon pastore, non assecondarlo. Tu, portato dalla sua voce, puoi diventare una creatura nuova.

Carissimi fratelli e sorelle, domandiamo al Signore la grazia, in questa Domenica del buon pastore, di ascoltare la sua voce e di essere da Lui condotti alle sorgenti delle acque della vita.

Chiediamo che Lui ci possa sedurre con la sua voce, conquistare con il suo timbro, condurre con la sua affabilità, riconquistarci dopo le cadute inevitabili della nostra vita che ci fanno riconoscere la nostra creaturalità, ma confessare anche la sua misericordia.

E soprattutto lasciamo che il pastore faccia un gesto – è nelle prime battute della pagina odierna del Vangelo, è un gesto molto bello – Egli chiama le sue pecore, le chiama per nome. E nessuno ci chiama per nome come Lui. Per questo Maria Maddalena, quando si sente chiamata per nome, immediatamente dice: Rabbunì, mio Signore.

E quando ci sentiamo chiamati per nome, Gesù fa una cosa, ci conduce fuori. Che cos’è questo fuori? Fuori dalla grettezza della nostra mentalità, fuori dalle nostre paure. Gesù ci rende liberi. Abbiamo bisogno di questa libertà. Liberi di amare, liberi dell’egoismo, liberi dal nostro modo di fare, liberi dall’orgoglio di avere sempre ragione, liberi dalla presunzione di dettare agli altri le regole da seguire nella vita.

Dio vuol liberarti, vuol portarti fuori, vuol donarti la gioia, vuol effondere in pienezza sopra di te la vita. Che Maria, la Divina Pastora, la Madre del buon Pastore, ci porti per mano al cuore di Cristo. E ci dia la grazia sempre, come dice Francesco, di tenere fisso lo sguardo su di Lui, il Pastore grande delle pecore, Lui che effonde in noi quella potenza di Spirito Santo che è forza per seguire, per passare anche attraverso la tribolazione, l’ignominia, ma per sperimentare la gioia della comunione con Lui e la gioia della fraternità tra di noi. Amen.