Gesù parla agli apostoli

Un bicchiere d’acqua è misura della vita nuova

28 giugno 2026
XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)


Mt 10,37-42
+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Parola del Signore.

Omelia R.P. Vincenzo Ippolito
Santuario Maria SS. Incoronata – Montoro (AV)

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Versione testuale

Il Signore ci concede la sua grazia e la sua pace.

Quando noi ci avviciniamo ai fiori, non tutti i profumi hanno la stessa intensità. Alcuni sono più delicati, altri più forti ed intensi. Non soltanto variano per le tinte che hanno ricevuto dal Signore, lui che ha elargito i colori a tutta la creazione, ma anche nel profumo manifestano la stessa varietà.

Così capita per la Parola della Scrittura. Le pagine del Vangelo sono diverse. Ci conducono tutte come una freccia al cuore di Dio che è nostro Padre. Gradualmente ci conducono ad arrivare in Cristo, Lui che è la scala per raggiungere l’abbraccio misericordioso di Dio che ha cura di ogni creatura. Ma non tutte le pagine sono uguali. Hanno intensità diverse, colori differenti, profumi più o meno intensi.

La pagina evangelica di oggi ha un profumo intenso, caldo, profondo, al punto tale che ne veniamo quasi stonati per la radicalità che chiede, per l’integrità che pretende, per la totalità che propone. Infatti ci sono alcune pagine della Sacra Scrittura e dei Vangeli che proprio perché hanno un profumo intenso di amore, di misericordia, di dono, di offerta, noi ne veniamo quasi stonati, impauriti. Così come capita con quei fiori dai quali noi ci allontaniamo perché l’intenso profumo quasi ci stona e soltanto a distanza possiamo gustarne la fragranza e contemplarne la bellezza.

La pagina evangelica di oggi è tratta – è la terza domenica consecutiva che la liturgia attinge da quel capitolo – dal capitolo decimo del Vangelo secondo Matteo e ci offre sempre il discorso missionario che Gesù rivolge ai discepoli. Man mano che l’eloquio del Signore va avanti, la sua Parola diventa più intensa, la richiesta più totale. Gradualmente Gesù sta conducendo i discepoli a quella vita nuova che egli dona a coloro che, immersi nel mistero della sua Pasqua, vogliono diventare delle persone autentiche, dei missionari coraggiosi e gioiosi della potenza della sua Pasqua. Noi dinanzi a questa pagina del Vangelo oggi ci sentiamo tremare, non riusciamo a comprendere parole così forti, verbi che non ci aspetteremmo dalle labbra del Signore.

Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me, chi ama il figlio e la figlia più di me non è degno di me, chi non prende la propria croce e non mi segue non è degno di me. Una parola forte, incisiva, che richiede coraggio, rinnegamento della propria volontà, ma che diventa dura al punto tale che, come capitò con i Giudei dopo aver ascoltato (è Giovanni nel capitolo sesto del suo Vangelo che lo racconta), il discorso sul pane di vita, dicono “questo discorso è duro, chi può comprenderlo ed accoglierlo?” e vanno via. Così anche noi dinanzi a queste pagine andiamo via inorriditi dalla Parola di Gesù Cristo che non comprendiamo, quanto invece non riusciamo a capire che il criterio della croce si applica ad ogni pagina del Vangelo. La croce è sofferenza, è mortificazione, è morte, ma soltanto all’apparenza perché se tu vai dentro il legno, se tu penetri nel cuore del Crocifisso ti rendi conto che il paradosso è soltanto formale, perché la croce è il linguaggio di chi ama, di chi offre, di chi perdona, di chi accoglie in maniera totale e senza condizione. A noi sembra strano perché diciamo: ma Gesù parla sempre di amore e di perdono, ma chiede di amare di meno le persone che ci stanno accanto e alle quali siamo naturalmente portati ai sentimenti naturali, quali quelli familiari. Gesù non ci dice di non amare, ma ci dice di amare nel giusto modo, di amare con il suo cuore, di amare le persone che ci stanno accanto nel vincolo della divina carità che ci fa essere capaci di un amore sempre più grande. Dal momento che le pagine evangeliche non possono andare in collisione e scontrarsi, perché Colui che ci dice “chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me”, è lo stesso che nell’ora del tradimento nel Cenacolo di Gerusalemme confiderà i suoi discepoli “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi, nessuno ha un amore più grande di chi dona la vita per i propri amici”.

Ora se Gesù ci chiede di donare la vita per amore dei fratelli, mutuando da lui la forza e l’incisività dell’amore, cosa significa questo amare di meno che Egli ci propone nella pagina odierna? Dio ci sta dicendo una cosa molto semplice: quando noi guardiamo il sole vediamo che ogni nostra azione è fatta nella luce del sole, sta in alto e illumina ogni realtà creata che trova energia, vita, luce, forza, calore e vigore. La stessa cosa capita con l’amore di Dio: se tu hai un rapporto con Gesù Cristo, l’amore che ricevi da Lui, l’amore che doni a Lui, si riflette sulle persone che ti stanno accanto, ma nel momento in cui le ami, le ami nell’amore di Gesù, così come tutto quello che fai, lo fai sotto la luce del sole.

Amare sotto la luce di Gesù significa amare Dio al di sopra di ogni cosa e lasciare che l’amore suo, comunicato al nostro cuore come potenza di Spirito Santo e forza di novità di vita, possa spingerci verso gli altri, ma non per quel naturale sentimento di affetto, di tenerezza e di familiarità, quanto invece in un vincolo ancora più grande che è lo stesso amore di Cristo riversato nei nostri cuori, capace di spingerci a dare la vita per i nostri fratelli. Quando noi ci amiamo delle nostre famiglie, ci vogliamo sinceramente bene, ma l’amore che nutriamo è un amore sempre contagiato dall’orgoglio e dall’egoismo, dalla rivalsa e dal tornaconto. Forse voi genitori non amate i vostri figli perché loro vi amino di nuovo e possano, obbedendo al bene che voi pensate per loro, fare in tutto quello che voi gli proponete? Ma forse anche i figli non amano talvolta anche per interesse i propri genitori e cercano di piegare la loro volontà e i loro desideri a quello che il cuore giovanile loro richiede e propone? Non possiamo dire che nelle nostre famiglie i sentimenti sono sempre puri. È amore, sì, ma un amore che va purificato. È una tenerezza, sì, ma che va vagliata. È un affetto sincero, ma talvolta prende i colori e le tinte dell’egoismo, della rivalsa, della presunzione, dell’orgoglio. Noi parliamo sempre di amore nei nostri rapporti, ma è amore o è egoismo? È altruismo o è invece rivalsa? È vendetta oppure pretesa? Non possiamo sempre dire di desiderare il bene delle persone che ci sono care, perché quello che noi definiamo bene non è detto che sia bene. E quello che noi consideriamo meglio od ottimo non è detto che l’altro lo veda o lo scelga, o abbia la maturità di comprenderlo, ammesso che quanto noi gli proponiamo sia giusto. Nel momento in cui noi, invece, lasciamo che Cristo sia l’albero motore della navicella della nostra esistenza, quando permettiamo a Cristo di illuminare la nostra vita, il nostro orgoglio viene smascherato, le nostre pretese vengono guardate in faccia e Lui ci dà la possibilità di amarci, sì, ma di amarci con il suo cuore e di iniziare quel cammino di conversione, di rinnegamento della nostra volontà che ci porta a ricercare non il nostro bene, ma il bene secondo Dio, non quello che noi desideriamo e pretendiamo dall’altro, quanto invece ciò che Dio chiede per mettere a frutto tutte quante le capacità che una persona ha. Sono dinamiche importanti anche nelle nostre fraternità, nei nostri gruppi, anche nella mia fraternità. Tante volte io voglio bene a Pacifico, a Padre Vincenzo che stanno con me, ma voglio che loro facciano quello che io penso e voglio e talvolta io pretendo da loro non soltanto quello che loro non vogliono o non possono darmi, ma un bene che non è secondo Dio e che non è giusto che loro mi diano, dal momento che la mia è una pretesa frutto più del mio orgoglio che della ricerca sincera della volontà del Padre. Questo significa che oggi Dio ci sta chiedendo di mettere ordine nei nostri rapporti, di amare Dio al di sopra di ogni cosa e di potenziare l’amore che noi portiamo ai fratelli mettendo da parte il nostro orgoglio e il nostro egoismo e lasciando che l’amore di Cristo ci porti ad essere disposti a dare la vita per i propri fratelli. Questo è ciò che Gesù ci chiede proprio con questa espressione chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me ovvero: non amare le persone che ti sono care con il tuo cuore perché il tuo cuore è sempre portato a ricercare il tornaconto. Ama le persone che ti sono accanto nell’amore del cuore di Gesù e il tuo amore sarà potenziato, il tuo affetto sarà rafforzato, la tua tenerezza sarà purificata perché Cristo ama attraverso il tuo cuore e ciò che donerai agli altri sarà quell’affetto cristallino del cuore di Dio che non ricerca mai il tornaconto, ma che gratuitamente dona perché gratuitamente ama.

Carissimi fratelli e sorelle questa è la novità di vita che siamo chiamati a vivere. Per questo Paolo ai Romani dice che i credenti sono chiamati a camminare in una vita nuova. Ma come si fa ad amarci con il cuore di Gesù? Per quale motivo noi litighiamo tra di noi? Ma io voglio bene… certo, ma tu mi vuoi bene come dici tu. Questo non significa che io devo essere voluto bene come dico io. Significa volersi bene a misura del cuore smisurato di Cristo, significa donarsi quella tenerezza che è modellata sull’affetto che il Signore nutre per noi. Per questo il passaggio da fare è dall’amare il prossimo come se stessi ad amarsi come il Signore ci ama. E come ci ama Gesù? Fino al dono della vita. Ma questo lo si impara piano piano. Si cammina in questa vita nuova talvolta si cade, ci si fa male ma dobbiamo tendere verso l’ideale della perfetta carità che Cristo Signore dona a tutti quanti i suoi figli. Ma c’è un passaggio, che poi è il segreto dell’amore vero che Paolo dona ai Romani, segreto che viene donato dalla liturgia odierna anche a noi.

Paolo dice che noi siamo stati battezzati nel mistero della Pasqua di Gesù, nella sua morte siamo stati sepolti insieme con Lui, per risuscitare insieme con Lui. Ora in questo brano, come in altri brani, Paolo ci tiene a sottolineare la nostra unione con Cristo: sepolti con Cristo, risorti con Cristo con una morte simile alla sua, così da partecipare alla sua risurrezione. Noi camminiamo in una vita nuova, noi rineghiamo la nostra volontà, noi scegliamo il bene secondo Dio quando siamo uniti a Gesù Cristo.

Il segreto della vita cristiana, carissimi, è questo: essere uniti a Gesù e noi lo siamo fin dal giorno del nostro battesimo quando lo Spirito Santo dà a ciascuno di noi l’opportunità di gridare Abba Padre. Però poi ci perdiamo, poi ci laceriamo nelle nostre giornate, ci annacquiamo nelle nostre occupazioni e così questa consapevolezza della figliolanza divina si perde, questa consapevolezza non è più così forte e ci allentiamo nella vita cristiana. Questo è ciò che dobbiamo sempre notare: quando noi riusciamo ad amarci con il cuore di Cristo è segno che noi non siamo uniti al cuore di Gesù, è semplice! Non è perché manca la nostra volontà. È vero, dobbiamo impegnarci, dobbiamo sforzarci, sì ma non dipende tutto da me, dipende dalla grazia di Dio che mi viene comunicata se io l’accolgo, dall’amore effuso dentro di me se io lo ricevo, dalla tenerezza e misericordia di Dio che riversato in me fa meraviglie di grazia.

Allora la liturgia di oggi è come se chiedesse a ciascuno di noi: ma tu stai camminando in una vita nuova? Stai camminando sulla strada di un amore più grande, non misurato sul tuo egoismo quanto invece sul cuore sacratissimo del Salvatore? Non ci riesci? Ma tu sei legato al cuore di Gesù. Quello che noi dobbiamo fare sempre, quando preghiamo, quando siamo davanti a Dio, quando partecipiamo all’Eucaristia è una trasfusione d’amore. È questo il segreto della vita cristiana: questa trasfusione d’amore. Quando uno ha l’emoglobina bassa, di solito quando è veramente ai limiti, gli si dà del sangue e pian piano si riprende. Penso che è un’esperienza che abbiate fatto anche voi, se non personalmente almeno guardando delle persone che hanno problemi proprio di anemia: dopo che hanno fatto la trasfusione, riprendono colore e riprendono forza. Quando noi siamo deboli perché non riusciamo ad amare e siamo intrattabili perché l’egoismo e l’orgoglio non ci rende così benevoli nei riguardi degli altri, dobbiamo legarci al cuore di Cristo e dobbiamo chiedere questa trasfusione di amore, questa effusione di grazia. Quando perdiamo colore, quando perdiamo forza immediatamente dobbiamo andare da Cristo, dobbiamo accostarci ai sacramenti, dobbiamo parlare con un sacerdote, dobbiamo metterci in ginocchio davanti all’Eucaristia, dobbiamo intensificare la preghiera, dobbiamo chiedere che il cuore di Cristo riversi in noi tutta la potenza di quel sangue, di quell’acqua che ci fa diventare delle creature nuove, che ci fa camminare in una vita nuova, che ci fa essere quei vasi che ribollono, quegli otri nuovi che contengono una grazia non nostra, quanto invece la grazia dello Spirito Santo quel divino vino che viene dal tino del cuore di Cristo e che viene trasfuso in noi nel mistero della sua Pasqua. E allora la liturgia di oggi ci dice: ma perché non vai da Gesù? Perché questa trasfusione d’amore non ti contagia, questa effusione di grazia non ti fa diventare una persona nuova? Talvolta nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nelle nostre fraternità c’è una pesantezza e un grigiore che non viene dalla calura dell’estate, quanto invece da una quotidianità non plasmata continuamente dalla grazia. I nostri rapporti diventano pesanti, non vogliamo sentire nessuno, ci dà fastidio la persona che c’è accanto, anche se mi guarda, anche se dice una parola, anche se mi rivolge un saluto. Siamo insofferenti nei riguardi degli altri perché siamo malati di egoismo, siamo consumati dal tumore dell’orgoglio. Ora l’unica chemioterapia che va sempre a buon fine è stringersi al Signore, diventare con Lui una sola cosa, fondersi nel mistero della sua Pasqua, lasciare che quella sorgente di grazia che sgorga dal suo cuore ci faccia rivivere, ci faccia diventare delle creature nuove.

C’è una cosa che capita nei conventi e riguarda la vita delle piante. Poiché la maggior parte di noi frati non ha il pollice verde, allora le piante stanno in convento e vivono per la grazia dello Spirito Santo. Quando poi, senza correre nei nostri corridoi, ci rendiamo conto che ci stanno pure le piante e non ci stanchiamo nell’andare a prendere l’acqua… allora quando dai dell’acqua alla pianta la pianta pian piano si riprende. Anzi c’è del terriccio, c’è del composto che talvolta quando assorbe l’acqua tu senti, ci sono come delle bollicine perché c’è il refrigerio anche della terra. Ora se capita questo ad una pianta cioè che ha bisogno dell’acqua, forse non deve capitare e non capita questo anche per noi? Noi pretendiamo di essere come le piante dei nostri conventi, di poter vivere senza acqua… è impossibile! Allora vivere senza acqua significa non vivere, significa morire, significa che quelli che ci stanno accanto fanno un esercizio continuo di perdono. Ma perché devo spingere gli altri a farsi santi, quando io posso aiutare gli altri ad amarmi e ad essere io più amabile e più accogliente nei riguardi dei fratelli? Noi pretendiamo sempre che gli altri ci accolgano. Prima di tutto dobbiamo noi accogliere per primi gli altri, ma non possiamo anche aiutare gli altri attraverso un atteggiamento più consono, una affabilità continua, attraverso un equilibrio maggiore smussando il nostro carattere e diventando pian piano delle persone migliori?

Questo fa Gesù quando noi ci uniamo a Lui. Chi si unisce a Cristo forma con Lui una sola cosa. Quando noi siamo innestati sulla vita che è Cristo, fioriamo in grazia e doniamo frutti di misericordia e di vita nuova. È un aspetto importante che la pagina odierna del Vangelo sottolinea. Noi questa trasfusione di grazia, questa vita nuova che è la vita di Gesù dentro di noi non la facciamo in un batter d’occhio, non si realizza subito, si realizza pian piano. Veniamo pian piano consumati dalla grazia e Gesù ci dà questo modello quando dice che chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca uno di questi piccoli perché è mio discepolo non perderà in verità vi dico la sua ricompensa.

Gesù che cosa ci sta dicendo? La vita cristiana si costruisce dalle piccole cose, dallo sguardo con cui io faccio le cose, dal cuore che metto nelle cose che faccio. È una cosa così antipatica quando delle persone fanno delle cose per noi e celo rinfacciano: io poi ho fatto quella cosa per te. È meglio che non la fai proprio! Perché se la devi fare e poi mi devi far sentire il peso che l’hai fatta, me la faccio io se ne ho veramente bisogno. Noi facciamo pezzi di cielo, ma se non ci mettiamo cuore, se non ci mettiamo amore, se non c’è delicatezza, se non c’è tenerezza nei nostri gesti, se la nostra vita è piena di parole, è inutile. Devono parlare le opere. Le opere devono grondare di amore, di tenerezza, di misericordia.

Un bicchiere d’acqua è misura della vita nuova.

C’era il mio maestro di noviziato che diceva: io per vedere se voi state crescendo nell’amore di Dio alla scuola di San Francesco noto come chiudete una porta, come parlate con i vostri confratelli, non quanto tempo state in cappella… le piccole cose! Un bicchiere d’acqua. Ma questo bicchiere d’acqua – noi lo comprendiamo ancora meglio durante questi giorni – è un bicchiere d’acqua fresca. Questo che cosa significa? Con quell’aggettivo fresca c’è l’attenzione all’altro. Non è un bicchiere d’acqua soltanto, ma tu hai bisogno di refrigerio… Questa è l’attenzione, questa è la delicatezza, questa è l’affabilità: piccoli gesti che sono il segno di una vita trapuntata dalla grazia, raggiunta dalla potenza dell’amore.

Carissimi fratelli e sorelle è sempre bello vedere che in queste pagine del Vangelo Gesù manda gli apostoli in missione e le indicazioni che offre servono prima di tutto perché la vita del discepolo missionario sia modellata in tutto su quella del Maestro e queste indicazioni valgono anche per noi perché al pari del profeta Eliseo riusciamo anche noi ad essere segno della benevolenza di Dio con la nostra accoglienza e con la nostra delicatezza. Delicatezza significa non strumentalizzare l’altro, non pretendere che l’altro faccia delle cose per te, ma avere nel cuore quell’amore di Cristo che ti spinge a chiederti: l’altro di che cosa ha bisogno? Cos’è che serve veramente all’altro? In che modo l’altro può crescere? L’altro cresce soltanto in un modo: quando noi sappiamo morire al nostro egoismo proprio come ci insegna Giovanni Battista che guardando Gesù dice Lui deve crescere, io devo diminuire.

Lasciamoci sedurre, carissimi fratelli e sorelle, dal profumo intenso di pagine evangeliche come queste. Cerchiamo di non aver paura dell’intensità che ci viene donata, ma di saperci accostare con gradualità a questa sorgente olezzante di grazia che ci comunica il profumo della vita e della gioia.

Maria è il vaso di ogni virtù. Lei ha vissuto la radicalità e la bellezza dell’amore di Cristo. Profumi anche lei la nostra vita e soprattutto allontani da noi quegli odori di morte che sono presenti nel nostro cuore. Ci aiuti a guardare le valli delle tenebre, i sepolcri dove la morte fa puzzare la nostra esistenza e ci dia speranza perché attraverso un cammino di conversione e di vita nuova noi possiamo realmente ricevere la potenza di quell’amore che fa nuove in noi e tra noi tutte quante le cose. Amen.