XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Mt 11,25-30
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Parola del Signore.
Omelia R.P. Vincenzo Ippolito
Santuario Maria SS. Incoronata – Montoro (AV)
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Il Signore conceda a tutti quanti noi la sua grazia e la sua pace.
Ci troviamo alle ultime battute del capitolo undicesimo del Vangelo secondo Matteo. Il Signore Gesù Cristo, dopo aver dato indicazioni ai suoi discepoli sulla missione per continuare la sua opera di evangelizzazione, dona, a coloro che lo stanno seguendo, i segreti del Regno, la logica del Padre, diametralmente opposta a quella del mondo. Lo sappiamo bene. La logica di Dio è quella dell’amore, che sbaraglia il mistero delle tenebre. La logica dell’uomo, invece, è quella delle tenebre che si rivestono di luce. Paolo lo insegna alla primitiva comunità di Corinto. C’è una sapienza secondo Dio e una sapienza secondo gli uomini. E dinanzi a queste strade noi siamo chiamati ad imboccare la via della vita, che è quella del Signore. I segreti del Regno, rivelati ai piccoli, vengono proposti a tutti quanti noi, perché interiorizzando nell’umiltà del cuore la grazia della salvezza, portiamo frutti di vita nuova.
Gesù ha visto che due città, quelle di Corazim e di Betsaida, lì dove ha profuso le energie della sua evangelizzazione, non si aprono all’annuncio della salvezza e non lo accolgono, Salvatore e Redentore del mondo. È un momento di difficoltà, un tempo di fallimento, per lui come anche per i suoi stessi discepoli. Possiamo facilmente comprendere il loro sgomento dinanzi al Maestro che incanta le folle, eppure alcuni non lo accolgono, non lo capiscono, non vogliono comprenderlo.
Non è un momento sporadico, visto che i tre anni di vita pubblica del Salvatore saranno continuamente scanditi da questi tempi di incomprensione, di rifiuto, palese oppure nascosto, tempi nei quali gli avversari di Gesù si faranno innanzi per metterlo alla prova. Ricordiamo uno tra tutti, quello descritto dall’evangelista Giovanni nel capitolo VI del suo Vangelo, quando dinanzi al discorso del pane di vita i giudei iniziano a mormorare questo discorso è duro e tanti vanno via.
Il contesto di questo inno di giubilo, che la liturgia oggi ci dona, ci fa comprendere che il fallimento, la difficoltà, l’incomprensione non fiaccano il cuore di Cristo. E diventa un modello questo suo atteggiamento anche per noi che facilmente ci scoraggiamo davanti alle difficoltà della vita, cadiamo dinanzi ai problemi che si affacciano nella nostra esistenza, ci lamentiamo continuamente quando veniamo affranti da situazioni o scelte sbagliate delle persone che a noi sono particolarmente care. Gesù no! Non si scoraggia, non si deprime, non si lascia vincere dall’angoscia. Sembra che Egli accolga il monito del salmista: spera in Dio, ancora potrò darlo, lui salvezza del mio volto e mio Dio.
Lì dove il cuore nostro viene meno, lì dove l’animo nostro vive lo scoraggiamento e la depressione, lì dove la mente è confusa, il cuore è in pena, la persona nostra è in tumulto, lì dove i pensieri sono in battaglia, lì, proprio lì, il Signore Gesù Cristo sperimenta l’abbandono, la confidenza nel Padre e nella forza del suo amore, che non verrà mai meno. È sempre il medesimo salmista che ci viene in aiuto: Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme. Se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia. Se tu che ti scoraggi, ma non Cristo che vive situazioni pari alle tue. Sei tu che getti la spugna e decidi un giorno oppure un altro di non seguire più Gesù Cristo, e così il cammino della tua sequela non vive la costanza della fedeltà e il continuo abbandono al volere del Padre. Cristo no, Egli rimane fedele al mistero del Padre e del suo amore. Egli accoglie benevolmente, pur tra le contraddizioni della sua storia, quello che il Signore scrive nei giorni bui della sua esistenza terrena. Siamo noi che veniamo meno, siamo noi che lasciamo il Signore, siamo noi che al pari di Giuda lo tradiamo, al pari di Pietro lo rinneghiamo, siamo noi che dinanzi alla sua parola dura, quando parla di croce, di rinnegamento, di mortificazione, ovvero quando ci indica quel linguaggio dell’amore che è più grande di ogni cosa, noi scappiamo, fuggiamo, inorriditi nel nostro orgoglio che non vuole lasciar prevalere la potenza della grazia e rinnegarsi per far posto a quella identità nuova che noi riceviamo, immersi nella pasqua del Signore nostro Gesù Cristo.
Invece Lui cosa fa? Apre le sue labbra alla lode, all’abbandono, alla fiducia: ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra. Gesù non fa come noi, non mormora, non si lamenta, non parla continuamente rimuginando quelle che sono le situazioni di fallimento della propria vita. Gesù non si può perdere in chiacchiere… l’amore di Dio è più grande di ogni cosa, la potenza della sua tenerezza sempre lo previene, lo accompagna. Gesù è profondamente consapevole di dipendere dall’amore del Padre, di essere legato al suo cuore, di ricevere da Lui la forza per combattere ogni avversità. Invece noi, nei momenti di difficoltà, non soltanto ci scoraggiamo, non soltanto avvertiamo Dio lontano, ma abbandoniamo la presa, lasciamo il Signore e così ci facciamo, al pari dei discepoli di Emmaus, una via alternativa nel nostro cammino di sequela. Non riusciamo a comprendere che Dio ci è accanto, anche nella croce, anche nella difficoltà e il male che noi subiamo, lo subisce anche Dio, perché la cattiveria che regna nel mondo non è la conseguenza della scelta del Padre, che vuole la salvezza e la gioia di tutti i suoi figli, quanto invece delle scelte sbagliate di noi uomini, che veniamo lasciati nel mistero della nostra libertà a poter fruire del bene quando lo vogliamo, ma a soccombere nei riguardi del male che noi stessi scegliamo.
Gesù loda. Gesù cerca, in quel momento di difficoltà, di chiedersi «Dov’è il Padre? Cosa mi sta dicendo? Qual è la logica sottesa in questo momento di fallimento? Cosa mi sta mostrando? Cosa mi vuol far capire?». Tutti passaggi che noi non facciamo, perché siamo oppressi dall’angoscia e dalla disperazione, dall’ansia della lamentela e dal fiele di quel continuo rimuginare le nostre situazioni che ci porta poi a morire alla gioia, alla speranza, alla fiducia e all’abbandono.
Gesù dice «Ti lodo, ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra». Lo chiama Padre, un Padre che non abbandona il suo Figlio, un Padre che non dimentica Colui che ha generato dall’eternità, quel Padre che non lascia nel potere della morte quel Figlio che, incarnato e in tutto obbediente al suo volere. Gesù sa che Dio è Padre e nulla e nessuno potrà destabilizzare questa relazione, far venire meno questo rapporto. Pregare prima di tutto significa riconoscersi figli di questo Padre che pensa continuamente a noi, che conta i capelli del nostro capo, che si prende a cuore le nostre situazioni, ma che ci lascia liberi di scegliere il bene e talvolta di ravvisare male il bene che egli ci chiede.
Gesù lo riconosce Padre, lo riconosce Signore della sua vita, Signore dell’universo, Creatore del Cielo e della Terra. Indirettamente sta dicendo «la mia vita è nelle tue mani, i miei desideri sono i tuoi stessi desideri, io voglio compiere la tua volontà, io voglio vivere nella tua signoria, io voglio essere soggetto a quello che è il tuo volere, io mi abbandono a quello che tu disponi nella mia vita, io non voglio essere superiore nell’interpretare malamente quello che tu scrivi nella mia storia». Questo dice Gesù, questo confessa il Dio fatto uomo, questo afferma, determinato e tetragono nelle scelte, quel Figlio di Dio fatto uomo che è il modello della nostra obbedienza e della nostra incondizionata docilità all’opera della grazia santificante, dell’amore del Padre che riversa nel cuore obbediente del Figlio perché lo dispensi nel mistero della sua Pasqua ad ogni uomo e tutti abbiano in lui in abbondanza la vita.
Tu hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelati ai piccoli. Gesù comprende che in quel rifiuto c’è la scelta dell’uomo che nella sua intelligenza, nella sua arroganza, nella durezza del cuore non riesce ad aprirsi alla semplicità, alla bellezza dei misteri del regno. Tu li hai tenuti nascosti, questi misteri. E qual è il mistero che il padre ha tenuto nascosto? Quello del figlio, quella della sua divinità, quello del suo essere salvatore del mondo, redentore di ogni uomo, compagno e amico del viaggio della nostra esistenza, accompagnatore dei passi incerti del nostro viaggio. Non è il Padre che tiene nascosto, è l’uomo che si nasconde dinanzi a Dio. Così come un giorno capitò nel giardino dell’Eden quando Dio, alla brezza della sera, passeggiava nell’Eden e Adamo ed Eva si nascosero perché avvertirono di essere nudi. Non è Dio che non vuole rivelarti i misteri del suo regno, quanto invece sei tu che ti metti fuori dal giardino dell’Eden con la tua disobbedienza e credi di poter dare una spiegazione ai fallimenti della tua vita incolpando Dio e la sua volontà.
Siamo noi, carissimi fratelli e sorelle, che ci mettiamo al di fuori del piano di Dio. Siamo noi che scegliamo deliberatamente di disobbedire alla sua volontà, di non vivere nel suo amore, di non assecondare la sua grazia, di non lasciarci interiormente vilificare dalla potenza del suo amore misericordioso. I dotti e i sapienti sono coloro che non accolgono la rivelazione di Dio, che può essere accolta soltanto dai piccoli, dagli umili, da coloro che non si credono sapienti e, nella loro arroganza, pensano che Dio debba piegarsi al loro volere. Paolo, prima ancora che Matteo potesse scrivere questa pagina evangelica, lo aveva detto alla comunità di Corinto: Mentre i giudei chiedono i segni e i greci cercano la sapienza, noi annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani. Ma per coloro che credono, sia giudei sia greci, Cristo è potenza di Dio, Cristo è la sapienza di Dio.
Soltanto coloro che sono umili riescono ad accogliere la rivelazione di Cristo, perché non vivono nell’arroganza, si lasciano illuminare dalla grazia e sanno non soltanto di avere bisogno di Dio e della sua tenerezza, ma devono essere continuamente sostenuti dalla potenza del suo amore, perché se togli loro il respiro muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati e rinnovi la faccia della terra.
La pagina del vangelo è come se chiedesse a ciascuno di noi: «E tu da che parte sei?». Scegli la via della sapienza e della dottrina secondo gli uomini, autoreferenziale ed arrogante, quella sapienza che, scrive Paolo, ci fa gonfiare di orgoglio, oppure scegli la via della piccolezza e dell’umiltà? Ben ce la mostra il serafico nostro padre Francesco che ai primi frati, i quali gli chiedevano una regola come i grandi ordini, quello di San Benedetto e di Sant’Agostino, alla presenza del cardinale Ugolino, il futuro papa Gregorio, prende la mano del protettore dell’ordine e dice «Fratelli miei carissimi, il Signore mi ha indicato la via della povertà e dell’umiltà».
Oggi è come se la liturgia, per noi che amiamo Francesco, è come se lui ci prendesse per mano e ci dicesse: «Imbocca la via della piccolezza, scegli la strada dell’umiltà, rinnega il tuo desiderio di sapienza secondo gli uomini, di alterigia secondo questo mondo e lascia che la potenza dello spirito ti rinnovi, la forza dell’amore ti vivifichi, la grazia della divina misericordia ti santifichi, perché innestato nel mistero della Pasqua di Gesù Cristo tu possa diventare una creatura nuova». Lasciamo che Francesco prenda la nostra mano tremante e ci guidi a leggere nei fallimenti della nostra vita la logica pasquale di Cristo. Lì dove c’è la morte regna la vita, lì dove c’è la tenebra regna la luce, lì dove c’è lo scoraggiamento vince il sorriso di Dio che è gioia per coloro che si lasciano spingere da una lettura di fede e determinare da Cristo, che è sempre lampada ai nostri passi, che è il Buon Pastore, che ci guida alle sorgenti delle acque della vita, Lui il cui bastone è la nostra forza, il cui vincastro è nostra sicurezza.
Leggere nei fallimenti e nelle situazioni contrarie della nostra vita la rivelazione del piano e del progetto di Dio. Gesù Cristo comprende che in quel fallimento il Padre gli sta dicendo qualcosa, lo sta confermando, gli sta dicendo «tu hai scelto di essere piccolo nel battesimo, di lasciarti determinare dal mio amore, spingere dalla mia tenerezza, arricchire dalla mia arrendevolezza e io mi compiaccio di te, io ti voglio piccolo, tu per primo accogli il mistero del mio amore e lo rinnovi attraverso il tuo dono, tu per primo con il tuo cuore diventi il luogo abitato dalla grazia di quell’amore che poi sul mistero della tua croce tu aprirai a tutti quanti gli uomini».
E Gesù dice: «Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te». Noi traduciamo questa espressione nella preghiera che il Signore ci ha insegnato quando diciamo «sia fatta la tua volontà». Dire sì sempre alla volontà del Signore, Sì, o Padre, sì quando il calice trasborda, quando il dolore ci prende, quando l’angoscia ci consuma. Io non sono solo, il Padre è con me.
Sì, o Padre. Se tu mi metti in questa situazione ci sarà un bene più grande, io non lo comprendo, ma mi fido di te. Io so che tu non mi abbandoni, io credo in te, io spero che la tua mano riuscirà a salvarmi come dalle acque tumultuose salvasti Pietro che, incostante nella fede, stava precipitando, divorato dalle onde del mare.
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te: tu hai un mistero di amore, un progetto di benevolenza, la tua volontà è la compiacenza nostra, è la sorgente della nostra pace, e io dico sì a quella benevolenza, io dico eccomi a quel progetto, io mi lascio portare dalla tua volontà.
Sono queste le parole, carissimi fratelli e sorelle, che devono trapuntare la nostra giornata: Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te nel mistero della tua benevolenza. C’è un senso al nostro dolore, c’è una ragione al nostro soffrire, ma c’è una forza più grande di ogni dolore, di ogni angoscia, di ogni sofferenza, e questa ragione è l’amore del Padre, che non vuole la morte dei suoi figli, non vuole che noi soccombiamo sotto il carico di pesi che non abbiamo scelto e che neppure Lui ci dona, quanto invece vuole che noi attraversiamo il dolore con l’amore, che noi trasfiguriamo la sofferenza con l’offerta, che noi vinciamo l’angoscia con la luce della Pasqua che Cristo dona ad ogni suo figlio. Questo fa Gesù nel mistero della sua croce. Il dolore viene vinto dall’amore, un amore più grande, dinamica pasquale che Francesco vive sulla Verna quando chiede tutto l’amore capace di trasfigurare e di attraversare tutto il dolore.
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te nel mistero della tua benevolenza. Se riuscissimo anche noi, anzi, dobbiamo anche noi, vinti dall’amore, dire sempre di sì a Dio e alla sua grazia. Dio non vuole la tua morte, ma la tua vita. Dio non vuole la tua gioia. Dio non vuole le tue tenebre, ma ti offre quella luce che rischiara l’orizzonte della tua giornata e ti fa essere capace di camminare alacremente sulla strada del Vangelo e di essere sempre sorretto dalla potenza del suo Spirito.
Tre sono le dimensioni che questo brano evangelico sembra mettere in luce, dicendo l’equilibrio che c’è nella vita di Gesù e lo squilibrio che c’è nella nostra vita.
Gesù, nella prima parte di questo brano è rivolto al Padre. Parla con il Padre, lo loda, lo ringrazia, esulta, comprende la dinamica che è sottesa ai suoi fallimenti. Legge come il Padre suo scrive diritto sulle righe storte della storia degli uomini. Poi c’è la seconda parte, quasi come se Gesù parlasse al suo cuore. E nella terza parte si rivolge ai suoi discepoli.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio. Non è più indirizzato al Padre, quanto un parlare all’animo suo, un riflettere su se stesso, sul mistero della divina compiacenza, sulla potenza dell’amore tenero che il Padre concede a Lui. Tutto mi è stato dato dal Padre mio. Riconosce che il Padre non gli ha nascosto nulla, gli ha dato tutto! Così come il Padre ha dato tutto a te, offrendo il suo Figlio. Paolo lo dice splendidamente: Egli che non ha risparmiato il suo Figlio, ma l’ha dato per tutti noi non ci donerà ogni cosa, insieme con lui? Donerà ogni cosa! Il Padre dona tutto al Figlio e il Figlio dona tutto a te perché, nel mistero della rivelazione del suo regno concesso ai semplici, tu possa vivere la bellezza del vangelo, la grazia della comunione, mettere da parte tutto ciò che ti impedisce di seguire l’Agnello dovunque va perché rivestito dell’abito della festa, reso bianco nel sangue dell’Agnello, tu possa godere per sempre della comunione con Dio e con gli uomini.
Tutto mi è stato dato dal Padre mio. Gesù è cosciente dei doni del Padre. Cosa che non capita a noi. Non riusciamo ad essere coscienti dei doni di Dio. Ci lamentiamo sempre del superfluo, chiediamo a Dio cose che abbiamo già e in tal modo non le mettiamo a frutto perché non siamo capaci di vederle e non riflettiamo sul fatto che il Signore ci ha elargito ciò che noi eventualmente gli stiamo chiedendo. Lo Spirito di Cristo è dentro di te, mettilo a frutto! Dio ti ha dato tutto il suo amore, tutta la grazia della sua compiacenza, dei sacramenti, della sua Parola, della vita della Chiesa, ti dona la forza dello Spirito a cui nulla è impossibile. Hai tutte le carte in regola per essere felice! Getta alle ortiche la tua arroganza e la tua presunzione, vestiti dell’umiltà che impari dal cuore di Cristo e metti a frutto i suoi doni, estinguendo quella vena di continuo lamento che si intrufola nel terreno del cuore e rende amara la tua vita e la giornata tua e delle persone che ti stanno accanto.
Loda il Signore per i suoi benefici, ringrazialo per il perdono che ti offre, vivi nella letizia nella consapevolezza che è grande il mistero della sua compiacenza. Lodalo nel momento di gioia, rifugiati nel suo cuore nel momento di dolore, chiedi a Lui la chiave per comprendere la logica della croce che tu non vuoi accettare come Pietro, lasciati illuminare nel mistero della tua morte perché la potenza della vita trasbordi dal tuo cuore abitato oltremisura dal vino nuovo dello Spirito Santo. Tutto è stato dato a me dal Padre mio!
E poi Gesù si rende conto che Lui conosce il Padre e il Padre conosce Lui e nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio. E in questo mistero di amore, nessuno conosce il Figlio se non colui che riceve la rivelazione del Figlio. È qui che Gesù in un certo senso scopre la sua missione, viene confermato nell’opera di evangelizzazione. Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Gesù vuol rivelare a te il Padre. Tu chiedi sempre nella preghiera delle cose che non servono a niente. Gesù vuol rivelare a te la sorgente dei doni, la fonte dell’amore, la grazia della letizia. Gesù non ti dona delle cose, ti dona suo Padre! Non ti dona qualcosa, ti dona la dignità dell’essere figlio di Dio e così tu, come il figliol prodigo che torna alla casa del Padre, vieni rivestito dell’abito nuovo, ricevi i calzari ai piedi, l’anello al dito e per te il Padre che tu puoi dire Padre tuo fa festa ogni qual volto tu bussi alla porta del suo cuore e gli chiedi asilo sicuro nel suo petto.
E colui al quale il figlio vorrà rivelarlo… Ma per accettare la rivelazione di Gesù devi essere umile, devi mettere da parte la tua arroganza, devi rinnegare il tuo orgoglio. Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà. Bello è questo Gesù che riflette sulla bellezza della sua vocazione. La vocazione di Gesù è far conoscere il Padre. Gesù lo vuole, Gesù si strugge, Gesù lo desidera, Gesù è bruciato da questo desiderio perché l’amore di Dio riversato nel suo cuore Gesù non lo riesce a contenere, Gesù lo vuol donare, lo vuole effondere. Ho un battesimo che devo ricevere e sono angosciato finché non l’ho ricevuto. Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso!
Lascia che Gesù Cristo accenda il tuo cuore di misericordia. Lascia che illumini la tua vita di perdono. Lascia che riversi in te la rivelazione del volto del Padre e ti porti ad essere figlio e fratello di ogni creatura.
E la terza parte è un invito a noi: Venite a me voi tutti che siete stanchi di Dio e oppressi ed io vi darò ristoro. Io! Quante volte tu vai cercando ristoro dalle creature! Quante volte tu credi che la consolazione ti può venire dagli uomini! Quante volte riponi la speranza nelle creature, in situazioni economicamente certe, in relazioni che ti fanno stare bene, in gratificazione del tuo orgoglio e della tua arroganza! Qui Gesù parla chiaro: Io vi darò ristoro. Soltanto Gesù dona la pace! Dal momento che l’Apostolo lo dice: egli è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo abbattendo il muro di separazione che era frammezzo.
Venite! Gesù non dice: vieni se sei senza peccato, vieni se sei in grazia di Dio, vieni se sei in pace con tutti, vieni se riesci a perdonare, vieni se sei puro di cuore. No! Gesù vuole che tutti andiamo al suo cuore. Non c’è una perfezione senza Cristo. È andando da Gesù Cristo che il tuo cuore diventa più candido della neve. È andando da Gesù Cristo che i tuoi peccati, se sono rossi come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. È lui che ti ristora! Non puoi attendere di essere puro per andare a Cristo perché non ci andrai mai. Vai da Gesù Cristo oppresso dai tuoi dolori, portato dalla tua angoscia e lascia che Gesù Cristo ti doni il ristoro.
Ma come ce lo dona il ristoro Gesù? Con quella logica che precedentemente ha compreso ancora meglio nel rifiuto delle città di Corazim e di Betsaida. Gesù ti dà ristoro se prendi il suo giogo, se vivi un amore capace di trasfigurare il dolore. Prendete sopra di voi il mio giogo e imparate da me che sono mite ed umile di cuore. Chi impara da Gesù l’umiltà, la purezza, l’arrendevolezza del cuore, comprende che Dio ci chiede l’offerta di noi stessi. Dio ci offre un amore che abita nel nostro cuore e dona forza per portare la nostra croce dietro a Gesù Cristo. In tal modo, Gesù chiede ai discepoli di vivere la stessa dinamica che Lui vive: Lui tutto riceve dal Padre e tutto offre agli uomini. E chiede ai discepoli di ricevere tutto da Lui e di donare ai fratelli quella potenza di misericordia da dispensare ad ogni creatura in totale fiducia.
Il mio giogo è dolce, il mio carico leggero. Andiamo da Gesù Cristo, carissimi fratelli e sorelle, senza paura. Lasciamo che sia Lui a donarci la pace, la gioia. Lasciamo, come faceva il serafico nostro padre Francesco con i suoi frati, che Lui sfogli e risfogli il libro della croce, è quella l’unica strada per trovare salvezza. Il libro della croce, il giogo soave, il peso leggero di Gesù Cristo portato insieme con Lui, con la forza dell’amore ci dona speranza, grazia, pace e misericordia. Noi, ci ricordava l’Apostolo, non siamo sotto il dominio della carne, delle tenebre, ma lo Spirito di Dio abita in noi.
Lasciamo che lo Spirito Santo porti a compimento l’opera da noi iniziata con il battesimo.
Maria preghi per tutti quanti noi. Il suo cuore purissimo, specchio del cuore sacratissimo del Salvatore, sia il nostro rifugio, il nostro conforto nei momenti di difficoltà e di disperazione e apra sempre nella nostra vita orizzonti di pace, di riconciliazione e di perdono.
Maria, ricordati di tutti quanti noi.
E fa’ che il tuo cuore immacolato sia il vestibolo
per immergerci nel fuoco vivo del cuore del tuo Figlio Gesù,
fornace di misericordia, di amore eterno e di perdono infinito. Amen.

