Egli parlò loro di molte cose con parabole

12 luglio 2026
XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)


Mt 13,1-23
+ Dal Vangelo secondo Matteo

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Omelia R.P. Vincenzo Ippolito
Santuario Maria SS. Incoronata – Montoro (AV)

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Versione testuale

Il Signore conceda a tutti quanti noi la sua grazia e la sua pace.

Cosa desidera Dio da ciascuno di noi? Cosa vuol dire che attraverso l’amicizia con Cristo noi diventiamo delle creature nuove? Perché il Signore, nel discorso parabolico che la liturgia ci concede oggi, mette dinanzi a noi la grazia della sua misericordia, la bontà che nutre per ogni creatura? Perché mai Dio è così buono con noi? Cosa si attende da noi? Quali sono i passi che dobbiamo compiere per camminare in una vita nuova?

Quando ci mettiamo davanti alla Scrittura portiamo il mondo dei nostri problemi, i dubbi che albergano nel nostro cuore, le inquietudini dell’animo nostro. Dio vuole da te la tua amicizia. Dio desidera da te che faccia frutto in abbondanza la grazia che, con tanta misericordia, egli ti concede. Attraverso l’immagine del Seminatore, del seme e delle varie possibilità che si presentano nella vita di ciascuno di noi, il Signore chiede di diventare consapevoli del nostro cammino di fede, del mettere a frutto la grazia straordinaria della sua Parola e nel permettere alla grazia dello Spirito Santo di farci diventare nel mondo testimoni del suo amore, così da manifestare, attraverso le opere che lo Spirito opera in noi, com’è bello, com’è gioioso, com’è santo avere in cielo un Padre e com’è altrettanto bello costruire tra noi la comunione dei suoi figli.

Ci troviamo nel capitolo tredicesimo del Vangelo secondo Matteo, lì dove l’Evangelista dona alla sua comunità dei discorsi in parabole, perché i popoli che assiepano la predicazione del Salvatore possano comprendere immagini talvolta più difficili, altre volte più semplici, che stanno a dire la gradualità del cammino di fede. Sembra strano, leggendo la pagina odierna del Vangelo, che Gesù divida i suoi discepoli dagli altri. Perché mai coloro che stanno nella casa insieme con Gesù comprendono il suo discorso, e quanti invece stanno fuori e pur desiderano di comprendere la sua Parola, di accogliere la sua voce, di essere portati dalla potenza del suo Spirito, non riescono a comprendere, a guardare, a penetrare quel progetto di salvezza che Gesù Cristo dona con la sua Parola e mostra con la sua stessa vita? Ci sono livelli diversi del nostro cammino di fede. Ci sono, potremmo anche dire, misure diverse del nostro itinerario. La domanda che sembra farci Gesù oggi è: tu dove ti trovi? Ti trovi fuori dalla casa? Ascolti le parabole ma non le comprendi? Oppure entri nella casa perché il Maestro possa spiegarti la Parola, aprirti la comprensione del mistero di Dio e guidarti ad inabissarti nel suo cuore misericordioso dove la dolcezza del miele, del suo affetto ti fa diventare creatura nuova, nutrendo i tuoi desideri di santità? È nella Chiesa, carissimi fratelli e sorelle, è nella casa di Dio che noi comprendiamo la Parola, ci sediamo alla mensa dell’Eucaristia e riusciamo a compiere quei passi importanti e fondamentali nel nostro cammino di fede e di conversione.

Stare fuori o stare dentro? E questa è l’opzione che Gesù dona a tutti quanti noi. Siamo abituati a criticare la Chiesa, a non amare i nostri pastori, ad essere con giudizi sprezzanti portati sempre a puntare il dito contro gli altri, senza renderci conto che siamo noi la Chiesa, il corpo di Cristo presente nel mondo. Siamo noi pietre vive intagliate dallo Spirito per costruire il tempio santo di Dio. Siamo noi che, discepoli del Signore, dobbiamo apprendere la dottrina del Vangelo e, attraverso una disciplina continua di disponibilità alla grazia dello Spirito, diventare delle creature nuove. Tante volte, invece, noi stiamo con un piede fuori e un piede dentro. Quando il Signore ci chiede di fare dei passi in avanti, noi ci tiriamo fuori. Quando, invece, siamo fuori, desideriamo stare dentro. Mettiti d’accordo una buona volta! Cosa vuoi dalla tua vita? Cosa chiedi alla grazia del tuo Spirito? Non pronunciare un «eccomi» che sa della pesantezza del tuo egoismo, ma fidati di Dio, affidati alla sua grazia e inizia un vero cammino di conversione dove la potenza dello Spirito Santo, innestandoti sulla vite vera che è Cristo, ti porta a fare frutti maturi di opere buone.

Il primo insegnamento che ci viene dalla liturgia di oggi è quello di sentirci parte della Chiesa, accogliere nella Chiesa la dottrina del Vangelo, lasciare che la potenza della carità del cuore di Cristo che circola nelle vene della comunità credente possa portarci a crescere e a diventare delle creature nuove. Noi siamo Chiesa, dobbiamo sentirci Chiesa, dobbiamo avere un senso di appartenenza forte al corpo di Cristo, dobbiamo sempre di più sapere che Lui è il Capo e noi siamo sue membra, e nella comunione noi edifichiamo il corpo di Cristo e siamo nel mondo testimoni del suo Vangelo, costruttore della civiltà dell’amore, della concordia, della fraternità e della pace.

Rendici, Signore, tuo corpo, fa’ che cresciamo nella consapevolezza che, per la grazia del battesimo, noi siamo un cuor solo e un’anima sola, chiamati nella complementarietà delle nostre vocazioni a edificare il tuo regno tra gli uomini e a testimoniare la logica paradossale della tua croce che stoltezza per gli uomini è invece sapienza secondo il cuore del Padre.

Se noi siamo Chiesa, all’interno della comunità credente le parole del Vangelo ci vengono spiegate. La dottrina del Vangelo diventa semplice, tanto da comprendere quanto da vivere, perché nella casa di Dio, che è la Chiesa, noi riceviamo la forza dello Spirito Santo, la grazia della sua compassione per passare dalla parola alla vita, da quella che è la dottrina alla prassi, per comprendere che lo Spirito ci fa passare dal dire al fare, dove noi continuamente sperimentiamo questo oceano sconfinato della nostra impossibilità e della nostra debolezza.

La pagina del Vangelo di oggi ci presenta quello che accade nella predicazione di Cristo quando inizia il suo discorso parlando di se stesso come del seminatore. Ma ci sono, ce ne rendiamo conto bene, carissimi fratelli e sorelle, delle cose che non tornano nel racconto, o per meglio dire che non sembrano rispettare la nostra mentalità, il nostro modo di intendere la vita, di comprendere la natura, di gestire le nostre relazioni, di vivere in questo mondo.

Gesù è il seminatore e, lo abbiamo ascoltato, esce a seminare. Noi sappiamo che il seminatore è Cristo e il seme che Cristo sparge è la Parola che riceve dal Padre. Ma non è soltanto una parola, è una forza, è un progetto, è un desiderio. Dio, quando entra nella tua vita, mette nel tuo cuore il desiderio che il Padre ha su di te, il suo desiderio di gioia, il suo progetto di felicità. Questo è quello che Gesù Cristo è venuto a portare. Giustamente il brano evangelico dice che il seminatore esce, ma da dove esce il seminatore? Il Verbo esce dal seno del Padre. Stava tanto bene, cullato sul petto di Colui che dall’eternità lo aveva generato. Eppure Gesù Cristo lascia il seno del Padre per te, perché seminando nel tuo cuore la volontà di Dio, tu possa ritrovare la via della gioia e tu possa ritornare, nell’ovile sicuro, nel cuore del Padre dove c’è il miele della fraternità e c’è la dolcezza dell’amore di Dio che lenisce le ferite del nostro cuore.

Dio viene, Dio esce. Gesù Cristo è il Figlio di Dio che si fa figlio dell’uomo, che non considerò un tesoro geloso l’essere come Dio, ma spogliò se stesso e assunse la condizione di servo. Egli che era ricco sopra ogni cosa divenne povero per arricchirci con la sua stessa povertà che diventa veicolo della ricchezza sconfinata del suo amore misericordioso. Quello che Gesù ci presenta è la parabola della nostra vita. Gesù esce per raggiungere te. Gesù abbandona il cuore del Padre perché vuole entrare nella tua vita. Cristo nella Chiesa si dona come Parola e come Pane perché nella tua vita tu possa sperimentare la sua presenza vivificante e la sua azione che lì dove giunge fa rifiorire la vita, la gioia, la fraternità e il perdono.

Ora, Gesù è da una parte il seminatore e dall’altra è il seme. Gesù semina se stesso perché è lui il segreto della felicità del Padre. Lui è l’acqua, lui è il pane, lui è la vita, lui è la verità, lui, dice Francesco, è tutta la nostra ricchezza a sufficienza. Noi, a differenza di Gesù, non seminiamo noi stessi, non annunciamo noi stessi, afferma Paolo, ma Cristo Gesù, Signore nostro: quanto a noi siamo i vostri servitori per amore di Gesù. La Chiesa di Cristo non semina se stessa, non è autoreferenziale, quanto invece è come Giovanni il Battista quell’indice puntato verso Gesù Cristo. Noi siamo veramente cristiani se non portiamo noi stessi, se non parliamo sempre di noi, se non ci autoproponiamo, ma se diventiamo testimoni delle meraviglie che Dio opera, come in Maria, nella nostra disponibilità, nel nostro incondizionato affidarci all’opera della sua grazia santificante.

Dobbiamo lasciare che Cristo in noi porti la sua presenza, operi la volontà del Padre. Ma Dio cosa vuole da me? Qual è la volontà di Dio su di me? Guarda verso Gesù: tutto quello che lo Spirito Santo ha scritto nella carne di Gesù è ciò che Dio si attende da te. Per questo, carissimi fratelli e sorelle, dobbiamo chiedere come Francesco la forza dell’amore dello Spirito Santo per essere conformati a Gesù Cristo. Questa è la volontà del Padre che noi diventiamo partecipi della vita di Gesù Cristo e manifestiamo nella nostra esistenza il mistero della partecipazione alla divina volontà che scrive, che si mostra, che è leggibile nella carne di Gesù Cristo e massimamente nel mistero della sua Pasqua.

Gesù questo fa dentro di te, semina, sparge, coltiva, zappa, irriga. Ecco perché tante volte nelle pagine del Vangelo troviamo sempre immagini semplici della vita campestre e agricola delle popolazioni della Palestina. Dio è colui che pianta una vigna. Il Padre è colui che manda i suoi operai a raccogliere la messe matura. Il Padre è il divino agricoltore e Cristo è la vite. Immagini che ci fanno comprendere come la relazione con Cristo e con il Padre nella forza dello Spirito Santo ci porta a far frutto, a essere vivificati dalla grazia dello Spirito Santo per donare agli altri quello che è il frutto maturo della nostra esperienza di Cristo Signore.

Ma la cosa più strana della pagina del Vangelo – penso che questo abbia colpito anche voi – è che il seminatore sembra piuttosto distratto. Nessuno di noi lascia cadere i semi sulla strada. Anzi, è ben attento che il seme possa essere sparso nel terreno buono. Invece questo seminatore sparge la semente che attinge dal cuore del Padre prima sulla strada, poi nel terreno sassoso, poi ancora lì dove ci sono le spine e solo una parte, dice Gesù, cadde sul terreno buono e fece frutto il cento il settanta il trenta per uno. Potremmo allora noi chiedere al Signore così come i servi della parabola: non hai forse seminato del buon seme nel tuo campo? I servi si riferivano alla zizzania che cresceva insieme con il grano, ma noi ci riferiamo a questa logica paradossale. Dio sparge il suo seme dove non ci sono condizioni di vita, dove la terra, il terreno sassoso, le spine non possono permettere al seme di germinare e di portare frutto. Ma perché mai Dio fa così? Forse il seminatore distratto non prende a cuore il seme, forse lo sparge in maniera così sconsiderata, gli piace sprecare la grazia? Sì a Dio piace sprecare la grazia. Perché? Perché l’amore lì dove raggiunge l’uomo, può cambiare l’uomo. Questa è la speranza che il brano del Vangelo semina nel nostro cuore oggi: tu sei la strada non stai permettendo alla grazia di Dio di operare ma Dio ti ama comunque e ti offre delle possibilità anche a te dona la sua parola. Ma io non riuscirò ad accoglierla, non riuscirò a farla fruttificare. Se tu che sei strada, accogli quella parola perfino la tua strada può diventare un terreno irrigato.

Tante volte noi ci troviamo ad essere questo terreno pieno di sassi, simile a colui che ascolta la parola e l’accoglie con gioia ma mancano le radici, è incostante e quando giungono le tribolazioni e le persecuzioni subito veniamo meno. Anche noi siamo come questo terreno: accogliamo la parola con gioia, ci sediamo alla mensa dell’Eucarestia, ci sentiamo forti ma poi man mano che incalzano gli impegni, le tribolazioni, le tentazioni della nostra settimana perdiamo quella Parola che è stata seminata abbondantemente dentro di noi e l’incostanza ci fa precipitare nel baratro. Iniziamo magari dopo con il sacramento della riconciliazione con gli impegni più grandi, sentiamo la forza dentro di noi di fare pezzi di cielo, ma poi ci perdiamo per strada, l’energia viene meno le preoccupazioni incalzano, le tentazioni si presentano, lo scoraggiamento vince, la voce del demonio ci mette all’angolo. Anche dentro di te la parola può fare frutto. Ma come, Signore? Non c’è terreno profondo … come mai la tua parola seminata in me può far frutto? Questa è l’onnipotenza della grazia. Questo fa Dio se noi diciamo a lui: Signore, io ho una vita piena di sassi, ci sono tanti inciampi, continuamente cado nel peccato, non riesco a camminare nella tua santa volontà Il Signore ci accoglie così come siamo ed è lui che ci trasforma, è lui che purifica il campo del cuore. Dobbiamo soltanto dirgli sì, dobbiamo soltanto affidarci all’opera della sua grazia santificante.

Tante volte invece siamo come questo terreno pieno di spine e cosa succede? Succede che la Parola viene accolta, inizia a crescere però avviene che quegli esili arbusti, quelle spighe che verdi si fanno spazio a difficoltà tra le spine, vengono soffocate dalle preoccupazioni per la ricchezza, da quello che avviene. Capita anche a noi. Io la mattina prego, ma poi le attività della giornata mi portano a perdermi, la dissipazione prevale, le distrazioni si presentano e così io perdo quella Parola che è stata seminata nel mio cuore, vengo soffocato, mi manca l’aria, non permetto alla Parola di Dio di germinare dentro di me. Anche allora il Signore dice: io sono onnipotente, il mio braccio non si è raccorciato, la mia potenza si manifesta nella tua debolezza. Fidati di me, affidati a me e io potrò fare nella tua vita cose straordinarie.

Carissimi fratelli e sorelle, non sempre riusciamo ad essere il terreno buono ma Cristo non pretende da noi il terreno buono perché noi da noi stessi non possiamo pretendere nulla e da noi stessi non possiamo operare il bene dal momento che l’Apostolo ci dice la nostra capacità viene da Dio che ci ha reso i ministri non nella carne ma nello spirito perché la lettera uccide lo spirito invece vivifica. Quello che chiede Dio da noi non è di indurirci, di credere che la nostra santità dipenda dalla nostra buona volontà. Siamo deboli con la volontà, possiamo continuamente venir meno ma quanti sperano nel Signore acquistano forza, mettono ali come aquile, camminano senza stancarsi, corrono senza affannarsi ci ricorda il profeta. Ed è questo quello che Dio chiede da te. Dio non guarda al tuo cento, al tuo sessanta, al trenta per uno. Dio guarda il tuo Eccomi, Dio vuole il tuo abbandono. Questa è la logica di Dio e noi non la comprendiamo. Noi vogliamo vedere il nostro cammino di santità, quando ci giriamo e vediamo che la nostra vita è costellata di peccati, di disobbedienze, di cadute, ci angosciamo, ci ripieghiamo su noi stessi, ci lamentiamo iniziamo quella continua fustigazione e quel vittimismo che non ci porta da nessuna parte. Quando invece, girandoci indietro, noi dovremmo vedere che nella valle del nostro peccato è presente l’acqua della divina misericordia, nelle nostre ribellioni c’è l’obbedienza di Cristo che accoglie la Parola del Padre e si mostra a noi giudice misericordioso e lenisce le ferite del nostro cuore versando vino ed olio, come fece con quel malcapitato che da Gerusalemme a Gerico incappò nei briganti. 

Questo è ciò che noi dobbiamo riconoscere: il primato della grazia. Dio alla fine della nostra vita non ci presenterà il conto per quello che non abbiamo fatto, ci chiederà la disponibilità che abbiamo offerto alla sua grazia. Non vedrà se noi siamo stati buoni o se siamo stati cattivi, se abbiamo rafforzato la nostra volontà quanto invece se ci siamo fidati di Lui, se abbiamo messo Lui al di sopra di ogni cosa, se abbiamo imparato a dire non io ma Dio, Gesù Cristo, il suo Vangelo, il suo Spirito. Per questo l’apostolo può dire: per la grazia di Dio sono quello che sono ho lavorato un io soltanto ma la grazia di Dio che è con me

Carissimi fratelli e sorelle, la prima lettura ci dona l’ultima parte del capitolo 55 del profeta Isaia che chiude il libro delle consolazioni iniziato con quel bellissimo canto: Consolate, consolate il mio popolo, parlate al cuore di Gerusalemme e dite che è finita la sua schiavitù. E si conclude con quel meraviglioso invito che il Salvatore per bocca del profeta rivolge a quegli esuli che stanno riprendendo (siamo circa nel V secolo) la via del ritorno verso Gerusalemme: O voi tutti assetati, venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente, comprate e mangiate senza denaro e senza spesa vino e latte.

E poi il profeta incalza: come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato, fatto germogliare la terra, così sarà della parola uscita dalla mia bocca, non ritornerà senza effetto, senza operare ciò che desidero, senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandato. La Parola di Dio ha in sé la capacità e la forza di germinare. Tu credi che tutto dipenda da te… stolto! Tutto dipende da Dio e tutto puoi far tu nella disponibilità incondizionata all’opera della grazia. 

Non io, ma Dio, diceva Carlo Acutis. Non io, la mia volontà, ma la tua grazia vale più della vita e le mie labbra diranno la tua lode.

Quello che noi siamo chiamati a fare, carissimi fratelli e sorelle, è fare spazio alla Parola di Dio, è ruminare la Parola di Dio. Noi purtroppo viviamo la fede da analfabeti della Scrittura, dimenticando quanto dice San Girolamo “l’ignoranza della Sacra Scrittura è ignoranza di Cristo “e così senza avere la Scrittura come punto di riferimento, senza riuscire ad interiorizzare quanto l’autore della lettera agli Ebrei ci dice tenendo fisso lo sguardo su Gesù autore e perfezionatore della fede, noi perdiamo il bandolo della matassa nel nostro cammino di santità. 

Un esempio: ci andiamo a confessare, ma l’esame di coscienza è fatto sui nostri pregiudizi, non sul metro di Dio e quindi tante volte noi sfoghiamo davanti al Signore la non accettazione di noi stessi. Ma questa è una seduta psicologica, non è il sacramento della confessione, dove noi accogliamo la Parola di Dio come metro per vedere il bene e il male, come criterio di giudizio per comprendere dove siamo, quella grazia dello Spirito Santo che ci fa fare dei passi in avanti perché noi ci affidiamo all’opera della sua grazia e diciamo come quel centurione io credo ma tu aiutami nella mia incredulità. Per questo tante volte noi vediamo che mancano i frutti sull’albero di fico della nostra esistenza, ci sono soltanto le foglie. Ma questo non dipende soltanto da te, non dipende dalla tua mancata non volontà quanto dal tuo mancato abbandono. Perché non fai spazio a Dio? Ma io non riesco a pregare, ma io non riesco a fare il bene, ma io vedo soltanto odio e rancore nel mio cuore… Guarda verso Gesù accogli la Sua parola, tappati la bocca e fai parlare Lui nella tua vita, taci una buona volta e lascia che sia Lui a parlare perché dalle sue labbra viene fuori la dottrina della giustizia e dal suo cuore fuoriesce quell’acqua zampillante di misericordia che ti guarisce. Io li guarirò di vero cuore, dice Gesù rivolto a ciascuno di noi. 

E allora da questa domenica noi che cosa impariamo? A fare frutto? No, quello viene dopo! A fidarci di Dio, a fidarci a Lui, a stare con Gesù per accogliere la Sua volontà, non per sfogare il nostro rancore, quanto per ascoltarlo. La nostra preghiera non produce frutti di santità perché manca di ascolto. Le nostre preghiere, carissimi fratelli e sorelle, sono come la recita del Padre nostro durante la messa, fatta di corsa, senza la consapevolezza di ciò che diciamo e senza la disponibilità a lasciare che quella Parola illumini e determini le scelte della nostra esistenza. 

Vuoi pregare? Fermati in silenzio, invoca lo Spirito e leggi la pagina del Vangelo della domenica, prendi un versetto e fa’ che la lampada ai tuoi passi scenda come manna nel tuo cuore per nutrirlo durante il cammino. Prendi una Parola e lascia che sia quel favo di miele che, dolcissimo, ti conduce nel cammino della volontà del Padre. Così si inizia carissimi fratelli e sorelle un cammino di fede: dall’ascolto alla sua parola e dall’interiorizzazione della sua grazia. 

Chiediamo, carissimi fratelli e sorelle, che il Buon Dio ci converta il cuore, ci spinga ad accogliere la forza della misericordia e a mettere a frutto la grazia della sua bontà che sempre ci concede. Egli che è il medico pietoso venuto non per i sani, ma per i malati, vuol guarire te, a te vuole dare la ricetta per la guarigione e per la gioia, a te vuol donare quella dinamicità della Parola della Scrittura che può diventare il segreto della tua felicità e l’origine del tuo far frutto. 

Ci fidiamo di Maria, ci affidiamo al suo cuore tutto puro. 

Nel tuo cuore o Maria mettiamo la nostra vita. 
Tu hai accolto nel tuo ventre il seminatore e il seme 
e hai lasciato che dentro di te fruttificasse per la gioia del Regno. 
Donaci il silenzio del tuo ascolto, l’umiltà della tua pazienza, 
la capacità di attendere i tempi di Dio e la collaborazione fattiva con lo Spirito Santo 
per lasciare che Cristo ci spinga sempre in avanti ad essere testimoni dell’amore del Padre, 
costruttori per gli uomini della civiltà della fraternità e della pace. 
Portaci con te in cielo 
e un giorno fa’ che, presentando al trono dell’Altissimo il frutto della nostra messe, 
non così abbondante come possiamo credere e sperare, 
per la tua preghiera, noi veniamo accolti alla mensa del Padre dove sarà gioia per sempre. Amen.