miracolo dei pani e dei pesci

Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!

02 agosto 2026
XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)


Mt 14,13-21
+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Omelia R.P. Vincenzo Ippolito
Santuario Maria SS. Incoronata – Montoro (AV)

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Versione testuale

Il Signore conceda a tutti quanti noi la pienezza della sua grazia e la dolcezza della sua pace. Non è così semplice, come sembra, commentare un brano del Vangelo. Non soltanto non è semplice essere brevi – io in questo non sono molto bravo – ma soprattutto non è semplice trovare una chiave di lettura, perché il brano della Scrittura può essere letto in tanti modi.

Vi faccio un esempio. Il raccordo odierno della moltiplicazione dei pani e dei pesci lo possiamo leggere iniziando da Gesù, focalizzando la nostra attenzione su di Lui. Ha sentito del martirio di Giovanni il Battista, si è riconosciuto nella sua vita. Chi fa la volontà di Dio, mette la propria esistenza a disposizione del Regno e offre la sua vita in riscatto per molti. E continua, imperterrito, ad andare avanti nell’annuncio del Regno, anche se ha bisogno di un momento di deserto, di rifocillarsi alla sorgente del cuore del Padre, a trovare energie sempre nuove per non farsi vincere dallo scoraggiamento. Continuando a indugiare su Gesù, possiamo vedere la compassione del suo cuore, la disponibilità del suo animo, la potenza delle sue mani, la benedizione sua che moltiplica la pochezza dei discepoli in abbondanza per circa 5000 uomini.

Questa è una chiave, ce n’è un’altra. Vedere le folle, la loro ansia, il loro desiderio. Abbiamo ascoltato che Isaia, a un popolo che si trovava in esilio, dice: “O voi tutti assetati venite all’acqua”.

Non vi preoccupate, non dovete comprare nulla, a tutti viene dato gratuitamente ciò di cui avete bisogno. Le folle sono prese da questo desiderio, hanno bisogno di Dio, hanno bisogno di Gesù, hanno bisogno di salvezza. Rompono anche il silenzio del Maestro che si è ritirato in disparte. Lo raggiungono, assiepano la sua predicazione, gli stanno davanti, non si staccano da Lui. Vengono compresi nei loro bisogni, risollevati nelle loro necessità, ristorati nel cuore, illuminati nella mente, sostenuti nel cammino della loro vita, nutriti nel corpo e più ancora nutriti nel cuore da quella Parola di Gesù, da quella presenza che ristora, che pacifica e che risana le ferite dell’anima.

Ma c’è un’altra lettura, un’altra chiave, è quella che propongo a me e a voi oggi. Ce ne sarebbero tante altre, ma ci fermiamo sui discepoli. Tante volte noi vediamo che sono presenti sempre, seguono Gesù dopo che Egli li ha chiamati, perché soprattutto i primi, le due coppie di fratelli, Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, possano diventare alla sua sequela pescatori di uomini. Ma la cosa più strana di queste o anche di altre pagine del Vangelo è che più si sta con Gesù e più non si capisce niente. Coloro che invece incontrano Gesù una volta, pensiamo per un attimo soltanto all’Emorroissa, al capo della sinagoga Giairo, a cui il Signore risuscita la figlia dodicenne, o anche i peccatori, coloro che vengono risanati, gli storpi, il figlio della vedova di Naim, Zaccheo… tutti incontrano Gesù una volta e la loro vita viene trasformata, come se la potenza di Gesù Cristo non soltanto li raggiungesse, ma li trasformasse in un attimo, profondamente.

Invece i discepoli sono duri. Pietro vuol fare sempre quello che vuole lui. A Gesù che annuncia alla croce dice: ma dove vai? Abbandona questa idea. Lo redarguisce, cerca di correggerlo e Gesù lo riprende con determinazione: torna a fare il discepolo, tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini. Pensiamo a Giacomo e Giovanni: vogliono sedere alla destra e alla sinistra. Voi non sapete quello che chiedete. O sempre ai figli di Zebedeo che, quando il Maestro non viene accolto dai Samaritani, vanno da Gesù e gli dicono: non ti vogliono bene, ti accolgono, ma tu sei il Signore, manda del fuoco dal cielo.

Più stanno vicino a Gesù e più non capiscono nulla. E se questo, per noi che leggiamo, è motivo di tristezza e di angoscia, dall’altra parte ci identifichiamo con i discepoli, perché anche noi, stando con Gesù, sembra che non capiamo niente. Andiamo avanti, cerchiamo di sforzarci, di ascoltare la Parola, di sederci all’Eucaristia, di dedicare del tempo a una consapevolezza maggiore, a stare con Cristo nel deserto, nella solitudine, perché il cuore si riempia della potenza del suo amore misericordioso. Anche noi siamo come i discepoli: ascoltiamo ma non capiamo, guardiamo ma non comprendiamo. Questo ci porta, carissimi fratelli e sorelle, a comprendere la pazienza che Gesù ha con i discepoli, che ha con loro e ha con tutti quanti noi.

Nel brano del Vangelo di oggi questo è molto chiaro. C’è la folla, sta seguendo Gesù da una giornata, sono ristorati nel cuore, vengono guariti: sentì compassione per loro e guari i loro malati. E i discepoli si rendono conto che ormai è sera, magari sono stanchi anche loro di vedere questa gente, questa folla che cerca Gesù, che desidera toccare anche il lembo del suo mantello per trovare guarigione e salvezza, per fare esperienza della potenza di Dio nella propria vita. E i discepoli vanno da Gesù e gli dicono: il luogo è deserto, è ormai tardi. Che il ragionamento perfetto! Noi siamo sempre bravi a presentare al Signore dei ragionamenti perfetti: il luogo è deserto, è tardi, congeda la folla perché vadano nei villaggi vicini a procurarsi da mangiare. Se lo vogliamo tradurre in maniera diversa: ma che ce ne importa a noi delle persone? Pensiamo a noi. Il peccato della folla è quello, secondo i discepoli, di cercare Gesù. E invece gli apostoli dicono: ma andiamoli via, ci danno fastidio. Un po’ come successe anche con i bambini che vanno da Gesù. Possiamo immaginare la scena, quasi gli saltano addosso. I discepoli li vogliono allontanare e Gesù dice: non li allontanate, lasciate che i fanciulli vengano a me.

I discepoli, che sono chiamati da Dio ad avvicinare gli altri, cosa fanno? Li allontanano. La stessa cosa capiterà con Pietro. Gesù lo chiama a attirare i fratelli, a coinvolgere i fratelli, ad ammaestrare i fratelli. Eppure lui è di scandalo. Nel capitolo ventunesimo del Vangelo secondo Giovanni dice agli altri discepoli, dopo che ha visto Gesù risorto, ha ricevuto il dono dello Spirito Santo: io me ne torno a pescare. Diventa motivo di scandalo. Chiamato da Gesù ad avvicinare gli altri, allontana gli altri da Gesù, proprio come avviene qui. Ma congedali, mandali via. Si procurino da se stessi ciò di cui hanno bisogno.

È un grave peccato, carissimi fratelli e sorelle, l’indifferenza, l’egoismo, il pensare a sé, credere che ci si può salvare da soli, credere che i propri problemi sono i problemi del mondo, considerarsi il centro dell’universo. Talvolta è un grave peccato nella vita spirituale credere di poter stare con Gesù da soli, pensare che la salvezza di Cristo è solo per me, che la comunione solo io me la faccio bene, che solo io mi accosto ai sacramenti nella maniera giusta, che solo io riesco a mettere a frutto l’amore di Dio. Questo fanno i discepoli. E Gesù, che ha pazienza con tutti quanti noi, mette i discepoli davanti alla responsabilità dell’essere apostoli, del seguirlo. Cioè rende i discepoli partecipi della compassione del suo cuore. Gesù questo vive, vive la misericordia. Il cuore di Cristo brucia, brucia di misericordia, di amore. Qualsiasi cosa Gesù vede, gli si imprime profondamente nel cuore.

Come capita con quella vedova che sta portando al cimitero il figlio. Gesù la vede piangere e quel pianto gli si imprime così profondamente nel cuore che resuscita il figlio. Tocca la bara e il fanciullo si rialza. Così come, vedendo la tomba di Lazzaro, si mette a piangere perché lo amava come un amico caro e lo richiama dalla morte restituendolo alla vita.

I discepoli sono indifferenti, allontanano, scacciano dal cuore. Gesù invece tutto imprime nel cuore. Così come nel cuore di Cristo si imprime la tua vita, i tuoi pensieri, le tue difficoltà, le tue ansie, le tue preoccupazioni. Tutto Cristo raccoglie nel suo cuore e continua ad usarti quella misericordia che è potenza di vita nuova anche quando tu non hai la consapevolezza, anche quando preghi e non riesci a mettere a frutto la grazia, quando chiedi e a te sembra che Dio non ti ami quando invece Dio dall’eternità ti sta amando e sta desiderando l’incontro trasformante con la potenza della sua misericordia che sgorga dal suo cuore.

Gesù rivolto ai discepoli invece dice: non occorre che vadano, voi stessi date loro da mangiare. I discepoli si guardano e pensano: ma questo che sta dicendo? Noi gli abbiamo detto quello che sta succedendo noi abbiamo osservato nel modo giusto la realtà il luogo è deserto ormai è tardi, ergo, di conseguenza bisogna congedare la folla. Le nostre preghiere sono dei ragionamenti esatti, ma perdiamo come punto di riferimento l’onnipotenza dell’amore, la grazia della misericordia. I nostri ragionamenti sono pensieri senza cuore, sono ragionamenti senza misericordia, sono programmi senza affetto, sono organigrammi senza tenerezza e misericordia.

Ma come? Il mio ragionamento è esatto, il Signore mi deve ascoltare, mi deve esaudire. Ma come ti puoi esaudire se non c’è perdono nelle tue parole? Se le tue frasi non grondano di tenerezza, se tutte le lettere che formano le tue frasi non sono messe insieme dal cemento della misericordia?

Gesù vuole che i discepoli si convertano. A che cosa? Al suo cuore. Questo fa Gesù con le sue parole: toglie il cuore di pietra dei discepoli e mette un cuore di carne. Questo fa Gesù con tutti quanti noi, carissimi fratelli e sorelle. Quando noi scleriamo, quando perdiamo la pazienza, quando non sappiamo perdonare, quando siamo stanchi perfino di noi stessi. quando il caldo non soltanto esterno ma quello delle vicissitudini e delle preoccupazioni del cuore diventa asfissia e ci impedisce di sperimentare la pace, allora Gesù toglie da noi il cuore di pietra e ci dona il suo cuore che è un cuore di carne, un cuore che è capace di amare, di sentire giusta compassione, di provare affetto, di nutrire tenerezza, di preoccuparsi degli altri, un cuore che sceglie per amore dell’altro la propria vita perché abbiano tutti la vita in abbondanza.

Non occorre che vadano… i discepoli lo guardano e dicono: ma che stai dicendo? Noi ti abbiamo detto le situazioni, ti abbiamo presentato tutto, abbiamo fatto un’analisi esatta. Come le analisi che facciamo anche noi nelle nostre comunità, nei nostri gruppi, nel nostro ordine. Le nostre programmazioni rispondono sempre ad un’analisi esatta della realtà: bisogna fare l’incontro, bisogna incontrarsi, bisogna vedere, bisogna programmare. Eppure, i nostri incontri, le nostre programmazioni mancano di questa compassione, di uno sguardo sulla realtà diverso. Noi ci fermiamo all’apparenza, non riusciamo ad andare al cuore così come fa Gesù. Noi guardiamo le folle, crediamo di poter risolvere le situazioni lavandoci le mani come Pilato. Gesù legge in profondità.

Questo è ciò che il Signore vuole donare a noi oggi: la capacità di leggere in profondità. Ci sono delle motivazioni che noi non riusciamo a raccogliere, delle cause che noi non riusciamo a comprendere. Se Dio non ti illumina anche la vita della persona che ti è accanto è un mistero e dinanzi a quel mistero come Mosè devi togliere i sandali, non puoi dare per scontato… Ci conosciamo da una vita, avviamo condiviso tutta la nostra esistenza, ci amiamo, ci vogliamo bene… I miei figli? Li ho fatti io, chi li conosce meglio di me? Ma non è così. Tutti noi siamo un mistero e per entrare nel mistero dell’altro abbiamo bisogno della luce di Dio, della grazia dell’amore, dell’umiltà dell’affetto, della potenza di quella tenerezza che fa sentire l’altro non violentato, ma accolto, capito, abbracciato, riconciliato, pacificato e amato sul serio.

Non è necessario che vadano, voi stessi date loro da mangiare. Questo è ciò che fa Gesù: da una parte legge il desiderio della folla, la fame, la stanchezza, l’incapacità di poter trovare un pezzo di pane che possa sfamarli dopo una giornata trascorse al seguito di Gesù; dall’altra parte Gesù guarda le possibilità che hanno gli apostoli. Gesù crede nelle possibilità che tu hai, anche se tu ti lasci vincere dall’insicurezza Gesù guarda in profondità i talenti che ti ha dato, anche se tu non li vedi e la Parola di Gesù serve per scovare i doni che ti ha dato, le possibilità che hai, le energie che sono racchiuse nel tuo cuore e tu credi di non avere e magari mendichi agli altri. Questo Gesù fa: Gesù vede le folle ma vede anche i discepoli, vede le loro possibilità e li porta a scomodarsi cioè a mettere a frutto quello che hanno.

Ciò il Signore chiede a tutti quanti noi carissimi fratelli e sorelle: di mettere a frutto le capacità che abbiamo, di credere in noi stessi e nella potenza di Dio che abita la nostra debolezza.

Quello che noi diciamo quando qualcuno ci dice una cosa piuttosto insolita è: ma io non ne sono capace, io non so farlo, non è cosa mia, chiedilo a qualche di un altro. Gesù, ai discepoli che potrebbero pensare, potrebbero anche dire e non lo fanno queste parole, dice: no, voi stessi, voi non altri, tu non altri. Ma io non sono capace. Dio non chiama i capaci, rende capace chi chiama. Dio crede in te, crede nelle possibilità che hai, crede nei ruoli che ti sta dando, crede nei posti che ti sta offrendo, crede che tu puoi fare le cose impossibili a te, se ti fidi di Dio.

Lasciamo che il Signore ci insegni a credere in noi stessi e nelle nostre possibilità! Quanto è importante ad esempio per i genitori, per un educatore, per un frate, per un sacerdote, per un assistente non mortificare, ma credere nella potenza dei doni di Dio. E come è difficile guidare un figlio nella carne e nello spirito a diventare consapevole dei doni che ci sono! Solitamente noi proiettiamo sugli altri le nostre attese, le delusioni della nostra vita, pretendiamo dall’altro che realizza i sogni che noi non siamo riusciti a concretizzare. Invece partire da quello che c’è nell’altro, dal bene che c’è, da quello che il Signore sta seminando e aiutare l’altro a diventare consapevole dei doni, dei progetti, delle possibilità sconfinate che Dio vuole operare insieme con l’altro.

Voi sapete meglio di me che quando un figlio vuole fare vedere le cose belle che ci sono, ti azzanna perché crede che tu sei il suo nemico, che stai mettendo in dubbio quelle che sono le sue acquisizioni, le sue idee, le sue possibilità. Questo capita anche in età adulta. Non riusciamo a comprendere che l’altro mi sta chiedendo di scomodarmi, non perché mi vuol male, ma perché vuole che io cresca, che io metta a frutto i doni, che faccia trafficare i talenti, che diventi una persona migliore.

Pensate, carissimi fratelli e sorelle, a questa dinamica nel rapporto tra di noi, nel rapporto tra marito e moglie, nella relazione con i figli. L’altro mi scomoda perché mi vuol bene, non perché vuol essere egoista. L’altro mi chiede di fare dei passi per mettere a frutto i miei doni, quando naturalmente lo fa con rettitudine di cuore, illuminato da Dio e dalla sua grazia, perché il primo che si scarnifica nel chiedere che l’altro metta a frutto i suoi doni sono io. Gesù, perché noi mettessimo a frutto il mistero della sua misericordia, sale sulla croce.

Accompagnare l’altro a mettere a frutto i suoi doni significa compromettersi, come fa Gesù con i discepoli. Loro gli dicono: Noi non abbiamo altro che cinque pani e due pesci. Ecco il ragionamento umano, il contare: noi non abbiamo nulla, cinque pani, due pesci… ma che cosa sono queste per tante persone? Ma tu dimentichi che Colui che te lo sta chiedendo è Gesù Cristo, il Figlio del Dio vivo!

I nostri ragionamenti, dinanzi alla razionalità di Dio, scompaiono. La razionalità di Dio è molto più grande. Isaia dice: come il cielo è alto sulla terra, i miei pensieri distano dai tuoi pensieri e le mie vie dalle tue vie.

Ma… io non ho le capacità, io non so farlo. Tante volte tutti quanti noi ci facciamo prendere dalla paura. Quando si presenta il tempo del matrimonio o di una scelta vocazionale, quando bisogna scegliere magari una via di consacrazione (ma io non ne sono capace, non riesco a capire che cosa mi sta chiedendo) oppure quando non riusciamo a vedere dentro di noi quelle capacità che vedono gli altri e allora gettiamo la spugna, andiamo via, non sono capace. Il contrario di questa falsa umiltà, che poi è insicurezza, è l’orgoglio, è la superbia, il credersi capaci di fare tutto, di farlo bene, di farlo meglio degli altri. Due eccessi, che ci portano lontano da Dio e dalla verità di noi stessi.

Qui non abbiamo altro che cinque panni e due pesci. Ieri sera stavamo facendo la veglia: noi siamo pochi. Noi siamo abituati a contare. A dio non importa questo. I nostri criteri sono diversi dai criteri di Dio ma questo vale per voi e vale anche per un frate, per un sacerdote tante volte mi trovo a celebrare l’eucaristia per una persona, per due persone. Ma dov’è il problema? Noi vogliamo contare, le nostre assemblee, la nostra chiesa… Vogliamo una chiesa potente capace di traghettare il mondo ma questi sono i criteri del mondo, non sono i criteri del Vangelo. I criteri del Vangelo – l’abbiamo ascoltato domenica scorsa – è il granello di senape, è il lievito che fa fermentare tutta la massa e questo lievito è Gesù, questo seme è Gesù nella tua vita. Gesù non vuole che tu faccia pezzi di cielo senza di Lui. Questo che Gesù ci indica nel Vangelo è la via maestra anche per noi.

Noi non abbiamo che cinque pani e due pesci: dobbiamo essere consapevoli della nostra povertà, della nostra pochezza, dei nostri numeri che non sono come quelli di una volta. Pensate al nostro ordine, alla nostra provincia. Noi dobbiamo essere consapevoli che siamo deboli, siamo fragili, non siamo capaci di amare se non di egoismo, di parlare se non di pretendere, di ascoltare se non la ragione che l’altro ci dà. Noi non abbiamo che cinque pani e due pesci.

San Paolo dice la stessa cosa nella seconda lettera ai Corinzi: io non posso portare questa difficoltà. Signore, tu mi ha dato questa spina nella carne, io non ce la faccio, per piacere toglimela, levamela, allontanata da me.

Io non ho che cinque pani e due pesci: io non ho nulla, non sono intelligente, non ho le capacità, non posso farlo, non voglio farlo, gli altri mi stanno ridendo addosso… Signore, toglimi questa difficoltà!

Invece Gesù dice una cosa che noi non ci aspettiamo, che neanche i discepoli si aspettano: Portatemeli qui. Noi siamo bravi, carissimi fratelli e sorelle, a fare una cosa, a nascondere le nostre debolezze. Quando l’altro ci vede deboli, ci sentiamo nudi, ci sentiamo vulnerabili, sentiamo che l’altro può utilizzare per il male, per la nostra vergogna la debolezza che conosce, la piaga che ci assilla, la difficoltà che abbiamo. A Gesù, invece, interessa la nostra debolezza, a Gesù sta a cuore la nostra povertà. Per questo Francesco si innamora della povertà del Figlio di Dio perché vede (quello che dice Chiara) che questa è la via maestra: Dio si è fatto nostra via prendendo la nostra povertà, prendendo la nostra umiltà, prendendo la nostra carne, assumendo quello che siamo.

Portateli a me. Noi tutti abbiamo le nostre povertà, tutti abbiamo i nostri caratteri, io più di voi, le nostre lune, le nostre fasi. Siamo così, dobbiamo accoglierci e Dio dice a ciascuno di noi: la tua povertà dalla me. Noi vorremmo dare a Dio sempre le cose belle, le cose buone, le cose sante. Un esempio è quando ci confessiamo. È simpatico, questo lo faccio io, ma penso che lo facciate tutti quanti voi. Quando devi dire un peccato che ti pesa, inizi a girare, a girare, a girare, a girare. Chi confessa dice: ma dove vuole arrivare questo? Ma giri, rigiri, fin quando non hai il coraggio, credendo che l’altro si sia distratto, di mettere davanti a Dio quel peccato che ti pesa. Ma Dio non guarda i nostri peccati come li guardiamo noi! Dio vuole la tua povertà, Dio vuole i tuoi cinque pani e i tuoi pesci. Dai un nome a questi cinque pani, a questi due pesci. Qual è la povertà che tu non vuoi mettere nelle mani di Dio? Qual è la debolezza che il Signore desidera e che vuole da te?

Davanti a tutti quanti noi c’è questo Gesù che attende questi cinque pani, questi due pesci che mettiamo nelle sue mani. E ci dice: dalli a me, portali qui!

No, ma Signore, io vorrei offrirti le cose belle, ma non ci sono.

Ma dammi le tue povertà, non ti preoccupare. Dammi il tuo carattere, dammi le tue ire, dammi la tua incapacità di amare, donami il tuo egoismo, la tua incapacità di perdonare e di accogliere gli altri, dallo a me. Dammi le tue incostanze nella vita di preghiera. Dallo a me, mettilo nelle mie mani e io lo trasformo. Io le cambio, questo fa Gesù.

Ora Dio vuole trasformare il mondo oggi, ma non senza di noi. Noi vogliamo trasformare la storia, pensate alla vita politica, alle vicende che stanno avvenendo. Noi vogliamo trasformare il mondo senza Dio, ma Dio non vuol trasformare il mondo senza di noi. Potrebbe farlo, ma non lo vuol fare, perché chi ama non esclude l’altro, ma lo coinvolge.

Questo è il segno dell’amore vero: coinvolgere la povertà dell’altro, coinvolgere il limite dell’altro. Io vivo in fraternità, lo sapete, anche voi vivete in famiglia, e tante volte io e voi potremmo fare delle cose in modo eccellente, da soli. Ma né io né voi siamo chiamati a fare le cose da soli, siamo chiamati a fare le cose insieme, ed è questa la sfida della nostra fede. Questa è la sfida della vita cristiana e francescana: fare le cose insieme e farle non ottime, ma almeno bene, perché non è importante dove arriviamo, è importante che arriviamo insieme lì dove riusciamo ad arrivare. Non è importante fare mille passi da soli, no, non serve a nulla, ma fare anche dieci passi, ma fatti insieme.

Portateli a me: fare le cose insieme con Gesù. Oggi la liturgia ci dice: ma quello che pensi, lo pensi con Gesù? Quello che organizzi: lo organizzi con Gesù? I programmi della tua famiglia, la tua giornata, la fai insieme con Gesù, la fai insieme con le persone alle quali vuoi bene e che ti vogliono sinceramente bene, oppure fai le cose da solo? Non c’è cosa più brutta di fare le cose da soli, senza Dio e senza gli altri, credendo di poterle fare bene. Abbiamo bisogno degli altri, così come Dio vuole aver bisogno di noi.

Portateli qui. I discepoli si convincono, si lasciano convincere da Gesù. Ordina alle folle di sedersi sull’erba, prende i cinque pani, i due pesci, alza gli occhi al cielo, recita la benedizione, spezza i pani… sono i gesti dell’Eucaristia che scandiscono la vita di Gesù e di tutti i suoi discepoli.

E li dà ai discepoli e i discepoli alla folla. Non perché sono tanti e Gesù ha bisogno dei discepoli. No, Gesù vuole che tu distribuisci alle folle le povertà tue che lui moltiplica. I tuoi doni devono passare nelle sue mani. E Dio te li restituisce, ma te li restituisce moltiplicati.

Un esempio: Gesù io non so amare. Gesù tm dice: dammi il tuo cuore. Lo prende, lo immerge nel suo, diventa un cuore incandescente, me lo restituisce e mi dice: dallo agli altri. Gesù ci restituisce a noi stessi perché noi possiamo diventare una ricchezza per gli altri. E diventa una ricchezza sovrabbondante perché ne raccolsero dodici ceste piene. Questo è ciò che il Signore vuole fare con tutti quanti noi. Questo è ciò che la compassione del cuore di Gesù è capace di fare con l’esistenza di ciascuno di noi.

Carissimi fratelli e sorelle, lasciamoci vincere dall’amore e dalla misericordia, dalla compassione e dalla pazienza del cuore di Gesù. Non scoraggiamoci quando vediamo le nostre cadute. Dio è misericordia. Non angosciamoci quando non siamo capaci di fare dei passi in avanti sulla strada del bene. Ai discepoli è successa la stessa cosa.

Lasciamoci vincere dall’amore, proprio come ci ricordava San Paolo: Chi ci separerà dall’amore di Dio? Molto spesso siamo noi che ci allontaniamo dall’amore di Dio. noi siamo infedeli, ma Dio rimane fedele. Perché ci ama, ci ha amati da sempre, ci sta amando e ci amerà per l’eternità.

Perdiamoci con Francesco nel cuore misericordioso del Signore e lasciamo che piano piano il Signore con le gocce della misericordia che escono dal suo cuore possa consumare l’animo nostro, facendoci diventare delle creature nuove.

Ci rivolgiamo a Maria, lei è la madre del bell’amore: lei ci guidi a fidarci totalmente di Gesù e a lasciarci plasmare dalla sua misericordia.

Ci rivolgiamo a te, Madre del Figlio di Dio fatto uomo,

divenuta Madre di tutti quanti noi sotto la croce del tuo Gesù.

Guarda verso di noi e donaci la grazia di non aver paura delle nostre debolezze,

di offrire al tuo Figlio i cinque pani e di due pesci che scandiscono la nostra esistenza,

di attendere che lui li moltiplichi,

di restituirli ai fratelli come segno di quanto l’amore suo trasforma il bene della nostra povera esistenza.

Donaci di non aver paura di noi stessi, dei nostri limiti, delle nostre precarietà e del nostro peccato

e donaci di essere continuamente consumati dalla compassione del cuore del tuo Figlio

e concedici dopo aver vissuto qui interra nel cuore divino del Salvatore,

immergerci nel cuore amante della Trinità

per godere della gioia eterna con i santi, nel cielo, con te, Amen.