Risplenda la vostra luce

08 febbraio 2026
V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 5,13-16
+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Parola del Signore.

Omelia R.P. Vincenzo Ippolito
Santuario Maria SS. Incoronata – Montoro (AV)

Scarica omelia: |Download MP3|

Versione Testuale

Il Signore conceda a tutti noi la pienezza della Sua grazia e la dolcezza della Sua pace.

Il nostro cuore e la nostra mente sono ancora rapiti dalla parola di Gesù, dalle beatitudini che Lui ha donato alle folle sul monte e, attraverso l’annuncio del Vangelo che la Chiesa ci dona, è offerto anche a noi questo annuncio di gioia. Il nostro cuore sente la bellezza della radicalità che Cristo presenta e noi, che tante volte ci facciamo a prendere dalla tristezza e dalla dispersione, veniamo rapiti dalla parola di Gesù che apre orizzonti sconfinati di beatitudine e di gioia, di pace e di realizzazione piena della nostra umanità. La vita cristiana ci porta a stare sul monte con Gesù, a permettere a Lui di parlare, di gridare alla nostra vita e al nostro cuore. Ma ahimè, noi questo lo facciamo così tanto poco. Lui parla, ma noi ci allontaniamo dal monte. Lui ci rivolge la Sua parola, ma non riusciamo a farla scendere nel cuore, presi dalla nostra debolezza, disperdiamo il nostro tempo, non riusciamo a chiuderci nella camera segreta del cuore di Cristo, perché la Sua parola venga custodita nel nostro cuore e noi, come Maria, riusciamo a meditarla, a custodirla, a farla diventare vita della nostra vita. Ma Gesù non si stanca, giorno dopo giorno, domenica dopo domenica, attraverso l’annuncio della Chiesa, di chiamarci sul monte, perché, ascoltando la Sua parola, noi diventiamo delle creature innestati in Lui vita e vera e riceviamo la linfa dello Spirito Santo che ci fa vivere, perché “è in te la sorgente della vita”, è in te che noi possiamo ritrovare la gioia. Infatti, soltanto se ci innestiamo in Cristo, noi diventiamo delle creature nuove; soltanto se entriamo nel mistero della Sua morte, noi vivremo la gioia della vita risorta. Stando sul monte, Gesù continua a parlare ed oggi non parla di Lui, quanto invece parla di noi, c dà la possibilità di comprendere la nostra vocazione e la nostra missione, come i nostri rapporti devono essere scanditi dalla trasformazione che il Suo Vangelo attua dentro di noi, come le nostre relazioni devono essere vivificate dalla Sua luce, insaporite dalla potenza del Suo amore che tutto ristora, tutto rinnova, che tutto colora con la grazia del Suo amore misericordioso. Gesù oggi ci dà la possibilità di comprendere la nostra vocazione e la nostra missione, attraverso due immagini che, a pensarci bene, sono in contrasto, l’una contro l’altra armate. Da una parte Gesù ci dice «voi siete il sale della terra», dall’altra parte ci dice «voi siete la luce del mondo»; da una parte ci invita a lavorare di interiorità, dall’altra, invece, a non aver paura della visibilità della nostra testimonianza. Il problema della vita cristiana è che noi talvolta assolutizziamo una di queste dimensioni, o facciamo diventare la fede intimismo o dall’altra parte facciamo diventare la fede puro formalismo, quanto invece è nell’equilibrio tra l’essere sale e l’essere luce che la nostra vocazione cristiana e la nostra missione di testimonianza tra gli uomini riceve la forza dello Spirito e viene vissuta al meglio, secondo la divina volontà. Chiediamo al Signore la grazia di entrare proprio in queste due immagini e soprattutto la forza dello Spirito per fare sintesi tra la vita interiore e la testimonianza cristiana, così da obbedire alla parola di Gesù Cristo e, nella docilità al suo Spirito, essere sale che dona sapore, luce che dona e diffonde chiarore.

La parola di Gesù è chiara, la sua testimonianza significativa, la sua presenza è incisiva nella vita di coloro che, discepoli del suo cuore, si lasciano illuminare dalla sua parola. Il primo dato che il Vangelo sempre ci dona è il primato della Parola di Dio nella nostra vita. Non siamo noi a decidere chi siamo, chi è Dio, chi sono gli altri. Non siamo noi a scegliere il meglio indipendentemente dalle indicazioni che ci vengono donate da Dio. La liturgia di oggi ci dice proprio: lascia che la Parola di Dio ti illumini, lascia che Cristo Salvatore rischiari le tue tenebre. Permetti a Dio di accompagnare il tuo discernimento e di far sì che le tue scelte siano orientate alla volontà del Padre. Il discepolo è colui che lascia parlare Gesù nella propria vita, ma tante volte parlano altri nella nostra vita, parla il demonio, parla il male, parlano coloro che, presi più dall’orgoglio, dall’egoismo, dalla supponenza, che dalla ricerca sincera del bene, seminano la zizzania nel campo del nostro cuore e disorientano il nostro desiderio di ricercare il bene. Tante volte è la nostra debolezza che dà terreno alla voce del tentatore e, in questo modo, il seme del Vangelo non riesce a morire e a far frutto per la nostra vita e per la vita dei fratelli. Ciò che ci viene chiesto prima di tutto nella liturgia della parola di oggi è: far parlare Dio. È come se la Chiesa ci dicesse: taci una buona volta, impara a fare silenzio, lascia alla parola del Redentore di rimbombare nel tuo cuore, alla sua voce di scendere sopra di te e di abbracciarti, alla sua voce di venire dal cielo per carezzarti, alle sue indicazioni perché siano lampade per il tuo cammino, alla sua parola perché rischiari il tuo procedere nel deserto del mondo verso la terra della promessa dove scorre il latte della misericordia e il miele della divina compiacenza. Quando noi lasciamo parlare Dio nella nostra vita tutto cambia, c’è una primavera di gioia, c’è un fiorire di eterna giovinezza dello Spirito. Ma quale difficoltà è per noi lasciar parlare Dio, noi che non riusciamo a tacere, noi che, nei momenti di silenzio, ci rifugiamo in tutto pur di non stare dinanzi a noi stessi e di prendere consapevolezza di quella solitudine strutturale che ci è stata donata da Dio non per disperderci, non per intristirci, ma per entrare in quella comunione con Lui che ci dona pienezza di vita, gioia vera da dispensare, in piena disponibilità, cura e carità, ai nostri fratelli. Quando noi lasciamo a Dio la possibilità di parlare, quello che Lui ci dice diventa una parola di senso che ispira la nostra vita e che apre strade nuove, inesplorate per la nostra gioia.

“Voi siete il sale della terra” è una parola forte, è una parola incisiva, è una parola che scuote da una parte il nostro orgoglio quando crediamo di essere i salvatori del mondo, dall’altra parte la nostra insicurezza che ci porta continuamente a nasconderci. Dio vuol fare con te cose grandi, cose belle, in una fortezza inaccessibile, dice il salmista. Anzi, è Gesù stesso che l’ha promesso “Voi farete cose più grandi di quelle che ho fatto io, perché io vado al Padre”. Forse i discepoli non hanno fatto cose più grandi di Gesù dal momento che la sua parola è rimbombata nella sola Palestina, mentre i discepoli portano l’annuncio della salvezza fino agli estremi confini della terra e attraverso di loro è la parola di Cristo, la potenza della sua resurrezione, che tutti raggiunge e lì dove arriva fa fiorire la vita, la vita dello Spirito, la vita della Pasqua, la vita della fraternità e della pienezza di gioia!

“Voi siete il sale della terra”. Quale grande vocazione è mai la nostra, quale grande missione abbiamo ricevuto da Dio. È un Dio che ci vuole rendere grandi, così come lui è grande. È un Dio che non fa le cose da solo, ma le vuole fare insieme con noi, oltre che per noi. Questa parola che egli ci rivolge, questa immagine che oggi ci dona, attraverso le labbra della Chiesa e dei suoi ministri, deve portarci a svegliarci dal sonno e dal torpore nel quale tante volte noi, al pari dei tre discepoli prediletti, ci veniamo a trovare nel Getsemani della nostra vita. Gli occhi di Pietro, Giacomo e Giovanni si erano appesantiti, non riescono a portare il passo con Gesù, il loro cuore non si unisce al cuore di Cristo per orientarsi al Padre e la lampada della preghiera si spegne a causa della loro debolezza e della precarietà, della loro fede che non è salda sulla roccia che è Cristo Signore e Salvatore. Al pari dei discepoli, anche noi non riusciamo ad essere costanti, ad essere perseveranti, a permettere a Dio di illuminarci e di donarci quella parola di senso che è capace di rischiarare la nostra vita.

Sì, Dio ti vuole grande, Dio vuole fare cose grandi con te e per te. Tu sei sale. Ed è bello, carissimi fratelli e sorelle, che l’essere sale viene prima dell’essere luce. È come se Gesù Cristo dicesse ai suoi discepoli: la prima scuola è quella dell’umiltà e successivamente viene la potenza della gloria. Ce ne rendiamo conto in una maniera straordinaria, chiara, inequivocabile, quando leggiamo l’inno della lettera ai Filippesi (2,6-11). Nella prima parte c’è tutta l’espropriazione di Gesù, del Figlio di Dio, che si è fatto figlio dell’uomo, schiavo, non ha considerato un tesoro geloso l’essere come Dio, si è spogliato, si è umiliato, è morto, ed è morto di croce. Poi nella seconda parte c’è il suo essere luce, essere sale ed essere luce. È questa è la scuola del Vangelo, carissimi fratelli e sorelle! Prima c’è la scuola e la disciplina dell’umiltà e poi c’è la luce radiosa della resurrezione. I discepoli devono comprendere che non c’è gloria, senza morte, che non c’è luce, senza tenebra. Questo essere sale della terra traduce splendidamente la parola di Gesù rivolta ai discepoli “che vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la propria croce ogni giorno e mi segua”. Noi vogliamo dare sapore alla vita degli altri, ma vogliamo essere anche gratificati, ci aspettiamo in loro grazie, la loro riconoscenza, il loro affetto. Gesù invece dice che questo non si addice ai suoi discepoli, che percorrono la sua stessa strada, che mettono i piedi sulle pedate di Lui, Agnello, che toglie i peccati di tutti gli uomini. Essere sale significa perdersi, significa non farsi vedere, significa sciogliersi, perché quando il sale non si scioglie nei cibi, non noi lo vediamo, ma al gusto, in realtà dà tanto fastidio. Quando il sale, invece, si scioglie e è amalgamato, noi ne troviamo giovamento, piacere da quello che mangiamo. Non riusciamo a vedere, ma certamente percepiamo la presenza di quel sale che dona sapore e dà la possibilità ai cibi di essere gustati al meglio. Questo è l’insegnamento di Gesù oggi: l’umiltà ci posta a scomparire, a perderci e il primo che si perde è Gesù, che “da ricco che era si è fatto povero” per la nostra salvezza. Il primo che è il sale, che dona sapore alla tua vita, è Gesù, che si scioglie nei tuoi pensieri, che penetra nelle tue parole, che entra nei tuoi sentimenti e che vuole essere il senso, il gusto, il sapore di ogni tua attività. Ma quello che il Signore ci chiede è quello di non perdere il sapore. “Se il sale perdesse il suo sapore, a null’altro serve che ad essere gettato e calpestato dagli uomini”. Quale condanna il Signore infligge a coloro che Suoi discepoli non accolgono la pienezza del suo essere sale e non riescono a comprendere che il gusto del nostro essere sale è soltanto Gesù. Noi siamo sale, sì, ma il sapore lo riceviamo nella relazione continua con Cristo; noi diamo sapore, se noi per primi veniamo conditi da quell’amore misericordioso che, entrando in noi, dona gusto alla vita.

Carissimi fratelli e sorelle, dilettissimi figli, quante volte la nostra vita non ha sapore, non ha colore, ci manca la gioia, ci manca la spensieratezza, ci manca la pace. In una parola, ci manca Gesù. Non perché lui non ci sia, ma perché c’è a sprazzi. Non è continua la sua presenza, perché non è perseverante il nostro Eccomi. La sua azione non ci feconda, perché la nostra disponibilità non è costante. Il suo sapore non ci accompagna e non ci condisce, perché la nostra disponibilità non è totale all’opera della sua grazia santificante.

Non perdere Gesù, perché se perdi Gesù perdi il sapore della tua vita e se tu perdi il sapore della tua vita non potrai donare agli altri, se non il vuoto del tuo cuore abitato da una solitudine triste. Non perdere Gesù nella tua vita, ma lascia che egli sia il gusto della tua giornata, il sole del suo tempo, il senso delle tue relazioni, la forza delle attività.

“A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini”. Condanna peggiore non c’è, se non quella di essere destinati al fuoco eterno, che è per Satana e per i suoi angeli. Essere calpestato dagli altri significa perdere senso, perdere di significatività, significa vivere una vita inutile, essere, potremmo dire prendendo a prestito sempre le parole del Maestro, “dei sepolcri imbiancati”, che dentro hanno solo ossa di morte e al di fuori appaiono belli.

Donaci, Signore Gesù Cristo, l’umiltà del tuo cuore per essere anche noi sale. Donaci l’umiltà del tuo cuore perché tu ti presenti a noi mite ed umili di cuore. Il tuo gioco dolce, il tuo carico leggero, la tua croce sia la nostra forza, la tua presenza, nella nostra vita, senso, luce, lampada della nostra giornata. Donaci l’umiltà di saperti ascoltare, la disponibilità di saperti accogliere, la gioia di sapere che tu ci vieni incontro e ci chiedi il nostro Eccomi, la spensieratezza di sapere che tu ci rendi giovane, di quella leggerezza che sta nel sentirsi amati e nel sapere che tu provedi a tutto, alla nostra vita, come fai con gli uccelli del cielo e con i gigli del campo.

Rivestici, Signore Gesù Cristo, dei tuoi sentimenti di umiltà. Facci entrare nel tabernacolo del tuo cuore per assimilare tutto il tuo amore, tutta la misericordia e la compassione, tutta l’obbedienza al Padre dovuto e la misericordia e il perdono ai fratelli concessa. Donaci la possibilità di comprendere che chi si allontana da te si allontana dalla vita e chi segue te cammina alla luce dell’amore, della misericordia e della gioia.

Lavora di interiorità, impara a sedere sull’ultimo posto accanto a Gesù, venuto non per essere servito, se non per servire. Fa che la tua vita venga presa, spezzata, dopo essere stata benedetta e poi concessa agli altri, come l’Eucaristia, che dentro di noi dona sapore all’esistenza, quando ce ne nutriamo con fede, perché chi non si nutre con fede, con trasporto, con abbandono, al sacramento dell’Eucaristia, insegna Paolo ai Corinzi, mangia e beve la sua condanna. Lasciati portare da Dio, lasciati gettare come sale lì dove egli vuole portare il suo sapore attraverso di te. Non lamentarti delle scelte di Dio, ma obbedisci alla sua voce, farti portare dal vento del suo Spirito e docilmente lasciati condurre da lui, che è il buon pastore, il bel pastore che ha cura delle pecore del suo gregge, perché noi siamo suo popolo e gregge che gli conduce.

Se la prima immagine ci richiama all’umiltà e all’interiorità, la seconda immagine donataci da Gesù risulta per alcuni aspetti alquanto difficile, perché “voi siete la luce del mondo”, ci potrebbe portare a vivere di esteriorità e a credere che l’esistenza cristiana sia soltanto nell’essere banditori, dimenticando che prima di tutto ci chiede di essere discepoli, che ai piedi di Gesù, al pari di Maria di Betania, ascoltano la sua parola e si lasciano interiormente trasformare e vivificare dalla sua voce. Cosa significa, carissimi, essere la luce del mondo? Significa donare chiarore, ma quando i padri della Chiesa pensano ai discepoli del Risorto, quando i primi cristiani pensano al popolo di Dio, dicono che la Chiesa, il popolo santo di Dio, vive, nei riguardi del Sole che è Gesù Cristo, la stessa realtà della luna. La luna non vive di luce propria, ma la riflette ed essi dicono che la Chiesa è chiamata ad essere luna, ad accogliere la luce che riceve da Cristo e a donarla agli altri, in piena disponibilità, senza appropriarsene, senza far credere che la luce è nostra, senza far passare il chiarore di Cristo come proprio. Ecco perché bisogna stare attenti, perché talvolta, strumentalizzando il Vangelo, noi non percorriamo la strada della rettitudine e della santità, quanto quella costellata di buone intenzioni, che ci porta nel regno di Satana e dei suoi fedeli servitori del male.

“Voi siete la luce del mondo”. Cristo ci chiede di essere collocati sopra il candelabro. Egli parla di una necessità della luce di illuminare. Lo abbiamo ascoltato. “Non può restare nascosta una città sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere, perché faccia luce”, doni luce a tutti, non soltanto ad alcuni, a tutti coloro che sono all’interno della casa. C’è una necessità che la luce ha, quella di non stare nascosta. Quando tu hai Gesù dentro di te e Gesù dentro di te è la luce, tu non puoi tenerla dentro di te. Quella luce viene fuori, anche se tu non vuoi, anche se tu la vuoi tenere nascosta. Gesù viene fuori, viene fuori nelle parole, viene fuori nella carità, viene fuori nella presenza, viene fuori nel silenzio, viene fuori nella compassione, viene fuori nella preghiera, perché Gesù è dentro di te, Gesù è con te, ne sei plasmato, ne sei riempito oltremisura, il suo Spirito ti trasforma, la sua grazia ti motiva, il suo amore ti spinge, la sua compassione guida i tuoi passi in una carità frenetica, dove tu tutto a tutti ti concedi, purché Cristo venga conosciuto e il suo nome santo, glorificato.

“Non può restare nascosta”. Quando Dio è dentro di te, quando tu dici, l’Eccomi, della tua totale disponibilità al piano di Dio, Dio fa di te quello che ha fatto con Maria. Lei si definisce serva, umile, ma Dio prende Maria, perché Lui rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili. Ora, se Dio nella sua misericordia ti dona una vita interiore, bella, adulta, matura, dove c’è un trasporto dello Spirito Santo che è la conseguenza del tuo Eccomi, Dio è libero dentro di te e fuori di te di fare quello che vuole. Se il Signore ti vuol prendere e porti sotto il candelabro, a te non deve interessare. Se Dio vuol fare di te una città collocata sopra un monte, non ti deve riguardare. L’essere luce ci porta, dopo che noi siamo stati alla scuola dell’umiltà dell’essere sale, all’abbandono totale, alla consegna incondizionata, a metterci totalmente nelle mani di Dio. “Io sto in silenzio, non apro bocca, perché sei tu che agisci”.

Lascia agire Dio nella tua vita, non prendere iniziative, se non dopo che hai ascoltato il Signore, sei riuscito a discernere la sua volontà, a farti portare dalla sua parola, motivare, vincendo la tua naturale insicurezza, dal desiderio suo di donare luce, attraverso di te.

Dio è libero, Dio può fare tutto quello che vuole. Lo ricorda Gesù nella parabola dei lavoratori chiamati a giornata. Il Signore dà a quelli della prima ora la stessa paga di quelli dell’ultima ora, perché “Io non posso fare delle mie cose ciò che voglio?”. Ora Dio non è libero di servirsi di te, Dio non è libero di amarti come a Lui piace, o di farti stare in una tribolazione come Lui vuole, perché la tua vita, come l’oro che si prova nel crogiolo, possa essere provata e purificata e gradita al suo cospetto al pari di un olocausto?

Dio prende e ci pone sul candelabro quando Lui vuole, se gli sembra opportuno, se Egli lo desidera. E solitamente quelli posti sul candelabro sono le persone umili, e tu te ne accorgi immediatamente se è lei che si è posta sul candelabro oppure sei Dio che l’ha messa in una posizione di visibilità per far luce agli altri. Quando ti poni tu sul candelabro la tua luce non è piena, quando invece ti lasci mettere da Dio lì dove Lui ti desidera, come luce per gli altri, la tua luce risplende come fiaccola e la tua testimonianza diventa brillante. Gesù lo dice “risplenda la vostra luce davanti agli uomini”, al cospetto loro. Non aver paura del fatto che io usi te per rivelarmi agli altri. Io voglio che gli altri vedano attraverso le tue opere buone il bene che io compio. Per questo il Serafico nostro padre Francesco dice che non bisogna mai invidiare il bene che il fratello compie, perché si fa peccato di bestemmia dal momento che si invidi a Dio stesso, che fa il bene nella vita dell’altro.

Carissimi, noi sappiamo che non è semplice accettare il volere di Dio; non è semplice interiorizzare la sua luce, fare spazio al suo chiarore, camminare alla sua presenza. Non è così semplice come appare accogliere la parola di Gesù che ci dice “io sono la luce del mondo, chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”. Ora c’è una frase nella Prima Lettura scritta da Isaio in un momento tragico della storia di Israele dopo l’esilio che risulta alquanto sibillina, strana ai nostri orecchi. Più volte il profeta dice la tua luce sorgerà come aurora, splenderà, poi sul finire del brano odierno il Signore dice per bocca del profeta “allora brillerà fra le tenebre la tua luce”. E fin qui è chiaro, la luce splende nelle tenebre, Giovanni lo dice, ma le tenebre non l’hanno vinta e non la possono vincere, perché quando di te c’è la luce puoi passare tutte le peripezie, ma Dio vince dentro di te. “La tua tenebra sarà come il meriggio”. Ma cosa vuol dire il profeta? La tenebra mica può splendere come la luce del giorno. Perché mai il profeta dice che la tua tenebra sarà come il meriggio? Tu in te vedi la tenebra, ma Dio si serve della tua tenebra. Sei una tenebra che si affida, sei una debolezza che si concede per donare luce agli altri.

Noi pretendiamo da noi e dagli altri la coerenza, pretendiamo che tutti diventino forti, capaci di portare avanti la vita da persone adulte, da persone mature. Queste sono le fantasie della nostra mente! Siamo tutti deboli, tutti abbiamo il mistero della tenebra dentro di noi e pian piano Cristo la rischiara. Ma Dio non aspetta che la tua tenebra venga assorbita dalla luce e trasformata in luce. Dio pian piano si serve di te che sperimenti le tenebre, perché la tua luce sia come il meriggio per i fratelli. E Paolo questo lo vive splendidamente, quando ai Corinzi lo abbiamo ascoltato scrive “Io mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio, non con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni di non sapere nulla. Io venni in mezzo a voi con timore, con trepidazione. Io sapevo soltanto che portavo Gesù, Cristo, il crocifisso, il Signore risorto, il glorioso, il vivente”. L’unico che ha parole di vita, di vita eterna. Paolo è profondamente consapevole di questo fatto. La sua tenebra è come il meriggio, al punto tale che quando nella Seconda Lettera ai Corinzi si sente percosso da un inviato di Satana, sente una spina nella carne, lui prega “Signore, ma liberami da questa spina”. Dio interviene con la sua voce così dolce e lo rincuora “Ti basta la mia grazia, la forza si manifesta nella debolezza”. E lui esulta “Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché in me abiti, regni, la dimori la potenza di Dio”. La tua tenebra sarà come il meriggio.

Carissimi fratelli e sorelle, chiediamo per intercessione di Paolo di vivere questo mistero. Abbiamo tenebra, ma abbiamo tanta luce, e doniamo talvolta le tenebre che portano la luce, perché la tenebra è nostra e la luce è di Dio. Questo è quello che Paolo comprende, questo è ciò che Francesco vive quando scrive che “a noi appartengono soltanto i vizi e i peccati”, ma il bene viene da Dio, perché è lui santo e il suo nome è glorioso in eterno.

Domandiamo, carissimi fratelli e sorelle, di vivere questa scuola di umiltà e questo discepolato della gloria della croce e chiediamo a Gesù che il nostro stare sul monte non sia infruttuoso, ma ci porti giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, ad accogliere la sua luce nella nostra tenebra e di donare agli altri non presuntuosamente la nostra luce, quanto, invece, quella tenebra abitata dagli sprazzi di luce del Cuore sacratissimo del Salvatore.

Maria, preghi per noi e renda la nostra vita abitazione santa al tuo Figlio Gesù.

Amen.