I DOMENICA DI QUARESIMA
Mt 4,1-11
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
Parola del Signore.
Omelia R.P. Vincenzo Ippolito
Santuario Maria SS. Incoronata – Montoro (AV)
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Il Signore ci conceda la sua grazia e la sua pace.
Tempo fa, nel celebrare il mistero della nascita del Salvatore, noi abbiamo contemplato il Verbo che si è fatto carne nel grembo purissimo di Maria. Abbiamo confessato la nostra fede nel Figlio di Dio che, per l’amore che porta a tutti noi, si è reso figlio dell’uomo, per opera dello Spirito Santo. Ci siamo lasciati portare dalla tenerezza di quel Bambino che, ci ricorda San Luca, venne dato alla luce da Maria, nella povertà di Betlemme, “avvolto in fasce ed adagiato in una mangiatoia perché non c’era posto per loro nell’albergo”. Ma quello che il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio comporta in Lui ed in noi non siamo riusciti a comprenderlo, a penetrarlo fino in fondo, a farlo diventare chiave di comprensione del mistero della nostra vita.
Le pagine dei Vangeli ci aiutano proprio ad entrare nel mistero dell’incarnazione, a vedere le conseguenze di quella scelta che il Verbo ha fatto, obbediente alla volontà del Padre di salvare tutti gli uomini. Quando l’apostolo Paolo, scrivendo ai Galati, vuole, in un certo senso, raccogliere il patrimonio della fede e spiegare il senso dell’incarnazione, dice che Dio si è fatto uomo, esprimendosi così: “Quando venne la pienezza del tempo Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché noi ricevessimo l’adozione a figli”. Paolo esprime, in parole molto semplici, questo mistero così grande, che mente e cuore nostro non riescono a comprendere: nato da donna, nato sotto la legge significa che il Verbo ha preso tutto di noi, eccetto il peccato.
Il Concilio Vaticano II, mirabilmente, lo esprime: Il Verbo facendosi uomo si è in un certo senso unito ad ogni uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha lavorato con mani d’uomo, ha parlato con bocca d’uomo, si è in tutto fatto simile a noi, perché ha amato con cuore d’uomo. Quando Francesco D’Assisi vuol esprimere questo patrimonio della fede, parla della scelta del Figlio di Dio che da ricco si è fatto povero e “ha preso la vera carne della nostra umanità e fragilità”. La fragilità, il limite, la precarietà, la debolezza, la povertà, questo, carissimi fratelli e sorelle, è ciò che il Verbo eterno prende di noi. Per questo noi viviamo uno scandalo nel vedere l’umanità di Gesù simile alla nostra. Ci scandalizziamo quando lui si stanca e si ferma al pozzo di Giacobbe per chiedere alla Samaritana dell’acqua, o quando ha bisogno di fermarsi nella casa di Betania. Non riusciamo a comprendere perché Gesù pianga, sì, per amicizie e per affetto, ma secondo noi le persone adulte non piangono davanti alla morte di un amico, restano compassate, sì, ma non si lasciano prendere da queste debolezze! Così come quando il Figlio di Dio, prima di entrare nella città di Gerusalemme, la guarda a distanza e piange dal momento che quella città non è riuscita a “riconoscere il tempo nel quale è stata visitata dal Signore” [rimaniamo quasi senza parola, davanti ai quei racconti].
Sì, carissimi fratelli e sorelle, Gesù è simile a noi in tutto, nella debolezza e nella precarietà, nella povertà e nel limite, non nel peccato, perché il peccato non fa parte della natura umana. Poveri noi quando, volendoci giustificare per i nostri peccati, diciamo a noi stessi «ma io sono un uomo, sbaglio». È vero, l’uomo è debole, ma l’uomo senza la grazia o che rifiuta la grazia sbaglia e cade, angariato dalla tentazione, dai colpi che continuamente il demonio infligge.
Nella prima domenica di Quaresima, la Chiesa ci fa contemplare la debolezza di Gesù, il limite di Gesù, le tentazioni di Gesù e, al tempo stesso, ci fa vedere che lui si è fatto uno di noi in tutto. È questo il mistero della fede che Francesco contempla, per questo Tommaso da Celano dice che lui vedeva nel Figlio di Dio fatto uomo soprattutto due misteri, l’umiltà dell’incarnazione e la carità della passione, gli si erano impressi così profondamente nell’animo che lui non riusciva a pensare ad altro. Francesco ama l’umanità di Gesù, ha bisogno di vederla a Greccio, di contemplarla sulla Verna, lì dove nella sua carne ha i segni della carne martoriata di Cristo, lì dove insieme con Paolo può dire “Vivo ma non vivo io, in me vive Cristo, questa vita che vivo nella carne la vivo nella fede del figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me”, e ancora “Nessuno mi procuri fastidi, io porto le stimmate di Gesù nel mio corpo”. Gesù oggi dinanzi a noi è profondamente uomo, è perfettamente uomo, è bello nella sua debolezza, nella precarietà, nella fame, nella solitudine, nel silenzio. È simile a noi sotto i colpi del tentatore. È uguale a te quando senti che nel tuo cuore e nella tua mente i pensieri si affollano e vorresti strangolare qualcuno, vorresti prenderlo di malo modo, vorresti rifiutare quella benevolenza apparente. Così come ti senti lacerare quando quei pensieri non colpiscono gli altri ma colpiscono te stesso, le tue indifferenze, le tue incoerenze, la tua incapacità, che nascondi benissimo, di seguire Gesù Cristo fino in fondo.
La liturgia di oggi non soltanto ci dà la possibilità di vedere la bellezza della debolezza e del limite di Gesù Cristo che è orientato totalmente al Padre. In Gesù Cristo ci dà la possibilità di fare un cammino di verità, di smascherarci una buona volta, di togliere le tante giustificazioni che noi mettiamo sulle nostre cadute, sui nostri peccati, perché anche noi, al pari di Adamo ed Eva, ci nascondiamo dinanzi al nostro limite, non riusciamo ad essere nudi dinanzi a Dio e dinanzi agli altri, perché le debolezze ci fanno orrore, i limiti ci infastidiscono, le nostre cadute ci portano tanta vergogna. Entrando nella liturgia di questa prima domenica, noi siamo chiamati a non tenere per noi la nostra debolezza, a imparare a riconciliarci con il nostro limite, così da poter dire con Paolo «Per la grazia di Dio sono quello che sono», a mettere a frutto la grazia per dire con l’Apostolo «Tutto posso in Colui che mi dà forza», a lasciarsi portare dalla potenza dello Spirito Santo come Gesù, perché «nulla è impossibile a Dio» nella nostra disponibilità.
Ora, entrando nella liturgia e in questa pagina del Vangelo delle Tentazioni, noi ci rendiamo conto della dinamica della prova. Tante volte noi ci troviamo a peccare, ma perché siamo degli sciocchi. Non riusciamo a fermarci. Ci lasciamo travolgere dal vento impetuoso della tentazione. Abbocchiamo all’amo delle parole del demonio senza riuscire a destreggiarci, senza neppure comprendere che siamo nella tentazione. Crediamo che siano i nostri desideri, li consideriamo buoni. Non riusciamo dentro di noi a discernere quando è lo Spirito a guidarci e a parlarci, quanto invece è il tentatore che, con una nuova voce suadente, melliflua, carezzandoci, ci sta infliggendo quei colpi che ci portano a morire nella relazione con il Padre. Cosa significa essere uomini deboli? Significa essere delle creature. Significa vivere nella relazione con Dio, Creatore e Padre. Significa mettere nelle sue mani il nostro limite. Vuol dire farsi guidare dalla grazia dello Spirito Santo. Questo vuol dire essere discepoli, questo ci insegna Gesù Cristo: non una perfezione morale, non ad essere sempre all’altezza di ogni situazione, non a non cadere in quelle che sono le situazioni normali della nostra vita che non comportano peccato. Perché una cosa è la debolezza, il limite, la precarietà, la nostra creaturalità. Altra cosa invece è il peccato, è la disobbedienza, è la ribellione, è l’orgoglio, è la prevaricazione della volontà di Dio, è il peccato di superbia. Sono due cose diverse.
Guardando Gesù, noi riusciamo a comprendere, a discernere tra l’una e l’altra, ad accogliere la nostra debolezza, a farla diventare, al pari di Maria, il terreno nel quale lo Spirito Santo compie meraviglie, senza appropriarci di quello che siamo, senza scacciare Dio dalla cittadella del nostro cuore, così che la nostra vita diventi tabernacolo, abitazione e dimora sua.
Vediamo la dinamica della tentazione presente in Gesù e presente in tutti quanti noi. Perché tanto la pagina del Libro della Genesi, quanto quella del Vangelo di oggi non parlano rispettivamente di Adamo ed Eva soltanto o di Gesù che viene tentato dal demonio. Parlano di te, parlano di noi, perché siamo noi che portiamo il demonio vicino a quell’albero e parliamo con lui. Siamo noi, in Gesù, che, nella solitudine del deserto, nella nostra incapacità a pregare, a differenza di Gesù, veniamo colpiti a morte dai dardi del demonio e ardiamo per le nostre passioni, non certo, per la potenza dello Spirito Santo che nel battesimo ci è stata concessa ed arde sotto la cenere della nostra indifferenza. Gesù è stato battezzato e lo Spirito lo porta nel deserto. Gli evangelisti lo dicono in una maniera così chiara, semplice e diretta: «fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal demonio». Strano che lo Spirito conduca Gesù ad essere tentato!
Lo Spirito conduce tutti quanti noi, carissimi fratelli e sorelle, ad essere autentici, ad essere provati, sì, come l’oro nel crogiolo, ad essere graditi come un olocausto. Ovvero, noi veniamo condotti nel deserto per conoscere quello che siamo veramente. Nel capitolo ottavo del Libro del Deuteronomio, Dio per bocca di Mosè dice al popolo: «io ti ho condotto nel deserto perché tu conoscessi ciò che hai nel cuore», che non eri capace di obbedire alla mia parola, per fidarti di me, per lasciarti da me guidare, per comprendere che tu non vivi soltanto di pane, ma di ogni parola che esce dalla mia bocca, per capire che il tuo mantello non si era logorato e il tuo sandalo non si era consumato.
Nel deserto noi conosciamo chi siamo veramente, le nostre maschere cadono, i nostri pregiudizi e le nostre giustificazioni cadono e noi siamo dinanzi a noi stessi e siamo chiamati a giocarci, se la conosciamo, la nostra vera identità. Gesù nel deserto, dinanzi al demonio, è il Figlio, è il Figlio del Padre che si è incarnato. È adulto, non ci sono più Maria e Giuseppe che lo difendono, non c’è Giovanni il Battista che fa, in un certo senso, colui che prepara le strade. No, Lui è solo, dinanzi al mistero della propria vita, delle proprie scelte. Così come siamo noi soli, carissimi fratelli e sorelle, davanti al mistero della nostra vita, non ci sono messaggi che reggono, non ci sono relazioni che restano, non ci sono cellulari, social, immagini che possiamo postare, che in un certo senso ci consolino e siano macabra consolazione per tutti quanti noi e per un cuore che cerca di essere difeso. Allora, carissimi fratelli e sorelle, noi iniziamo a diventare adulti, noi iniziamo a diventare grandi. Quando, spogliati di tutte le nostre false sicurezze, ci mettiamo davanti a Dio e dinanzi allo specchio di noi stessi e prendiamo consapevolezza di non essere quello che crediamo di essere o quello che facciamo credere agli altri che noi siamo. Siamo deboli, siamo fragili, è inutile darsi un tono, è inutile elevarsi sugli altri, è inutile credersi migliori delle persone che guardiamo dall’alto in basso. Noi siamo deboli, siamo delle creature e prima o poi viene un momento della vita nel quale, spogliati di tutte le nostre false sicurezze, Dio ci dice: come vuoi vivere questa tua creaturalità, dove vuoi orientare questa tua debolezza, che vuoi fare della tua vita, come vuoi vivere la tua libertà? Possiamo credere che questo momento non venga, possiamo rimandarlo, ma ci sono dei momenti nella vita che giungono come, dice Gesù, un ladro di notte. Non ce lo aspettiamo, non lo vogliamo. Può essere una malattia inaspettata, la rottura di un rapporto importante, un fallimento o una decisione che non abbiamo preso e che ancora dentro di noi ha lasciato il segno. Ci sono dei momenti nei quali Dio ci mette in faccia la verità di noi stessi e ci dice: tu di chi ti vuoi fidare, ti vuoi fidare di me o ti vuoi fidare di te stesso? Vuoi mettere la tua vita nelle mie mani o vuoi credere, illudendoti, di poter fare da solo?
Ed è lì, carissimi fratelli e sorelle, che il demonio si intrufola, facendoci credere quello che non esiste, mettendo nel cuore dei pensieri che sono pura illusione, fomenta la fantasia, ci spinge a sognare mondi che non esistono, talvolta capacità, possibilità, che non ci sono. Perché il demonio è un bugiardo, è un mistificatore, è un pubblicista, ci fa vedere quelle cose che non ci sono, è un fotografo, è un prodigioso inventore di situazioni che non hanno una consistenza nella realtà.
E comprendiamo come il demonio si avvicina, lo abbiamo ascoltato, ad Eva, ma in una maniera quasi così delicata, così suadente. Il serpente che è la più astuta di tutti gli animali selvatici, che Dio aveva fatto, disse alla donna, è vero che Dio ha detto che non dovete mangiare di alcun albero del giardino? Quando noi vediamo che Satana si avvicina, da una parte non lo riconosciamo, dall’altra parte, orgogliosi e superbi, ma non lo confessiamo mai, non vogliamo comprendere che il demonio è più intelligente di noi, il demonio è più astuto di noi. Noi vediamo una tentazione, ma sì, ma che sarà mai, riuscirò a cavarmela! Povero Iluso, non è così! Noi prendiamo sotto gamba tante situazioni, non ci rendiamo conto del pericolo in cui noi ci mettiamo. Scherziamo con il fuoco quando trattiamo con il demonio. Superbamente crediamo di poterlo mettere in scacco, ma è lui, non con una mossa, con un quarto di mossa che ci mette nel sacco e ci porta tra le fiamme eterne. Perché l’inferno non è quello che noi vivremo – Dio non voglia! – dopo la morte. L’inferno si vive già qui, lontani da Dio, con un cuore assediato dalla sete di possesso, privato dall’amicizia con Dio. Si può stare anche in chiesa e avere dentro sette demoni al pari della Maddalena che ci impediscono di crescere nell’amore verso Dio e nell’amore verso gli altri! Il demonio che cosa fa? Questa è la sua tecnica. Prende la Parola di Dio e te la rinfaccia, la rimpasta, ti fa credere quello che non esiste, ti fa passare come verità quello che non sussiste. Ed Eva cosa fa? La sventurata rispose: no, non è così. Inizia a parlarci con il demonio, inizia a sedersi a tavolino, lo considera suo amico, suo confidente, suo consigliere. Con il demonio non si scende a patti, con il demonio non si parla. Quando nella tua vita si presentano dei pensieri e bussano alla porta del tuo cuore, la porta del tuo cuore deve stare chiusa, non devi far entrare nel tuo cuore e nella tua mente ciò che è avverso a Dio e alla sua volontà. Ma noi siamo come Biancaneve, crediamo alle favole, non riusciamo a comprendere che sotto le fattezze di quella vecchina c’è la strega malefica. Crediamo che la mela sia buona e così la azzanniamo e come quella malcapitata cadiamo nel sonno, nel sonno della morte, nel sonno del peccato dal quale soltanto il bacio del nostro principe potrà salvarci ed il principe è sempre e solo lui, Gesù Cristo. Questo è ciò che è avvenuto nel mistero dell’incarnazione. Lui ha preso tutto di noi, si è avvicinato al nostro sepolcro e alla Biancaneve della nostra umanità ha dato quel bacio di pace che ci ha fatto risorgere.
Noi cosa facciamo? Il demonio ci parla e noi iniziamo ad immaginare. Voi non morirete affatto, diverrete come Dio, ma quante bugie il demonio ci dice! E noi abboccando iniziamo a cosa fare? A immaginare. Il demonio ormai non c’è più, però la donna «vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi, desiderabile per acquistare saggezza». Quando il demonio mette nella tua vita la sua parola, dentro di te la fantasia va per la sua strada. Il demonio getta il seme della zizzania e dentro di te quel seme cresce. Perché Eva fa entrare dentro di lei la parola di quel serpente che si è presentato come amico, come consigliere e che lei accetta. In tal modo allunga la mano, mangia dell’albero della conoscenza del bene e del male e… cosa fa? «Ne diede anche al marito che era con lei e anche egli ne mangiò». Noi uomini siamo sempre così idioti! Eva va vicino al marito, mangia e il marito mangia. Vi siete mai chiesti perché il demonio non è andato vicino ad Adamo? Perché Adamo è scemo. Invece la donna è nella Scrittura il segno dell’intelligenza, della perspicacia. Se il demonio fosse andato vicino ad Adamo dicendo prendi, mangialo, non ci sarebbe stato neanche sfizio per il demonio. Invece la donna ha tutte le capacità, l’anima abitata dalla grazia di Dio ha tutte le possibilità per avversare il demonio. Ora la debolezza diventa un limite. Si vedono nudi. La debolezza nel rapporto tra uomo e donna è complementarietà in ricerca di un incontro anche fisico che genera alla vita nuova e bella. Ma hanno vergogna, non riescono a vivere con semplicità e con tenerezza la loro complementarietà, tra di loro e con Dio. Ecco, è questo il grande peccato di Adamo ed Eva: togliere Dio dalla propria vita, dire a Dio: “io non ti voglio. La mia vita me la gestisco come voglio. Il mio corpo è mio. Dei miei sentimenti faccio quello che voglio. Dei miei pensieri io faccio ciò che desidero. Delle mie passioni io faccio ciò che mi viene in mente”.
Adamo ed Eva tolgono Dio dall’orizzonte della loro vita. Ed è questo il peccato, carissimi fratelli e sorelle. Non è la debolezza il peccato. È vivere la propria debolezza senza Dio. È lasciare entrare il demonio nella nostra vita. È lasciare che il demonio ci dica quello che dobbiamo fare e quello che non dobbiamo fare. È lasciare che lui dentro di noi si appropri del trono di Dio e regni nella nostra vita anche facendoci credere che lui vuole il nostro bene. Invece non è proprio così.
Nella pagina del Vangelo Gesù che si incarna, che si fa uno di noi, nel deserto ci insegna come si vive la dinamica della tentazione. Ora, che cosa è successo nel giardino di Eden? Il demonio è andato con una vanga e ha scardinato nel cuore di Eva la Parola di Dio, Creatore e Padre. Piano piano, come una goccia, l’ha consumata. Ma quando il demonio si presenta a Gesù, in un crescendo di situazioni – lo abbiamo ascoltato – il demonio cerca, in Gesù, di scardinare la relazione con Dio, di fargli credere che Lui non ha bisogno di Dio, che può vivere l’orgoglio, può assecondare l’egoismo, può lasciare da parte quello che il Signore gli chiede. Ma Gesù è Dio e uomo insieme, lui è una persona divina, lui è pieno della Parola del Padre, lui è unto della potenza dello Spirito Santo. La zappa si avvicina, la vanga si presenta, ma il demonio non riesce a scardinare: non riesce a scardinare la Parola, non riesce a scardinare la presenza dell’amore, non riesce a scardinare l’identità che Gesù Cristo vive, è il Figlio unigenito del Padre, è tutta la compiacenza del Padre. Gesù è ricco della potenza dello Spirito Santo. Il demonio si avvicina e viene fulminato dall’amore, viene colpito dalla potenza della misericordia che Gesù contiene. Quando la vanga del demonio, della sua parola, si avvicina al cuore di Cristo, si scioglie, il vento viene liquefatto, perfino la parte di legno viene bruciata. Questo avviene quando, a somiglianza della vita del Salvatore, nella nostra vita abita la potenza dell’amore del Padre. Noi invece siamo convinti di poter combattere il demonio, in che modo? Con le nostre decisioni, con i nostri impegni, con la nostra volontà. Io ci devo riuscire, io ce la devo fare, io devo andare avanti, io devo combattere contro il demonio. Ma dove vai? Non ce la puoi fare! Non ce la puoi fare, se dentro di te non c’è una vita spirituale profonda, se dentro di te non c’è la Parola del Padre che, al momento opportuno, ti fa parlare. Gesù non si difende da sé. Questo è un fatto, uno dei più belli nella vita di Gesù. Gesù si lascia difendere dal Padre, non aggiunge nessuna parola se non «sta scritto», ma per ben tre volte risponde con la Parola del Padre, quasi a dire: Padre mio, difendimi tu. La tua parola è il mio scudo, la tua volontà la mia corazza. Quello che tu mi chiedi è i dardi contro le persecuzioni del demonio.
Ora, carissimi fratelli e sorelle, ma come vogliamo combattere i dardi del demonio? Quale corazza vogliamo mettere se la Parola di Dio non si radica dentro di noi, se la ascoltiamo soltanto quando andiamo a messa la domenica e ci lamentiamo se l’omelia è più lunga, se durante la nostra settimana non c’è vita sacramentale? Come vogliamo diventare dei cristiani migliori se non c’è adorazione eucaristica, se non c’è vita di penitenza, se non c’è preghiera autentica? Non significa che dobbiamo stare in chiesa tutta la settimana, ma dobbiamo trovare dei tempi nei quali – cinque minuti, dieci minuti al giorno – noi riusciamo a rifocillarci nella sorgente zampillante del cuore del Salvatore., possiamo innestarci nella vita vera che è Cristo. Se non ci sono questi momenti nei quali noi viviamo la pace, la serenità, stiamo sempre in un confessionale, mettiamo sempre davanti a Dio i nostri peccati, non facciamo dei passi in avanti nella nostra vita spirituale. Non c’è vita spirituale, non c’è rapporto profondo con Cristo, non c’è Parola di Dio nella tua vita! Svegliati!
Questo ci vuole dire, carissimi fratelli e sorelle, la liturgia di oggi! È un crescendo… Le tentazioni sono su tre ambiti: il rapporto con noi stessi, il rapporto con gli altri e il rapporto con Dio. In questi tre ambiti il demonio ci tenta ed in questi tre ambiti è la parola di Dio che fluisce dal cuore del Salvatore, che è il nostro scudo, il nostro baluardo. «Quando la tua parola mi venne incontro, io la divorai con avidità», dice il profeta Geremia. «La tua parola è lampada ai miei passi e luce alla mia strada», dice il salmista. E Gesù: «mio cibo è fare la volontà del Padre e compiere la sua opera».
Ecco perché, carissimi fratelli e sorelle, in questo tempo santo sperimentando la condivisione che Gesù fa della nostra vita, del cammino del popolo nel deserto verso la terra promessa, noi dobbiamo chiedere che il Signore ci doni abbondante la sua Parola, che ci offra quello Spirito Santo che è potenza d’amore e di misericordia. Così che anche noi, al pari di Gesù, veniamo serviti dagli angeli, che diventano il segno della comunione tra cielo e terra. Vivere la comunione con Cristo. Vivere il rapporto profondo con Lui. A me fa sempre sorridere quando ascolto dei genitori che sono in preda all’ansia perché non trovano un figlio… Non lo vedi da 10 minuti e già sei in ansia! Ma com’è che la stessa ansia non riusciamo a viverla quando un giorno non preghiamo? Oppure quando un giorno non stiamo davanti al Signore per cinque minuti? Quando non prendiamo la Parola di Dio, che sembra la cosa più pesante della nostra vita. E così, andiamo avanti, ma siamo morti dentro.
La Quaresima ci dice proprio questo: lasciati condurre dallo Spirito, lasciati amare da Dio! Perché solo l’amore ci fa diventare delle persone nuove! Solo l’amore e la misericordia del cuore del Salvatore, che fluisce dal suo cuore e raggiunge la nostra vita riesce ad essere acqua che disseta i nostri deserti dell’animo nostro e ci dà la gioia e la pace.
In questa Quaresima non prendiamo tanti impegni! Un impegno basta e avanza! Guardiamo Gesù, guardiamo il suo cuore ricco di amore, catapultiamoci nell’abbraccio della sua misericordia. Quando ci alziamo la mattina, diciamo: Cuore di Gesù, fammi entrare in quella fornace! Donami il tuo amore! Fammi sentire la tua dolcezza, donami la tua tenerezza! Dammi la scelta che tu hai fatto della Parola del Padre, guidami nel cammino della vita, fammi essere capace di contenere le mie ire, di limitare il mio orgoglio e di pian piano essere una creatura nuova.
Maria, lei è la tutta bella, è la tutta santa! Dinanzi a lei il demonio non si presenta, anzi è sbaragliato dal solo sguardo che Maria può fare contro il serpente. Quando si fanno gli esorcismi e si invoca la Madonna, il demonio in quella persona posseduta fa le bizze, inizia a gridare.
Maria ci aiuti nel nostro cammino, ci sorregga, ma ci dia soprattutto l’esperienza dell’amore, di essere anche noi nel cuore pieni di quella potenza di Spirito Santo che esce dal cuore di Gesù e fa diventare tutti noi delle creature nuove, belle, capaci di smascherare le macchinazioni del demonio e di camminare con la forza di Dio in una vita nuova.
Amen.

