Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce

01 Marzo 2026
II DOMENICA DI QUARESIMA


Mt 17,1-9
+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Parola del Signore.

Omelia R.P. Vincenzo Ippolito
Santuario Maria SS. Incoronata – Montoro (AV)

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Versione Testuale

Il Signore ci conceda la sua grazia e la sua pace!

La liturgia di questa Seconda Domenica di Quaresima ci dà la possibilità di disegnare un cammino di fede significativo ed incisivo. Tutti noi abbiamo ricevuto, lo diciamo con le parole di Paolo a Timoteo, “una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo disegno e la sua grazia”. Scopriamo la nostra vocazione, quando dialoghiamo con Dio come Gesù sul monte, quando ci immergiamo nella Scrittura e veniamo illuminati dalla volontà del Padre; riconosciamo il disegno e la grazia dell’Onnipotente quando riusciamo a ritagliarci del tempo per stare con Dio, cuore a cuore con Lui, per comprendere la Sua volontà, per interiorizzare la Sua parola, per fare spazio alla forza dello Spirito Santo, che opera in noi con potenza. E scesi dal monte al pari di Pietro, Giacomo e Giovanni nella sequela di Gesù, sappiamo che il Signore, come un giorno ad Abram, ci dice di uscire dalla nostra terra e di andare verso il paese che Lui ci indicherà. Lì Egli realizzerà la Sua promessa e ci farà diventare una grande nazione, il Suo Regno, il Suo popolo santo. Questo itinerario, carissimi fratelli e sorelle, che la liturgia disegna dinanzi al nostro sguardo, diventa il percorso che anche noi siamo chiamati a fare: scoprire e riscoprire la nostra vocazione e il disegno della Sua volontà, per il quale siamo stati predestinati ad essere santi e immacolati al cospetto di Dio nella carità. Ci immergiamo continuamente nel mistero della preghiera e apprendiamo la volontà del Padre che ci spinge ad uscire, a rischiare, ad osare, a mettere da parte quello che siamo e ciò che abbiamo; verso il paese che Dio ci indica siamo chiamati a camminare, perché il Signore desidera fare di noi il suo popolo santo. Ci fermiamo su una di queste tappe, quella che ci viene proposta dalla pagina evangelica di Matteo, perché è nella preghiera che noi scopriamo e riscopriamo la bellezza della nostra vocazione e nel rapporto con il Padre, con il Figlio Gesù Cresto, nella potenza dello Spirito Santo noi apprendiamo il disegno della divina volontà, diventiamo, se non totalmente consapevoli, almeno all’inizio, di quello che è il Suo progetto su di noi, anche se poi la volontà di Dio si comprende al pari di Abramo facendola, gettandosi nel mare della storia, affrontando le situazioni che giorno dopo giorno si presentano.

Gesù, trentenne, inizia la sua vita pubblica, ma, lo abbiamo ascoltato, così come sempre ce lo ricorda il Vangelo, ha bisogno di respirare. Anche a noi, in realtà, si presenta lo stesso desiderio. Ci affoghiamo nelle mille occupazioni della nostra vita, ci lasciamo prendere dal frastuono della nostra giornata, corriamo in lungo e in largo. Tutti hanno bisogno della sollecitudine del nostro cuore; a tutti dobbiamo offrire parte di noi, del nostro tempo e del nostro affetto; e così, come una palla da biliardo, andiamo da una parte all’altra, sotto la stecca della quotidianità. Schizziamo tra la casa, gli affetti, il lavoro, le preoccupazioni, gli imprevisti e tante volte sentiamo affacciarsi nel cuore il desiderio di respirare, di avere pace, di trovare una sosta, di fare una pausa. È quello che vive anche Gesù, lo sappiamo bene, le sue giornate sono piene, tra la predicazione e i miracoli, tra le folle che desiderano almeno toccare il lembo del suo mantello per appropriarsi della potenza della sua vita che esce dalla sua divina Persona, contagiando prima di tutto le vesti e poi il cuore delle folle che, al pari della Samaritana, hanno sete di felicità e di gioia, al pari di Nicodemo, desiderano la luce camminando nel buio, al pari di tutti gli uomini, anche noi desideriamo trovare in Cristo la felicità e la gioia.

Gesù ha bisogno di pause, ha bisogno di prendere fiato, ha bisogno di respirare e il respiro di Gesù è la preghiera. Questo significa pregare: respirare a pieni polmoni. Quando tu sei affannato per le occupazioni, quando le preoccupazioni della tua famiglia ti danno noia, ti schiacciano, quando tutto intorno a te sembra frustrarti, l’unico respiro della tua vita ti viene dalla preghiera, dalla relazione con Cristo, dal sapere che Lui ti ama, dalla capacità di gettarti nel Suo abbraccio, di fare esperienza dell’abisso sconfinato del Suo amore che si riversa dentro di te. Questa è la preghiera! E più preghi, più riesci a dare spazio a questa relazione, a far crescere questa amicizia. Più respiri e più vivi; più parli con il Padre e più sei autenticamente creatura. Per questo Gesù scappa; per questo Gesù si ritaglia tempi; per questo Gesù vive notti di preghiera, solo, fuggendo da coloro che, dopo la moltiplicazione, lo vogliono incoronare loro re e andando via quando comprende che gli uomini non riescono a capire che il suo regno non è di questo mondo. Gesù è uomo e Dio: da Dio sta sul seno del Padre e da uomo vuole continuare a starci. Questo, carissimi fratelli e sorelle, è la preghiera, è respirare con Dio e sapere che il suo amore ci basta, che il suo affetto ci ricarica, che la sua Parola è la nostra vita, che il suo sogno l’orizzonte della nostra esistenza. Pregare significa ricevere la forza della sua onnipotenza, la luce della sua presenza, la cura del suo affetto, la mano tesa della sua tenerezza che non ci fa precipitare nella valle dell’orgoglio, dell’egoismo e della morte. Questa è la preghiera per Gesù. Si inabissa nell’oceano del Padre ed è dolce per lui stare in quell’abbraccio e tutti coloro che fanno questa esperienza sanno bene che è faticoso entrare nella preghiera e nel silenzio assordante della relazione con Dio, ma è così difficile quando sei entrato a contatto con Dio dovertene staccare, dal momento che Lui è tutta la tua dolcezza, Lui è tutto l’amore che il tuo cuore desidera e la sua tenerezza che si riversa dentro di te ti dona energie nuove e vere.

Questa è la preghiera per Gesù. I Vangeli ce la presentano, ma in maniera fugace, veloce perché noi non possiamo, carissimi fratelli e sorelle, entrare nel rapporto vitale che il Figlio di Dio vive con Dio che è suo Padre. I Vangeli descrivono, per quanto le parole possano dire, il tempo che Cristo dedica alla preghiera e ci presentano Gesù che insegna ai discepoli ciò che è necessario per vivere una relazione con Dio che diventa trasformante. Ma la preghiera è un dono. Per questo Francesco nella sua prima regola scrive ai frati “coloro che hanno ricevuto il dono del silenzio lo serbino” e Tommaso da Celano quando parla di Francesco dice che “non era tanto un uomo che pregava ma tutto trasformato in preghiera vivente” ovvero trasformato, trasfigurato nel dialogo con Dio. La preghiera ti trasforma ovvero la preghiera ti rende uomo, ti rende capace di dialogare, di parlare con Dio e con gli altri, di intavolare relazioni sincere, di crescere in amicizie serene. La preghiera ci educa alla relazione, la preghiera sprigiona le potenze della nostra relazione, relazione con Dio e relazione con gli altri. Francesco è un uomo trasformato, al punto tale che quando riceve le stimmate e cammina a dorso di un asino, tutti lo possono toccare, ma lui è proiettato in Dio e sarà con le stimmate capace di sopportare tutte le difficoltà della vita, perché può dire con Paolo “nessuno mi procuri fastidi io porto le stimmate di Gesù nel mio corpo”. Francesco ha fatto l’esperienza della preghiera perché come Pietro Giacomo e Giovanni è stato condotto sul monte a vedere Gesù che prega.

Siamo sempre convinti che la preghiera la facciamo noi, io mi ritaglio del tempo, io prendo la Bibbia o la Liturgia delle Ore o il rosario, io mi metto davanti all’Eucaristia perché la preghiera dipende da me. Questo noi crediamo. Non c’è sbaglio più grande, perché non sei tu che preghi, è Cristo che prega dentro di te, è lo Spirito che ti fa pregare. Per questo Paolo può dire “noi non sappiamo neanche che cosa sia giusto chiedere, ma è lo Spirito che grida con gemiti inesprimibili”, perché Lui conosce i disegni e i sogni di Dio. È lo Spirito dentro di te che ti fa pregare. Se tu non preghi o se tu preghi poco è perché non ascolti lo Spirito, perché non permetti allo Spirito di Cristo che è dentro di te. fin dal giorno del battesimo. di trasformarti. di vivificarti. di trasfigurarti. di farti diventare una creatura nuova.

Gesù prende Pietro, Giacomo e Giovanni. Il testo dice che “li conduce”. La preghiera significa lasciarsi condurre da Dio. Dove? Nel mistero del Padre. Dove? Nel suo affetto di misericordia, in quel cuore che ci rigenera, in quell’abbraccio che ci vivifica. Se non prendi la mano di Gesù e non segui Lui che è il maestro della preghiera, non pregherai, non pregherai mai; non imparerai a pregare se, al pari dei discepoli, non dici, rivolto a Gesù: “Signore insegnaci a pregare”; se non guardi Gesù come prega, se non lo vedi trasformato, non avrai il desiderio di pregare. La preghiera nasce nel cuore come esigenza di relazione con Dio e come grazia di trasformazione a noi offerta quando vediamo Gesù che si trasfigura quando prega, che diventa bello quando prega, che diventa luminoso, sfolgorante, celestiali le sue vesti, tutto trasformato, tutto vivificato, tutto candido, tutto splendore, tutta bellezza. I discepoli vengono condotti a vedere Gesù come prega. Per questo quando preghiamo dobbiamo invocare lo Spirito Santo all’inizio del nostro pregare, perché è lo Spirito che ci introduce nella preghiera di Gesù. In questa relazione filiale è lo Spirito che ci fa entrare nel cuore di Cristo, che ci fa vivere cuore a cuore con Lui, che ci mette sulle labbra, nel cuore, nella mente la sua Parola e la sua preghiera e, al tempo stesso, purifica il nostro cuore, perché noi riusciamo a crescere in spessore di sensibilità, così da combattere i pensieri che si presentano e concentrarci, con il cuore e con la mente, nel mistero della volontà del Padre che è sorgente di vita nuova e vera per ciascuno di noi.

I discepoli salgono e non sanno neanche che cosa accadrà sul monte, si fidano di Dio ed è quello che devi fare anche tu: devi fidarti di Dio perché la preghiera è un viaggio, come l’esodo per il popolo, come l’uscita dalla terra di Canaan per Abram, per Sarai e sua moglie e per tutta quanta la sua discendenza. La preghiera è un cammino: non sai dove ti condurrà, pregare significa mettersi nel cuore di Dio e lasciarsi stupire, meravigliare, infondere nel nostro cuore la forza del suo amore, perché Dio realizzi in noi il suo disegno di salvezza e ci renda capaci di operare quello che alle nostre forze è totalmente impossibile fare. L’Evangelista dice immediatamente e lo abbiamo ascoltato che vanno “in disparte su un monte” alto. Il monte è sempre il luogo della rivelazione di Dio, tanto per Mosè il Sinai, quanto per Elia l’Oreb, sa dire proprio la separazione dagli uomini che non è divisione non è fuga perché la preghiera non è fuga, la preghiera è rigenerazione del cuore. Più preghi, sembra strano e più tu riesci ad amare gli altri, a servire gli altri perché il segno che la tua preghiera è vera è la capacità di mettere la tua vita nella mano degli altri.

Nella preghiera c’è questa doppia dimensione: una dimensione centripeta e una forza centrifuga. Più tu ti centri nel mistero di Cristo, più entri nel suo cuore orante, più stai a contatto con Cristo, stringendo la sua Parola, lasciando fluire dentro di te la Scrittura, permettendo allo Spirito di illuminarti e più Dio ti spinge fuori. Forse non accade questo con Mosè, sul monte? Il roveto ardente porta Mosè lontano, lo riporta in Egitto ad essere segno della liberazione che Dio vuole operare per il popolo oppresso dai gravami della schiavitù. Più Elia sull’Oreb entra nella brezza di quel silenzio che è assordante e più lui viene inviato ad una nuova missione, viene spinto non ad allontanarsi dalla storia, ma a partecipare alle vicissitudini del suo tempo, segnato dall’idolatria e dalla difficoltà tra regno e regno. Questo fa la preghiera: ci porta ad essere capaci di incarnarci nella storia, di mettere la nostra vita al servizio degli altri, di essere gli uni insieme agli altri costruttori del regno di Dio. La preghiera smussa i nostri spigoli e, quando ci sono, li fa unire agli spigoli degli altri, proprio per essere corpo, per essere muro, per essere edificazione, per essere casa, per essere il tempio di Dio.

Matteo dice “e fu trasfigurato davanti a loro”. Ma che cosa cambia in Gesù? Gesù è già bello, è il più bello tra i figli dell’uomo. Gesù è il Figlio di Dio. Cosa significa trasfigurarsi? Che cosa significa cambiare? Significa che la ricchezza del suo essere Figlio di Dio si riflette fuori. Gesù non riceve la luce da fuori, perché fuori promana la luce che c’è dentro. In questo modo dal suo cuore, dal suo animo, viene fuori tutto lo splendore della sua divinità. Noi lo diciamo nel credo “luce da luce, Dio vero da Dio vero”. Questo è Gesù trasfigurato: la sua carne è trasformata dalla potenza della luce che dentroEegli è e promana; è la sua identità che non riesce più a celare, la sua carne non riesce più a nascondere la divina Persona che nel grembo di Maria si è fatto nostro fratello e nostro salvatore.

“Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”. Come non pregare quando dentro di te scopri questa sorgente di Spirito Santo che ti fa riscoprire la bellezza dell’essere figlio di Dio! Come non abbandonare ogni cosa, per correre anche tu sul monte, quando scopri che dentro di te devi pregare, perché c’è questo desiderio insopprimibile di stare con il Padre, che vivifica la tua identità e che rende autentici i tuoi sogni, purificando i tuoi desideri! “Il suo volto brillò come il sole le sue vesti divennero candide come la luce”. Questo fa la preghiera: la preghiera non ti dà una maschera, quanto invece rispolvera e fa venire fuori l’identità del tuo battesimo. Nella preghiera tu non chiedi che Dio esaudisca delle cose, che metta a posto delle faccende. Questo lo fanno i pagani! “Non siate come loro quando pregate essi credono di essere ascoltati a forza di parole”. Questo viene dopo “cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, il resto vi verrà dato in aggiunta”. Pregare significa invece far venire fuori la nostra dignità dei figli, la bellezza dell’essere figli. Gesù dinanzi al Padre è nudo, è spoglio, è rivestito del suo amore, perché nella preghiera Dio ti spoglia, Dio non sa che farsene dei tuoi privilegi umani, di quelle che sono le tue capacità, della posizione del tuo lavoro o del tuo conto in banca. A Dio non interessa questo e non sono queste le cose che ti rendono accetto al cospetto di Dio, quello che fai, i palazzi che alzi, le imprese che realizzi. Davanti a Dio tu sei figlio e devi vivere da figlio e sempre scoprendo di più la dignità di figlio tu costruisci la fraternità, scopri che la sorgente della comunione sta nel ceppo comune di essere tutti figli dello stesso Padre, redenti dal sangue di Cristo, irrorati dalla potenza dello Spirito che ci fa diventare delle persone nuove. Pregare significa far venire fuori la nostra identità naturalmente purificando il nostro carattere, mettendo da parte le spigolature dei nostri atteggiamenti sbagliati. Pregare significa splendere e far splendere la luce di Dio nelle tenebre del nostro orgoglio, nel buio delle nostre presunzioni. Pregare significa tacere e far tacere il nostro egoismo, perché la dignità dei figli è molto più importante delle pretese che noi accampiamo nella nostra vita e nella vita degli altri.

“Apparvero loro Mosè ed Elia che conversavano con lui”. Carissimi fratelli e sorelle, dilettissimi figli, Gesù prega con la Scrittura, Gesù si immerge nella Scrittura. Per questo io batto sempre sulla lettura e sulla meditazione quotidiana del Vangelo, insisto continuamente con tutti, con giovani e meno giovani. La lettura quotidiana del Vangelo significa immergersi nella Parola di Dio, così come fa Gesù. E più leggi la Scrittura più assimili la vita di Dio, assimili il bene secondo Dio, riconosci il male, fuggi il demonio, combatti la tentazione, riesci a prevalere nella tribolazione; più assimili la Parola di Dio e più penserai come Dio, parlerai come Dio, verrai trasformato in Dio, così come l’assimilazione dell’Eucaristia, nutrendoci quanto più spesso è possibile, ci porta ad essere trasformati, vivificati, a poter dire con Paolo “Vivo ma non vivo io, in me vive Cristo”. Gesù parla con Mosè discorre con Elia. Luca appunterà che il Messia “parla del suo esodo che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme”. La preghiera è concretezza, non è allontanarsi dalla realtà, ma è chiedersi: Dio, in questa situazione che cosa mi chiedi? Padre mio in questa difficoltà che cosa mi proponi? Qual è la luce che mi offri? Qual è la capacità che lo Spirito Santo fa sprigionare dentro di me? La preghiera non serve per alienarsi dalla realtà, ma per diventare responsabili, per rimboccarsi le maniche, per capire che in quella realtà noi dobbiamo sporcarci le mani. Questo significa essere cristiani: sporcarsi le mani, non fare come il levita e il sacerdote che davanti a quell’uomo incappato nei briganti sulla strada da Gerusalemme a Gerico passarono dall’altra parte. Il Figlio di Dio si è sporcato le mani facendosi uomo e noi, seguendo il suo esempio, viviamo autenticamente se riusciamo a sporcarci le mani anche noi, se riusciamo a preoccuparci delle situazioni dei fratelli, se riusciamo a prenderci a cuore quello che loro vivono. Questa è la compassione, questo è il frutto maturo della preghiera. Se la tua preghiera giunge a fare della tua vita un dono agli altri stai camminando dietro a Gesù Cristo. In caso contrario, stai percorrendo altre strade ma non sono le strade di Dio, sono le strade degli uomini, sono le strade che il tuo egoismo fa passare come la via di Dio che dona salvezza. Conversare con la Scrittura leggerla, assimilarla, gustarla, ruminarla, proprio come facciamo con l’Eucaristia. Sono le due mense dalle quali noi attingiamo la luce e la forza, la grazia e la pace, l’energia e la potenza che viene direttamente da Dio. Per questo san Paolo può dire “tutto posso in colui che mi dà forza e opera in me con potenza”. Come mai sei sempre stanco quando devi perdonare? Come mai sei sempre affranto quando devi pregare? Come mai riesci a fare tutto, ma quando si tratta di mettere la tua vita davanti a Dio preferisci decidere per conto tuo il bene e il male e così allunghi anche tu la mano e prendi dell’albero della conoscenza del bene e del male come i progenitori ed estrometti Dio dalla tua vita? Noi lo facciamo questo perché non c’è spessore di relazione con Dio, siamo deboli perché non attingiamo la forza, siamo fragili perché non prendiamo la grazia. È tutto a nostra disposizione! Noi abbiamo la possibilità di essere santi come Francesco, di essere belli come Chiara, di essere evangelici come la tradizione bella della nostra famiglia francescana. Abbiamo tutto a disposizione per essere delle persone migliori, non ci manca la grazia, non ci manca la forza, non ci manca lo spirito, non ci manca il profumo della famiglia serafica! Ma siamo noi che dobbiamo dire di sì a Dio come Maria, dobbiamo accogliere la sua provocazione, dobbiamo lasciarci raggiungere dal suo sogno e dal suo desiderio. Non possiamo continuare a trascinare la vita, non possiamo arrampicarci in un’esistenza che ha più i segni dell’egoismo che quelli della carità autentica di Cristo Salvatore. Questo è ciò che la liturgia ci chiede oggi: cresci nella vita di preghiera, cresci nell’amore con Dio, cresci nell’amore verso gli altri, lascia che nella preghiera tu venga rigenerato, lascia che nell’orazione tu venga spinto fuori e allontanato dalla tua terra, lascia che Dio ti espropri, lascia che Dio ti spianti e ti metta in un terreno che non conosci. Non aver paura delle situazioni che Dio ti presenterà, delle amicizie che Dio ti donerà, dei terreni in cui verrai inviato ad essere seminatore di bene: questo è quello che Dio ci vuole dire in questa seconda tappa del nostro cammino.

I discepoli entrano nella preghiera, lo abbiamo ascoltato, Pietro come tutti quanti noi non riesce a capire, vuole fare tre tende. Anche noi quando stiamo bene non vorremmo allontanarci dalle cose belle, ma la preghiera ci chiede sempre la relazione con Dio, ci chiede sempre di essere maturi ed adulti diventando responsabili. “Egli stava ancora parlando” dice il testo “una nube luminosa li coprì con la sua ombra”. È la stessa nube che conduce il popolo nella traversata nel deserto. Nella preghiera comprendi e non comprendi, sai e non sai, sei continuamente nel dubbio. La preghiera non ti dà certezze, la preghiera ti dà la forza di accogliere il rischio della vita. Nella preghiera Dio non ti dà idee chiare e distinte, nella preghiera Dio ti dice una sola cosa: io sarò con te qualsiasi cosa ti accadrà, io non ti abbandonerò mai perché ho tatuato il tuo nome sulle palme delle mie mani. Questo ci dice Dio nella preghiera. Noi pretendiamo che il Signore ci faccia comprendere tutto, che ci dia chiarezza di idee, che ci dia forza nelle intenzioni e invece no. Dio ci dà la sua manna giorno per giorno, la sua forza attimo per attimo, la sua luce secondo il bisogno che noi abbiamo di camminare nel buio. Questo fa Dio con noi.

“Ed ecco una voce della nube”. Quando noi crediamo di non capire nulla, quando noi crediamo di essere circondati dalla nebbia, “non capisco nulla, non so proprio”. In quel momento c’è questa voce di Dio e questa voce di Dio dice: “Questi è il mio figlio, è l’Amato, in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. Ed è la voce più bella, carissimi fratelli e sorelle, che noi ascoltiamo! Perché in quei momenti di buio, in quei momenti di tenebra, noi vogliamo una parola per noi, pretendiamo che Dio ci faccia comprendere. “Signore tu dove sei? Dove mi stai conducendo? Non riesco a comprendere perché tu mi stai chiedendo questo”. Noi ci aspettiamo delle risposte, ma Dio non ce ne dà. Ci dà una sola risposta e quella risposta si chiama Gesù. Sempre e solo Gesù! E la voce del Padre, noi vogliamo piegarla ai nostri desideri e invece il Padre ci dice: “Ma cosa mi chiedi? Io ti ho dato tutto, io ti ho detto tutto in Gesù. Guarda a Lui, Lui è il mio Figlio amato e tu sei amato come Lui”. Gesù nell’ultima cena lo dirà: “hai amato loro come hai amato me”. Dio ci ama di un amore immenso, che non riusciamo a contenere nei piccoli spazi, nel piccolo chiostro del nostro cuore!

Questi è il mio figlio, l’Amato, in lui ho posto il mio compiacimento”. Ascolta Lui! Ma io vorrei sapere… Ascolta Lui! Ma io vorrei comprendere… Ascolta Lui! Ma io vorrei andare… Obbedisci a Lui! Questo il Padre ci dice nella preghiera! E obbedienza significa fidarsi, come Abram partì. Ma non so dove andare… Parti! Ma non so cosa comporterà questa decisione… Esci dalla tua terra! È Dio la tua eredità, è Dio il tuo baluardo. È Dio il tuo pastore.

I discepoli scendono dal monte, così come scendiamo anche noi tante volte da questo monte, più confusi che chiariti. Non sanno che cosa accadrà. Gesù ordina: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo sia risorto dai morti”. E i discepoli tengono la cosa per sé. Ed è bello vedere che, scesi dal monte, Gesù e i discepoli verranno risucchiati dalla predicazione, dai miracoli, da gente che desidera, da un padre che chiede la guarigione del suo figlio. Questo fa la preghiera: ci dà la forza di essere mangiati dagli altri come pane, di diventare per gli altri luce, ma non perché noi abbiamo la luce, ma perché abbiamo Gesù. È Lui che rifulge nelle nostre tenebre e diventa luce della vita per i nostri fratelli.

Questa è la nostra vocazione santa”, carissimi fratelli e sorelle, e per viverla affidiamoci a Maria, lei che è la donna della luce, lei che è la donna della trasfigurazione. La bellezza di Maria è Gesù. Per questo, quando va da Elisabetta, il suo saluto è pieno, la sua voce è calma e dona la fragranza della presenza del Salvatore che porta nel seno. Chiediamo a Maria il segreto per far venir fuori sempre e solo il bene, per far venir fuori e per donare ai fratelli Gesù che sta nel nostro cuore, sta nel tuo cuore. Fai venir fuori Gesù e lascia che Lui sia splendore, chiarore e vita nel tuo tempo e nell’eternità. Amen.