IV DOMENICA DI QUARESIMA
GV 9,1-41
+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».
Parola del Signore.
Omelia R.P. Vincenzo Ippolito
Santuario Maria SS. Incoronata – Montoro (AV)
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Il Signore ci conceda la sua grazia e la sua pace.
Io sono l’acqua che ti disseta.
Io sono la luce che illumina le tue tenebre.
Io sono la vita che vince ogni morte.
Sono queste, carissimi fratelli e sorelle, le parole che Cristo Signore rivolge a tutti quanti noi in queste tre domeniche che scandiscono l’itinerario quaresimale. Dopo aver contemplato Gesù condotto dallo Spirito nel deserto, vittorioso contro lo spirito del male, dopo aver imparato da Cristo, persi nella contemplazione della sua trasfigurazione, il segreto della preghiera che ci porta ad uscire da noi stessi e ad accogliere la volontà del Padre per la salvezza degli uomini, le tre tappe – il pozzo di Giacobbe con la Samaritana, il cieco nato, a Gerusalemme e a Betania la resurrezione di Lazzaro – indicano che Cristo è tutto per noi, è acqua, è luce, è vita. E in questo itinerario la Chiesa ci sta dicendo proprio di dissetarci al costato del Salvatore, di attingere da quella roccia battuta dalla verga della nostra preghiera l’acqua che ci disseta. La Chiesa domenica prossima ci dirà: Cristo è la vite che produce frutti abbondanti di grazia, accogli la linfa della sua vita e lascia che la tua esistenza come quella di Lazzaro possa sperimentare la potenza della Pasqua, il passaggio dalla tua morte alla sua vita.
In questa quarta tappa incontriamo Gesù, Lui che è la luce, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero. In Lui è la vita e la luce, in Lui è il chiarore e la bellezza, in Lui è la grazia e la misericordia, il perdono e la bontà. Per questo, il profeta Isaia può affermare: “attingerete con gioia alle sorgenti della salvezza” e la salvezza è Gesù. Per questo egli griderà: “io sono la luce del mondo, chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”. Il capitolo nono del vangelo secondo Giovanni, che abbiamo ascoltato, ci dà la possibilità di immedesimarci con il cieco nato e di fare un cammino di resurrezione e di vita, di gloria in gloria, di luce in luce, di chiarore in chiarore. Uno degli aspetti significativi ed incisivi della pagina evangelica odierna è la gradualità del cammino di fede. Noi siamo solitamente abituati a voler correre, a bruciare le tappe, a desiderare tutto e subito. Invece, abbiamo visto la scorsa domenica che la Samaritana viene condotta da Gesù a comprendere che è Lui il pozzo che disseta. La donna non riesce a capire, ma viene portata per mano a confessare che Gesù non è un profeta, ma è il Messia, il salvatore del mondo. E la sua testimonianza diventerà significativa anche per gli stessi abitanti della sua città di Sicar che crederanno in Gesù e dopo averlo incontrato potranno dire: “non è più per la tua parola che noi crediamo in lui ma perché lo abbiamo visto e lo abbiamo ascoltato”. È un cammino graduale quello che noi facciamo incontrando Gesù Cristo perché la sua Parola deve penetrare negli spazi del cuore, la sua voce che è luce deve rischiarare le tenebre dell’animo nostro. Dobbiamo essere illuminati nella mente, convertiti nel cuore, nelle parole, nei sentimenti, nelle azioni perché “se uno è in Cristo è una creatura nuova, le cose vecchie passano e vengono di nuove”, quelle della volontà di Dio di operare secondo il bene, di essere sempre rischiarati dall’alto, dal sole che sorge che è Cristo Signore.
Quando leggendo la pagina del Vangelo odierno vogliamo vedere la gradualità di questo cammino basta scorgere la presenza di Gesù. C’è all’inizio del brano e alla fine. All’inizio, lo abbiamo ascoltato, Gesù vede un cieco e sputa a terra, prepara del fango, lo spalma sui suoi occhi e lo manda alla piscina perché possa lavarsi. Egli lo fa, obbedisce ed è guarito, ci vede. Lui non ha mai conosciuto la luce, per la prima volta il chiarore lo abbaglia, deve abituarsi alla luce, deve imparare a camminare nella luce. Questo non vale soltanto per il cieco, vale per tutti quanti noi. Il cammino è graduale, il cammino è lento, per lui come per Paolo, per Pietro per Giacomo, per Giovanni, per tutti gli apostoli. È un cammino fatto lentamente: Gesù opera la salvezza, poi scompare. Riapparirà alla fine del brano per condurre quella persona a fare quel salto di qualità dalla guarigione degli occhi alla guarigione del cuore, dalla vista degli occhi alla vista del cuore. perché si vede bene soltanto con il cuore. Quando gli occhi non sono guariti dalla potenza, dal balsamo della misericordia di Cristo Signore noi siamo come Samuele, ci fermiamo all’apparenza e non riusciamo a vedere con il cuore, a percepire con le profondità della sensibilità che lo Spirito Santo rende penetrante ed attenta.
Gesù gradualmente ti guida, piano piano ti guarisce. Vediamo, carissimi fratelli e sorelle, l’itinerario della guarigione di questo cieco. Lo abbiamo ascoltato, prima incontra Gesù poi coloro che gli sono vicini, lo fanno crescere nella consapevolezza della guarigione, poi ci sono i farisei, poi i farisei lo scacciano, lo richiamano, ascoltano i genitori. Ci sono tante peripezie, simili a quelle che viviamo anche noi che, dopo aver incontrato Gesù, tante volte ci sentiamo persi, dopo l’euforia degli inizi, nella vita di preghiera, nella testimonianza della carità, nella trasformazione di tutta quanta la nostra esistenza.
Andiamo per gradi. La prima tappa: l’incontro con Gesù. Non è il cieco che chiede, è Gesù che lo raggiunge. Non è il cieco che domanda la luce, è Gesù che lo vede e guarda in profondità il suo bisogno. È bello questo gioco che viene presentato dall’evangelista: l’uomo non vede, ma Dio lo vede e lo guarisce. Noi siamo proprio come il cieco, carissimi fratelli e sorelle: camminiamo nelle tenebre, ma Dio ti guarda, Dio ti vede, Dio ti accompagna così come capita al popolo schiavo nell’Egitto. Dal roveto ardente Mosè ascolta la voce del Signore, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe che dice: “ho visto l’afflizione del mio popolo, ho ascoltato il grido che sale dalla schiavitù, sono sceso per liberarlo dall’oppressione del faraone e dalla terra d’Egitto, per condurre verso una terra spaziosa dove scorre latte e miele”. Dio vede, Dio ascolta, Dio interviene. Così come anche nella tua vita: Dio vede la tua afflizione, Dio si prende a cuore la tua situazione, Dio rivela misteriosamente la sua bontà. Dio ti nutre con il favo di miele della sua misericordia, Dio con fior di farina sostiene il tuo cammino nel deserto perché tu possa giungere alla terra promessa. Ma noi non lo vediamo, noi sembra che non sperimentiamo la sua presenza e invece Lui ci conduce, Lui è il buon pastore: “se dovessi camminare in una valle oscura io non temo alcun male perché tu sei con me il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”.
Al cieco viene chiesta la docilità, viene chiesto di farsi toccare da quell’impiastro, di farsi ungere da quella terra che è stata unita con la saliva, segno della vitalità di Cristo Salvatore comunicata alla terra. Sembra di essere ritornati in Genesi quando “Dio plasmò l’uomo con polvere sottile del suolo e insufflò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. Devi lasciarti toccare da Gesù nei dolori della tua vita, nei tuoi occhi che sono incapaci di vedere, nel tuo cuore che è chiuso nell’egoismo. Devi lasciarti toccare nelle tue mani rattrappite, incapaci di aprirsi al dono e alla condivisione. Devi lasciarti raggiungere dalla potenza di Cristo Signore e Salvatore, lo devi lasciare operare nella tua vita, ti devi fidare totalmente di Lui, devi mettere tutto quello che sei, tutto quello che pensi, perfino i tuoi stessi peccati, nelle mani creatrici di Dio perché possa riplasmarti come l’argilla nelle mani del vasaio, possa insufflare nella tua vita quella potenza di Spirito Santo che ci dona forza, ci dona vigore, perché “tu mi doni la forza di un bufalo, mi cospargi di olio splendente”. Questo fa Gesù!
Da una parte il cieco lascia fare, dall’altra obbedisce. Questi sono i due pilastri dell’inizio del nostro cammino di fede. Se non c’è disponibilità a Cristo che ci tocca, se non c’è docilità a Cristo che ci parla, se non c’è capacità di obbedire, di fidarci, di andare a quella piscina, di immergerci in quell’acqua noi non conosceremo la guarigione, non sperimenteremo la vita. Tu vuoi guarire senza obbedire, tu vuoi essere risanato senza essere toccato! Noi crediamo, al pari di Naaman il Siro, che Dio debba pronunciare su di noi una formula magica, debba dire alcune parole che risultino un incantesimo capace di sciogliere i nodi del nostro cuore e di donarci la gioia. Dio invece, come nei sacramenti, utilizza segni efficaci della sua grazia, parole incisive che chiedono l’obbedienza. Che cos’è un po’ di pane? Che cos’è del vino sull’altare? Eppure attraverso questi elementi presi dalla terra, Dio rivela la sua presenza, entra nella tua vita e ti rende invincibile nel combattimento, ti dona l’unzione divina dello Spirito Santo. Che cos’è mai un uomo quando ti accosti al sacramento della rigenerazione? È un peccatore come te e talvolta è un peccatore più di te, ma è potente per la grazia del Salvatore e le sue mani trasmettono la misericordia, la sua parola ti vivifica e, proprio come Naaman il Siro, la tua carne diventa come quella di un fanciullo.
Dio si dà attraverso dei segni che ci toccano nelle nostre lividure, che penetrano nel marciume del nostro peccato. Non devi averne vergogna, non devi nasconderti come Adamo ed Eva, non devi chiuderti nel tuo mondo interiore, ma lascia che il Signore, entrando dentro di te, ti doni l’aria primaverile di quello Spirito che fa fiorire la vita. Non aver vergogna delle tue morti, della tua cecità, della tua incapacità, della tua lentezza nel cammino di fede. Fidati di Lui, affidati a Lui, obbediscigli ciecamente e immergiti nella piscina del suo cuore per trovare abbondanza di vita, vista e chiarore luce e benedizione.
Gesù scompare, come capita spesso all’inizio del nostro cammino di fede. C’è l’incontro con Cristo, c’è l’euforia, ci sentiamo capaci di fare pezzi di cielo, la carità è svelta, la determinazione è costante, c’è il fervore, lo zelo nella vita di fede, ci sentiamo capaci di fare tutto, ma pian piano avvertiamo come se Dio ci avesse abbandonato, come se Dio ci avesse lasciati soli nel combattimento. E invece Dio ci sta portando in braccio, Dio ci sta chiedendo di crescere e talvolta si cresce nella lontananza, si cresce nel dolore, si cresce nell’offerta, si cresce nel dono, si cresce anche nelle lacrime.
La seconda tappa della guarigione di questo cieco, è la testimonianza. I vicini e quelli che lo avevano visto prima si dicono “ma questo non è quello che era cieco?”. Ed egli lo dice che è proprio lui. Alcuni dicono “è lui”, altri dicono “no, non è lui”. E allora gli domandarono: “in che modo ti sono stati aperti gli occhi?”. E lui dice semplicemente quello che gli è successo nell’incontro con Cristo Salvatore: “l’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi, mi ha detto va’ a Silo e a lavarti, mi sono lavato e ho acquistato la vista”. Ma dov’è? “Io non lo so”. Dio entra nella tua vita, Dio ti guarisce ma non si fa acchiappare, non si fa prendere. Ti guarisce, ti risana, ma vuole che tu annunci ai fratelli non quello che tu credi sia successo, ma ciò che è avvenuto veramente. Devi riscrivere l’incedere potente di Dio nella tua vita, devi donare agli altri l’annuncio della salvezza, quella presenza che ti ha ristorato, quell’acqua che ti ha dissetato, quella vita che ti ha vivificato, quella luce che ti ha illuminato. È semplice il racconto! Noi talvolta, quando dobbiamo testimoniare la nostra fede, ci sembra di fare una fatica enorme. Noi dobbiamo dire chi è Gesù nella nostra vita, cosa ha fatto per noi, la luce che ci ha donato, l’acqua che ci ha elargito, la vita che ha vinto la morte. Questo è quello che il cieco fa! Non sa dov’è Gesù, non lo sa, così come tante volte non sappiamo noi. Sembra che lo perdiamo… Noi Lui, ma Lui non certo perde noi perché “non prende sonno il custode di Israele”. Egli ha tatuato il nostro nome sulle palme delle sue mani. Noi tante volte lo perdiamo, ma Lui non ci perde di vista, Lui ci continua a guardare con il cuore misericordioso, a donarci sempre la luce della sua visita e continuamente ci rincorre, ci segue con il suo sguardo, ci precede con il suo cuore e vede quello che succede nella nostra vita.
La tappa successiva del cammino di fede dopo la guarigione è la testimonianza ai vicini di quello che è successo ed è una testimonianza talvolta anche così difficile dire in famiglia cosa ha fatto Gesù nella nostra vita, testimoniare semplicemente parlando, senza pretendere che gli altri facciano quello che noi abbiamo fatto. Verrà il tempo della guarigione anche per gli altri, per i nostri familiari, per le persone che conosciamo. Dio ha i suoi tempi, Dio conduce la storia di ciascuno di noi. A noi è chiesto non di imporre, ma di proporre, non di essere forti ma di essere deboli, di esprimere quello che abbiamo sperimentato e di dire con semplicità di parole ciò che abbiamo vissuto.
La tappa successiva è dire quello che è successo ai farisei. “Lo condussero dai farisei”, era sabato e c’è questo alterco, questo dialogo dove il cieco dice soltanto che Gesù per fare questo deve essere un profeta, deve essere una persona grande, deve essere una persona inviata da Dio, che proferisce le parole di Dio, che compie i gesti di Dio. Guardate il cammino che il cieco sta facendo! In un primo momento, davanti ai vicini, a coloro che lo conoscevano ha detto: “io non so Gesù dov’è” e la seconda tappa, come nel caso della samaritana: “è un profeta”. Così si cresce nel cammino di fede: più le tribolazioni aumentano – infatti le voci dei farisei incalzano, lo perseguitano, lo scacciano, lo deridono, ma tra le loro perversità continui la mia preghiera dice il salmista – e così quest’uomo, anche se le tribolazioni aumentano, riesce a confessare la profezia di Gesù, la Parola che salva, la voce che lo libera dal buio, la presenza che rischiara la sua notte e gli dona la luce della salvezza, la grazia della misericordia per camminare in una vita nuova. Piccoli passi, graduali ma che sono scanditi da tante difficoltà, che sono portati avanti con tanta determinazione. Questo è chiesto anche a te, non soltanto di sperimentare la potenza di Cristo una volta, ma di camminare nella fede, talvolta anche di camminare nel buio, di camminare nella contrarietà, di camminare tra coloro che non credono e non accettano la tua testimonianza, testimoniare Cristo tra coloro che non lo vogliono, che non lo accettano, che lo deridono, che lo insultano, che lo bestemmiano.
Questo significa essere cristiani, carissimi fratelli e sorelle, risplendere della luce di Cristo, donare agli altri l’annuncio della salvezza, non pretendere che loro cambino, ma cambiare noi, procedere nella fede, crescere nell’amore e far sì che il rapporto con Cristo sia sempre più trasformante, vivificato dalla potenza dello Spirito Santo. È come se Gesù, toccandolo, lo avesse portato a ricevere quelle energie di vita che pian piano si sviluppano. Questo fa Dio nella tua vita! Questo fa l’Eucaristia nella tua giornata! Questo fa l’adorazione nella tua settimana! Questo fa la preghiera nel tuo tempo concesso a Cristo! Ti fa crescere, ti fa diventare una persona migliore, ti spinge a conoscere di più Gesù Cristo e alla sua luce a conoscere te stesso, a renderti conto che il bene nella tua vita è segno della tua misericordia, della bontà che ti concede, dell’amore che ti dona, della riconciliazione che elargisce, della potenza della misericordia che ti concede.
Ora chiamano i genitori a testimoni, ma loro se ne lavano le mani, non vogliono saperne niente, non perché non amino quel figlio ma perché hanno paura. “Mio padre e mia madre mi ha abbandonato”, dice il salmista, “ma il Signore mi ha raccolto”. Sembra strano, un inciso insignificante potrebbe apparire quello dei genitori e invece non è così. L’incontro con Cristo deve portarti a rivedere tutti i tuoi rapporti, i rapporti con i vicini, con coloro che ti conoscono e che ti vedono, il rapporto anche con le persone più importanti di te, ragguardevoli o che hanno dei ruoli di responsabilità come i farisei. Ma l’incontro con Cristo ti porta a rivedere anche il rapporto con i tuoi genitori, con la tua vita, con la tua famiglia, le tue relazioni parentali. Devi accettare che loro hanno paura di dire la verità, che amano più la loro vita che te. Questo è importante nel cammino di fede. Crescere significa tagliare il cordone ombelicale, significa non soffrire per le scelte buone o cattive sbagliate o rette dei propri genitori. Ma questo cordone lo dobbiamo tagliare, non possiamo continuamente soffrire. Sì, i genitori vanno amati, vanno accuditi, vanno custoditi, soprattutto in vecchiaia, nella malattia e nella difficoltà, ma il cuore deve essere distaccato, non perché non gli vogliamo bene, ma perché Cristo ci porta a crescere, a crescere anche nei rapporti. Allora quando eravamo bambini, i genitori ci custodivano ma diventati adulti, siamo noi che custodiamo loro. Non possiamo pretendere di essere continuamente dei bambini, quanto invece dobbiamo avere una relazione come anche adulta con i nostri genitori, con i nostri familiari e parenti.
Questo fa il cieco: non se ne angoscia, va avanti per la sua strada, non si ferma a pensare la cattiveria che riceve, gli insulti che gli vengono gratuitamente dati, continua, non si ferma, cammina. E tu riesci a camminare nella fede oppure tutto quello che ti viene dal di fuori ti prostra, ti fa cadere, ti spinge a ripiegarti su di te? Il discepolo di Gesù Cristo va avanti con forza e il vigore della vita nuova del Salvatore lo fa correre senza permettere, come dice Chiara, neanche alla polvere di rallentare il suo corso. Guarda davanti e cresci una buona volta nella vita di fede! Non legare il tuo cuore a quello che dicono gli altri, ma procedi con la forza che viene da Dio, lascia che le tue schiavitù vengano rotte da Cristo Salvatore, ma non fermarti continuamente nella Babilonia del tuo cuore, lascia che il Signore vi entri, disseminando la luce della presenza sua, la grazia del Vangelo. Tu possa rifiorire nei tuoi rapporti e nella tua vita che, al pari di quella di Cristo Salvatore, sperimenta il balsamo della Divina Misericordia.
Non una volta, ma ben due volte i farisei lo chiameranno e, in quella seconda volta, il cieco nato li prenderà quasi in giro: “forse anche voi volete diventare i suoi discepoli?”. Li canzona, ormai sta diventando adulto nella fede, ha preso determinazione e coraggio. La forza, il coraggio gli viene dalla consapevolezza che non si è inventato la guarigione, ma che Dio è entrato nella sua vita.
Dobbiamo diventare consapevoli che Cristo ci ha salvato, che la potenza della Sua Misericordia invase il nostro cuore.
Noi, purtroppo, carissimi fratelli e sorelle, non abbiamo consapevolezza tante volte dei doni di natura e di grazia che il Signore ci elargisce, non abbiamo consapevolezza dell’amore di Dio riversato nei nostri cuori, della forza della preghiera, della grazia dell’Eucaristia, della potenza della vita fraterna, della grazia che lo Spirito Santo mette nei nostri cuori per essere annunciatori e banditori della riconciliazione e della salvezza per i lontani!
Quest’uomo riesce perfino ad essere sereno, pacifico, a canzonare i farisei, quasi a punzecchiarli, ad essere ironico sarcastico nelle sue espressioni… Perché? Perché è consapevole che la sua vita è stata visitata da Dio! E la tua vita è stata veramente visitata dal Signore? Parli di Gesù oppure nel tuo cuore ha messo la sua abitazione e la sua dimora, ce l’hai sulle labbra senza averlo nel cuore? Lo ricerchi con gli occhi, senza sperimentare la guarigione dell’animo tuo? Riesci a vedere che il Signore è nella tua vita, è nello sguardo di chi ti è accanto, è nel povero che tu incontri, è nella persona antipatica che pretende da te, è nelle situazioni di difficoltà e di dolore nella nostra vita. Lì c’è Dio! Dove noi crediamo che non sia, lì si manifesta! Come nella greppia di Betlemme, come sul legno della croce. Dio è lì dove non ce lo aspettiamo. E il cieco nato questo lo ha capito. Per questo è gioioso, è pieno di riconoscenza per il Signore.
Poi lo incontrerà e si prostrerà dinanzi a Lui. L’ultima tappa, che poi è un nuovo inizio, è quello del riconoscimento. “Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori”. Gesù ti raccoglie ed è l’unico che ti raccoglie. Ci sono momenti nella nostra vita nei quali noi sentiamo di non essere capiti da nessuno. In quei momenti dobbiamo sbattere la testa contro il tabernacolo, dobbiamo andare da Gesù, dobbiamo attaccarci alla sua croce, dobbiamo attendere come Maria Maddalena davanti al suo sepolcro vuoto e Gesù ci viene incontro. Gesù non lascia cadere le nostre parole, non dimentica la nostra preghiera.
“Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori”. Lo va a trovare, lo incontra di nuovo e gli dice, lo abbiamo ascoltato: “tu credi nel Figlio dell’uomo?”. C’è questo dialogo. Avremmo potuto pensare che Gesù anche prima poteva dialogare con quest’uomo. Non era il tempo! Così come tante volte nella tua vita non è il tempo per fare dei passaggi. Se Dio non ti ha dato la possibilità della sua Parola in un momento della tua vita è perché tu non eri capace e, se te la sta concedendo ora, è perché ora hai la forza e la maturità umana e spirituale per fare quel salto di qualità.
“Tu credi nel Figlio dell’uomo?”. È bello questo dialogo! Gesù incalza, non usa metafore, è diretto nella sua parola, semplice nella sua esposizione. Ed egli dice: “E chi è Signore perché io creda in lui?”. Gesù rivela, lo abbiamo ascoltato, “lo hai visto ed è colui che parla con te”. “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiera mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, in carcere e siete venuti a trovarmi. Ma quando mai, Signore, ti abbiamo visto così? Ogni volta che avete fatto una di queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
“È colui che parla con te”. Gesù è nella persona che mi è accanto, nella persona che io non sopporto, ma misteriosamente quella persona mi dona Dio! Noi dovremmo entrare in questa sensibilità. Dovremmo scoprire sempre di più la presenza di Dio nella vita dell’altro, nella sua povertà, nelle sue fragilità, anche se la persona mi è antipatica, anche se la persona lavora con me, ma è insopportabile, Dio misteriosamente è presente nell’altro e il bene che fa viene dal cuore del Padre, dalla grazia della Trinità, è potenza di Spirito Santo che mi raggiunge. Ma ci sono dei luoghi dove il Signore ci parla con forza, ci parla con potenza e ci guarda e ci dice: “sono io che ti parlo”. e davanti all’Eucarestia, davanti a quelle persone che ci mediano Dio, noi dobbiamo inginocchiarci, prostrarci e confessare la nostra fede per riprendere il cammino, sapendo che, come ci ricordava l’autore della lettera agli Efesini, “un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore, comportatevi perciò come figli della luce”.
Il cieco nato era cieco, ora è un uomo ci vede, ora è il figlio della luce, è il figlio del giorno, deve gettare le opere delle tenebre e deve camminare nella luce.
Carissimi fratelli e sorelle, chiediamo questa grazia al Signore: di crescere, di passare come il cieco nato dall’euforia degli inizi del cammino di fede, alla concretezza della confessione con Cristo, di saper attraversare il buio dei passaggi del cieco, prima la folla, poi i farisei, poi di nuovo i farisei, e, alla fine, trovare Gesù. Forse non è questo il cammino dei pastori? Forse non è questo l’itinerario dei magi? Vedono la stella, la perdono, vanno da Erode, ritrovano la stella, che, illuminati dalla Scrittura, trovano a Betlemme il bambino insieme con sua madre, si prostrano, l’adorano e aprono i loro scrigni. Questo è il cammino di fede! Anche per Maria e Giuseppe: non trovano più Gesù nella carovana, lo cercano per ben tre giorni.
Nulla è perduto quando ci sentiamo lontani da Dio, quando sembra che il peccato ci ha divorato. La grazia da chiedere oggi, carissimi fratelli e sorelle, è quella di rinnovare gli impegni del nostro battesimo, proprio come dice Paolo a Timoteo: “ti chiedo, ti prego di rinnovare la grazia dello Spirito Santo che è dentro di te”. Cosa succede quando noi rinnoviamo la grazia dello Spirito Santo? Si sprigiona questa potenza di vita dentro di noi. Noi tutti, il giorno del nostro battesimo, abbiamo ricevuto un’unzione molto più importante, molto più forte di quella che ha ricevuto Davide nel diventare re. Ora, se di Davide si dice: “Samuele prese il corno dell’olio, lo unse in mezzo ai suoi fratelli e lo Spirito del Signore fu su Davide da quel giorno in poi”, quanto più nella tua vita lo Spirito Santo dal giorno del battesimo è sceso dentro di te! Lascia che Lui ti illumini, lascia che Lui ti guidi, lascia che Lui ti faccia passare di gloria in gloria, di chiarore in chiarore, per essere in mezzo ai fratelli come Davide, testimone della sua misericordia e ambasciatore del suo perdono.
Chiediamo a Maria la sua voce e la sua preghiera per rivolgerci a Cristo e domandare con tutto l’afflato del nostro cuore che Egli ci usi la sua misericordia.
È il tuo cuore, Signore Gesù Cristo, il corno dell’unzione,
dal quale scende sopra di noi il balsamo dello Spirito Santo.
Continua ad ungerci con il tuo profumo;
continua a plasmarci con la tua presenza;
continua a usarci la tua misericordia.
Rendici profumo di vita,
lì dove c’è la morte.
Rendici presenza di luce,
lì dove ci sono le tenebre.
Inviaci ambasciatori di misericordia e di perdono,
lì dove l’odio, la violenza, la prevaricazione stanno vincendo,
disumanizzando i nostri rapporti.
Noi ti invochiamo:
dal vaso del tuo cuore il tuo nardo scenda
su di noi e sulla nostra fraternità, sulle nostre ferite
e donarci la segreta speranza
di essere sempre condotti dallo Spirito Santo,
portati dalla sua forza,
irrobustiti dalla sua presenza,
continuamente profumati e resi belli dalla sua azione.
La vita nostra, come la tua, come quella di Maria,
possa essere canto di esultanza al Padre,
che è luce del nostro sguardo, forza delle nostre braccia,
a Lui, che ti ha inviato Salvatore del mondo,
a te che ci hai dato la forza dello Spirito Santo
e ti doni a noi perché tutta la nostra vita
possa rifiorire di grazia, di luce, di amore, di misericordia. Amen.

